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a cura di
Carlo Baccellieri
Le due anime della resistenza
(prima parte)
Premessa della
redazione:
Il testo che andremo a inserire ci trova in contrasto in diverse sue
parti ma nella libertà di pensiero che contraddistingue il nostro
operato lo pubblichiamo senza modifica o aggiunta alcuna, ovviamente
ringraziando l'autore per la gentile concessione.
Il Direttore
Giuseppe Minnella
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Trascorsi, con il 1995, i clamori delle commemorazioni ufficiali del
cinquantennario dela Resistenza ed attenuati gli echi della sentenza
Priebcke, voglio tentare di analizzare questo evento storico che, a
distanza di cinquant' anni, continua ad essere travisato, non solo da
mass-media, il che non desta stupore, ma molto spesso anche dalla
storiografia ufficiale che, purtroppo, continua ad essere di parte.
Beninteso: non di una sola parte, ma, comunque, di parte.
Chi, come la maggior parte degli Italiani di oggi, non conobbe de
visu questo evento, neppure come semplice spettatore, non ha potuto,
in tanti anni, farsi una idea veritiera di questo fatto storico, che
pure viene continuamente citato, a proposito ed a sproposito, quale
evento sul quale si fonda la nostra democrazia.
Qui, a mio parere, la prima falsità: perchè la nostra democrazia non
nasce dalla Resistenza bensì dalla sconfitta militare del fascismo e
dell'Italia, com'era peraltro inevitabile. Ma credo che si possa
ragionevolmente affermare che senza la Resistenza questa democrazia
sarebbe stata diversa, non saprei dire se migliore o peggiore.
Sia quel che sia, con la Resistenza occorre fare i conti perchè fu un
evento che coinvolse quasi tutta l'Italia, una grande tragedia, che
segnò profondamente la vita del nostro Paese e ancora oggi determina
scelte, legittima comportamenti, infiamma gli animi.
Ancora oggi, a distanza di cinquant'anni, la Resistenza non è accettata
da tutti: e non dico da parte di quelli che, ormai pochi, erano,
all'epoca dei fatti, dall'altra parte della barricata, ma mi riferisco a
tanti Italiani che evidentemente hanno maturato, senza per questo
nutrire simpatie per il Fascismo od il Nazismo, una quasi istintiva
avversione per questo fenomeno che tendono a relegare molto
sbrigativamente tra i fatti di terrorismo paracomunista.
Un'idea questa che certamente non giova alla Resistenza.
Purtroppo gli accadimenti storici sono sempre diversi da come vengono
raccontati e così come il Risorgimento venne gabellato per un moto
popolare, mentre era idea ed azione di una minoranza avanzata,
altrettanto avvenne per la Resistenza che subì sorte contraddittoria:
esaltata da alcuni come movimento unitario rigeneratore della libertà e
della democrazia, vilipeso da altri come fenomeno terroristico al
servizio dello straniero e dell'ideologia comunista, strumento di
vendetta indiscriminata e lotta di classe.
Naturalmente nè l'una nè l'altra delle contrapposte visioni di parte è
accettabile, nessuna delle due è vera. Ma la persistenza di questi due
modi diversi e diametralmente opposti di guardare alla Resistenza non
ha giovato alla comprensione di questo evento, peraltro sicuramente
importante e fondamentale nella storia del nostro Paese.
Sta di fatto che hanno contribuito al radicalizzarsi di questi due punti
di vista i contrastanti interessi di due opposte forze politiche che
però convergevano nell'intento comune di occultare il vero carattere
della Resistenza: da una parte i fascisti, che avevano tutto l'interesse
a denigrare la Resistenza appiccicandole l'etichetta di "comunista",
proprio per svilirne le motivazioni e toglierle ogni carattere di
nobiltà; dall'altra i comunisti i quali avevano l'opposto interesse ad
attribuirsi tutti i meriti del c.d. "movimento di liberazione"
presentandosi come i principali, se non i soli, restauratori della
libertà e della democrazia.
Purtroppo chi alla Resistenza aveva partecipato con nobiltà d'intenti
non ebbe voce abbastanza per affermare e diffondere un'idea
storicamente vera, o, forse, neppure volle farlo, per non sminuire il
valore unitario della lotta.
Naturalmente nessun buon democratico e sincero patriota accetterebbe di
riconoscersi nei valori della Resistenza se questa dovesse
identificarsi con l'ideologia comunista o se ciò comportasse la
necessità di rinnegare il nostro passato, di rimuovere un intero periodo
storico, dal 1922 al 1943, come gli antifascisti di professione
pretendono.
Sfortunatamente, a distanza di tanti anni, non si è mai avuto un
chiarimento completo sull'argomento e si continuano ad avvalorare le
due opposte tesi, a seconda dell'angolo visuale dal quale si guarda, con
grande danno per la verità storica e per l'unità del Paese, che tutto
dovrebbe riconoscersi nei valori più alti e più nobili della Resistenza,
e questi valori dovrebbero esser riconosciuti anche da parte di chi la
combattè animato da altri ideali, che allora sembrarono giusti. Ciò è
necessario perchè la Resistenza, come il Risorgimento, anche se non fu
opera di tutti, riguarda la storia di tutti gli Italiani ed ha
contribuito a formare il nostro Paese, così com'esso è, nel bene e nel
male.
La Resistenza è certamente parte del nostro
passato e della nostra storia, non possiamo rimuoverla e non possiamo
rinnegarla se non vogliamo rinnegare noi stessi: dobbiamo allora
comprenderla.
Per far ciò è necessario sgomberare il campo da tante bugie che
continuano a circolare impunemente ad offesa della verità storica.
Una prima bugia, dalla quale occorre liberarsi (e non tutte le bugie
vengono da sinistra), è quella che vuole gli accadimenti relativi alla
Resistenza come una guerra civile tra due opposte fazioni che trovò il
popolo italliano diviso a metà con eguali sostenitori da una parte e
dall'altra.
Nulla di tutto ciò è vero.
Occorre che tutti riconoscano la verità dei fatti accaduti cinquant'anni
or sono. Chi ha vissuto quel tempo, sia pure come semplice sperttatore,
lo sa bene: in realtà, nelle opposte fazioni della guerra civile che
inperversò tra l'8 settembte del '43 ed il 25 aprile del '45, da una
parte combatteva una minoranza, i cui motivi potevano pure essere
ideali e si ispiravano a nobili concetti dell' onor militare, della
fedeltà all'alleato, all'amor di Patria o all' ideale politico-sociale
del fascismo, dall'altra però c'era tutto il popolo italiano, sia pure
con motivazioni diverse che potevano essere nobili e meno nobili.
Il popolo italiano l'8 settembre del '43 era stanco della guerra,
voleva la pace. Interpretò l'armistizio come la naturale conclusione di
una guerra mal condotta e irrimediabilmente perduta, un atto
assolutamente ineluttabile ed inutilmente ritardato, un naturale
corollario della caduta del fascismo che la guerra l'aveva voluta,
combattuta e persa. Di conseguenza subì l'aggressione tedesca alle
nostre forze armate come un atto di brutale sopraffazione, non
giustificata perchè bisognava riconoscere ai vinti il diritto di
arrendersi; un'aggressione che comportava la funesta conseguenza di
prolungare inutilmente le sofferenze della guerra.
Trovò naturale ribellarsi a quella sopraffazione e considerò i tedeschi
un popolo straniero ed invasore, trovò naturale non collaborare con chi
si ostinava a fiancheggiare quell'invasore e lo considerò traditore,
trovò naturale prendere le armi contro chi aggrediva, disarmava e
fucilava i nostri soldati.
Tedeschi e fascisti rappresentavano la continuazione della guerra, delle
sofferenze, della paura e delle stragi, anche dei bombardamenti aerei
Alleati, che fecero più morti dopo l'8 settembre che prima: tutto ciò
senza alcuna ragione plausibile e senza alcun senso logico. Non era
facile schierarsi dalla loro parte.
Non era facile anche perchè era la parte sicuramente perdente e non è
facile scegliere di perdere, sia pure per l'onore d'Italia.
L'esercito dei partigiani fu numeroso (ancor più numeroso dopo il 25
aprile '45 ) ma essi non superarono mai le 200.000 unità. Accanto a
loro però si manifestava un'azione capillare di solidarietà da parte di
tutta la popolazione civile che si estrinsecava sia in atti di
concreta assistenza e partecipazione, sia con la sola adesione
emotiva e ciò fece della Resistenza una guerra di popolo.
Dall'altra parte c'erano i fascisti, le loro famiglie, quei pochi che
avevano scelto di continuare a combattere con i tedeschi per non tradire
l'alleato e nessun altro.
E' pur vero che anche i fascisti in armi, volontari e non, furono
numerosi, ma essi rappresentarono sempre e soltanto una minoranza
della popolazione, del tutto invisa, avversata ed emarginata.
Occorre quindi partire da questa inoppugnabile verità per comprendere
appieno il significato storico e politico della Resistenza.
Le ragioni per cui il popolo italiano, che pure negli anni precedenti
aveva assicurato il suo consenso al fascismo, scelse allora la lotta per
la libertà e per la democrazia, sono molteplici, ma facili da capire.
Innanzitutto tutti vedevano che la guerra era irreparabilmente perduta:
fascisti e tedeschi non facevano altro che ritardare la conclusione
delle ostilità, senza costrutto; la loro sconfitta avrebbe portato la
pace a cui tutti anelavano; il fascismo era ormai avversato perchè
aveva irreparabilmente fallito i suoi obiettivi ed aveva portato
l'Italia alla completa disfatta ed alla rovina; i tedeschi occupavano
militarmente l'Italia e la governavano con brutalità ed arroganza,
erano visti come lo straniero invasore da scacciare; il governo
legittimo, quello che, bene o male, rappresentava la continuità dello
Stato, era al Sud ed a quel governo la maggior parte dei cittadini si
sentiva ancora legata e trovava giusto obbedire. Accanto a queste
motivazioni di carattere generale, altre certamente ve ne furono secondo
le convinzioni ed idee di ciascuno, e tutte contribuirono ad isolare il
fascismo repubblicano costretto ad operare come in terra straniera.(2)
In questa realtà s'inserirono i partiti antifascisti, rinati dopo il 25
luglio, e trovarono terreno fertile per la loro predicazione e
proselitismo.
Prendere atto di questa realtà è il modo giusto per capire il fenomeno
Resistenza.
Un 'altra operazione necessaria è quella di stabilire il tempo ed il
modo in cui la Resistenza prese il via.
Si è voluto da parte degli antifascisti di professione e, segnatamente,
da parte social-comunista, fare un tutt'uno tra l'opposizione al
fascismo e la Resistenza. Sono invece due cose distinte e separate.
Durante il ventennio l'opposizione al fascismo fu opera di pochi
uomini, politici di professione, in gran parte di sinistra, molti
fuoriusciti, senza effettivo seguito nel paese, completamente avulsi
dalla realtà che il popolo italiano viveva quotidianamente, incapaci
di comprendere le ansie, le gioie i dolori, le aspirazioni , degli
Italiani di quel tempo.
Durante gli anni del consenso, seppure l'identificazione
popolo-fascismo non fu mai totale, certamente gli antifascisti più di
un generico rispetto non riuscirono a raccogliere e chi alzava le mani
contro i soldati italiani in armi come in Spagna ed in Etiopia veniva
bollato come traditore rinnegato e raccoglieva l'unanime disprezzo.
Il momento quindi in cui ebbe inizio la Resistenza è quello
dell'armistizio dell'8 settembre 1943.
Sono note a tutti le vicende che portarono all'armistizo tra l'Italia e
gli Alleati perchè sia necessario riassumerle in questa sede.
Caduto il fascismo il 25 luglio per autodisgregazione, epilogo
inevitabile di una guerra perduta nella conduzione della quale il
regime aveva evidenziato una spaventosa inettitudine, la fine della
guerra era nella logica delle cose. Il Duce era stato tolto di mezzo
proprio perchè incapace di gestire la crisi e trarre il paese fuori
dalla guerra. La parola passava al re, capo dello Stato e responsabile
primo, innanzi alla Nazione, delle sorti del Paese.
Non vi erano altre soluzioni: la guerra era ormai perduta senza rimedio,
il suolo della Patria era invaso dagli anglo-americani, le forze
armate, che avevano subìto gravi perdite, mostravano ormai segni di
stanchezza e scarsa capacità di reazione. La Sicilia non era stata
adeguatamente difesa come avrebbe potuto(3).
Le nostre fabbriche erano incessantemente bombardate dall'aviazione
nemica, le città devastate dai bombardamenti contro i quali non esisteva
quasi più difesa, l'alleato germanico non ci aiutava (4) e non ci
riforniva. Faceva la sua guerra, nell'interesse esclusivo della
Germania: il fronte italiano era considerato secondario rispetto a
quello orientale e l'Italia veniva presa in considerazione solo come
antemurale del III Reich. Così però si minava la già scarsa volontà di
resistenza italiana.
La guerra era perdura, anche i tedeschi lo sapevano, ma Hitler
continuava per la sua strada di follia e di distruzione.
In queste condizioni era dovere del re prendere la sola possibile
decisione e chiedere la cessazione delle ostilità, nell'interesse del
paese doveva rendersi interprete della volontà popolare. Continuare a
battersi senza speranza, non solo non aveva alcun senso, ma sarebbe
stato criminale.
La guerra è un atto estremo, comporta lutti e distruzioni di ogni
genere. Se fosse dato ai popoli di scegliere non sceglierebbero mai la
guerra. Ma proprio perchè la guerra è così terribile è necessario che
venga intesa come una necessità, altrimenti nessuno è disposto a
rischiare la vita, quella dei propri cari, la propria casa ed i propri
averi.
Nel luglio del '43, cadute tutte le illusioni, il popolo italiano
anelava alla pace, aveva esaurito ogni capacità di resistenza, non
trovando alcuna giustificazione logica a proseguire nel conflitto: il
fascismo aveva fallito, era stato rimosso (o, meglio, si era
autodistrutto) per consentire la cessazione delle ostilità con gli
Alleati. Questa l'opinione di tutti.
Vi erano ancora dei giovani animosi ed eroici che continuavano a fare
il proprio dovere sui fronti di guerra consumando la loro giovinezza e
la loro vita in una guerra senza speranza, ma altri abbandonavano
vilmente le armi per fare ritorno alle proprie case. Così era avvenuto
in Sicilia: non aveva senso continuare.
Occorreva la pace, ma non era facile, anche perchè gli Alleati erano
caparbiamente ancorati alla formula di << resa senza condizioni>>.
Ciò comportava, nell'immediato, due conseguenze che i tedeschi (ma
qualsiasi altro belligerante) avrebbero cercato di scongiurare:
1)l'occupazione di tutto il territorio italiano da parte degli
anglo-americani con il conseguente uso dei porti e degli aeroporti
dell'Italia settentrionale; 2) la consegna di tutte le armi ed armamenti
delle forze armate italiane, compresa la flotta che rappresentava ancora
una forza di tutto rispetto.(5)
Naturalmente Hitler non avrebbe mai acconsentito che gli
anglo-americani portassero le basi di partenza dei loro bombardieri a
qualche ora di distanza dalle principali città tedesche e
pericolosamente vicini ai pozzi petroliferi di Ploesti, non avrebbe
acconsentito che le armate nemiche giungessero a ridosso dei confini del
III Reich, con il fronte balcanico del tutto scoperto. Vi era poi
l'ulteriore pericolo che Romania, Bulgheria, Ungheria e Filnandia
avrebbero seguito (come avvenne poi dopo qualche tempo) l'esempio
italiano.
Il re e Badoglio sapevano bene che mai i tedeschi avrebbero acconsentito
alla resa dell'Italia e tutti i loro sforzi furono tesi nell'intento di
non svelare le trattative per raggiungere l'armistizio con gli
Alleati. Fatica sprecata: i tedeschi si rendevano perfettamente conto
che, caduto il fascismo, l'Italia sarebbe uscita dalla guerra, e poichè
non intendevano essere colti di sorpresa, perfezionarono il piano
"Alarico", già in precedenza abbozzato, che prevedeva l'occupazione
dell'intero territorio italiano in caso di defezione ed il disarmo
dell'esercito italiano ovunque si trovasse..
In previsione di ciò che sarebbe avvenuto, subito dopo il 25 luglio
iniziarono a ritmo serrato il trasferimento di 8 forti divisioni in
Italia portandole complessivamente a 17, oltre una brigata in Corsica ,
ed oltre ad elementi sparsi appartenenti ai servizi ed all'intelligence.
Quando l'8 settembre fu diramata la parola d'ordine <<Acshe>> scattò
inesorabile l'aggressione alle nostre forze armate, che, al contrario
non erano state adeguatamente orientate, anzi non erano state
orientate affatto.
Com'è noto, fu uno sfacelo. Innanzitutto all'annuncio dell'armistizio i
nostri soldati credettero finita la guerra e molti si abbandonarono a
scomposte manifestazioni di giubilo. Essi non avevano alcuna voglia di
combattere: figuriamoci poi contro i tedeschi che, bene o male, erano
gli alleati di poche ore prima. Gli ufficiali, anch'essi disorientati e
privi di ordini chiari, in molti casi non furono all'altezza della
situazione. Le parole di Badoglio che, nell'annunciare la fine delle
ostilità contro gli Alleati, aggiungeva: le forze armate <<reagiranno
ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza>>, erano molto
reticenti, ed in mancanza di adeguati piani di difesa (6), non erano
tali da rendere pronta ed efficace la resistenza ai tedeschi, i quali,
invece, ben motivati e con ordini precisi fin nei dettagli, attaccarono
d'iniziativa tutti i presidi italiani in Italia ed all'estero.
Il nostro esercito di dissolse quasi ovunque in pochi giorni e gravi,
anzi gravissime, furono le responsabilità dei capi. Ma dire, come spesso
si dice, che l'8 settembre del '43 fu una seconda Caporetto del
nostro esercito, non rende giustizia alle migliaia e migliaia di
ufficiali e soldati che sacrificarono la loro vita per tener fede al
giuramento al re ed alla Patria, in Italia e fuori, nella difesa di
Roma, a Cefalonia, nei Balcani, nelle isole dell'Egeo, sugli aerei e
sulle navi, ove mai venne ammainata la bandiera nazionale.
E se è vero che venne rapidamente meno l'azione di comando, che i capi
lasciarono spesso senza ordini le loro truppe, non è per nulla vero
che tutti furono colti dal panico e abbandonarono i soldati al loro
destino o si arresero vilmente. Lasciati a loro volta senza ordini
chiari dalle autorità centrali(7), subirono costantemente l'iniziativa e
la determinazione ben maggiore della Wehrmacht che sapeva esattamente
cosa doveva fare.
Non era certo facile prendere d'iniziativa una decisione che comportava
gravissimi rischi e che in normali circostanze sarebbe apparsa
sicuramente odiosa, cioè rivolgere le armi contro l'alleato di ieri.
Fu così che il nostro esercito si dissolse, ma non senza combattere,
almeno non sempre. Ed è ingiusto dire, come vuole l'opinione corrente,
che gli alti gradi si defilarono nell'ora del pericolo: 20 generali e 4
ammiragli persero la vita per fucilazione od in combattimento nei fatti
conseguenti all'8 settembre. E' una percentuale altissima se si pensa
che i catturati furono 200 (e molti di essi perderanno la vita in
prigionia). Il numero dei colonnelli e degli ufficiali di stato
maggiore è molto più elevato.
Tra questi voglio ricordare un nome dimenticato, il tenente colonnello
Domenico Pennestrì da Reggio Calabria, medaglia d'Oro alla memoria con
la seguente motivazione: <<Comandante di battaglione, dopo
l'armistizio dell'8 settembre 1943, guidava con grande perizia e
noncurante del pericolo i propri uomini nella dura lotta contro i
nazisti. Circondato e catturato dopo aspra resistenza , con il reparto
decimato per le gravi perdite subite, veniva condannato a morte. Allo
scopo di salvare i suoi gregari, al comandante tedesco dichiarava di
essere il solo responsabile della condotta del suo reparto e quindi
l'unico colpevole da fucilare. Davanti al plotone d'esecuzione teneva
contegno fiero e dignitoso: Colpito a morte da una raffica di
mitragliatrice trovava ancora la forza di gridare "Viva l'Italia". Porto
Edda (Albania), 8 settembre - 5 ottobre 1943>>.
Un altro calabrese, il tenente colonnello Emilio Cirino di Montalto
Uffugo, verrà insignito di medaglia d'Oro al V.M. alla memoria in
circostanze analoghe. Venne fucilato nel settembre '43 in Albania.
Episodi di resistenza avvennero dappertutto, in Italia e fuori: il più
noto è quello culminato con l'eccidio di Cefalonia ove caddero in
combattimento contro i tedeschi 1300 uomini. Altri 4.000 vennero
fucilati e tra questi quasi tutti gli ufficiali della divisione Acqui.
In Jugoslavia gli scampati al massacro tedesco daranno corpo a due forti
divisioni partigiane, con artiglieria e servizi: la Garibaldi e
l'Italia; in Egeo nell'isola di Lero si combattè fino al 16
novembre; in Italia intorno a Roma combatterono le divisioni
Granatieri di Sardegna, Piave, Ariete e Re finchè ebbero
l'ordine di resistere, poi, venuto meno il compito loro affidato -
proteggere la fuga del re e del governo - furono fatte ripiegare su
Tivoli, fronte ad est (dove non c'era alcun nemico) e subito
dopo furono sciolte.
Non erano vili quei soldati. Il generale Cadorna, comandante della
Piave annota con quale disciplina ed ordine ancora il 10 settembre
le truppe ai suoi ordini ripiegavano "da Monterosi, sotto il tiro
nemico, rettificando impeccabilmente la posizione".(7)
E' da questi episodi che nasce la Resistenza e trova a Roma un primo
emblematico battesimo nella difesa a Porta S. Paolo fatta da civili e
granatieri.
Migliaia di soldati si erano sbandati, nell'Italia del nord, specie
meridionali(8), scampati alle fucilazioni ed alla cattura, costituirono
i primi nuclei armati.
Nel Sud la brevità dell'occupazione tedesca non rese necessario il
costituirsi di un movimento di opposizione armata all'occupante. Ma non
mancarono numerosi e significativi episodi come l'insurrezione di Napoli
dove uomini, donne, scugnizzi e soldati durante quattro memorabili
giornate costrinsero a patti i tedeschi che pure impiegavano
artiglierie e carri armati.
La storiografia ufficiale ha del tutto ignorato la Resistenza nel
Mezzogiorno, non tanto perchè di breve durata, ma soprattutto perchè
apolitica. Tuttavia una miriade di episodi, a volte oscuri o poco
noti, caratterizzarono il periodo settembre-ottobre 1943 nelle regioni
meridionali.
Ricordo qui: i fatti di Matera ove un gruppo di saccheggiatori
tedeschi venne attaccato e messo in fuga con morti e feriti da entrambe
le parti; Rionero in Vulture dove vennero passati per le armi 18
ostaggi; <<il largo contributo di sangue >>, 500 caduti, pagato
dalla Terra di Lavoro (9); i combattimenti di Bari dove il generale
Bellomo, alla testa di un gruppo di marinai, soldati e civili, liberò il
porto e la città, (39 morti da parte italiana); i fatti di Nola dove,
per ritorsione alla fucilazione di dieci ufficiali del presidio, i
tedeschi vennero attaccati e messi in fuga da una formazione mista (
settanta uomini) di soldati e civili al comando di un ufficiale dei
carabinieri; i fucilati di Bellona (54 ostaggi). Ma tantissimi altri
sono gli episodi di rivolta armata.
Voglio pure ricordare che la più efficiente formazione partigiana della
guerra di liberazione fu la "Brigata Maiella": costituitasi
sotto l'occupazione tedesca, continuò a combattere anche dopo la
liberazione dell'Abruzzo. Con un organico di 1.500 uomini, venne
aggregata all'8a Armata britannica e concluse la sua guerra entrando a
Bologna accanto ai soldati italiani dei Gruppi di combattimento
<<Friuli>> e <<Legnano>>.
Tutti episodi a dimostrazione che la Resistenza non fu fenomeno
esclusivamente del Nord, ma interessò tutto il territorio nazionale e
tutto il popolo italiano.(10)
Le prime formazioni partigiane vengono quindi formate prevalentemente da
militari e si sviluppano a seguito dello sfacelo dell'esercito regolare.
(Molti sono meridionali bloccati dagli eventi lontano da casa). Il
primo atteggiamento è difensivo, ma ben presto gli sbandati
acquisteranno una coscienza offensiva, desiderosi di farla finita con
la guerra, con i tedeschi e con quanti li aiutano: l'ottusa brutalità
dell'occupante s'incaricherà di alimentare la rivolta (11).
(1
Continua)
CARLO
BACCELLIERI
N.B_______
(1)Questa sensazione era percepita dalle formazioni
militari fasciste che ne vissero il clima con malinconica amarezza.
Significativa a questo riguardo la più bella canzone dei combattenti
della RSI :
"Le donne non ci vigliono più
bene"
Le donne non ci vogliono più
bene
perchè portiamo la camicia nera:
Hanno detto che siamo da catene,
hanno detto che siamo da galera.
L'amore coi fascisti non conviene..."
(2) Al momento dello sbarco in Sicilia l'Italia poteva
disporre di circa 80 divisioni, di cui due corazzate, due di
paracadutisti ed alcune altre bene armate ed equipaggiate, oltre mille
carri armati e semoventi, circa 10.000 pezzi d'artiglieria e 131.000
automezzi. La nostra marina era ancora una forza di tutto rispetto con
6 corazzate, di cui tre modernissime ed in piena efficienza. L'aviazione
era a mal partito, ma ancora disponeva di un migliaio di aerei di
pronto impiego (oltre 2.000 secondo i tedeschi). In complesso 3.700.000
di uomini alle armi. Strano che possa sembrare, il nostro esercito era
più forte nell'estate del '43 che allo scoppio della guerra (cfr.
Nicola Pignato in Rivista Storica , n.7, 1994) In Sicilia però
tutte queste forze non vennero impiegate.
(3)
Solo dopo il 25 luglio del 43' i tedeschi fecero affluire notevoli
rinforzi ed infatti calarono in Italia ben 8 nuove divisioni, tra le
migliori di cui disponevano, di cui una corazzata ed una di
paracadutisti, mentre in Sicilia ve ne erano solo due a contrastare gli
sbarchi Alleati.
(4) Del resto la Gran Bretagna, che pure era stata
tenuta al corrente delll'armistizio chiesto dalla Francia (alla quale
Hitler fece condizioni molto meno dure di quelle atte dagli Alleati
all'Italia e non pretese nè l'occupazione di tutto il territorio, nè la
consegna della Flotta) non perdonò la resa dell'alleato e, nel timore
che la flotta francese potesse divenire preda dei tedeschi, mandò la
Royal Navy a bombardare proditoriamente la base navale di Mens el Kebir
ove trovarono la morte oltre 3.000 marinai francesi "alleati"
(5). Ancora l'8 settembre del 43 potevamo disporre di sei
corazzate, tre modernissime della classe Littorio, una nave porta
aereoplani, 10 incrociatori , oltre 60 tracacciatorpediniere,
torpediniere e corvette, 60 sommergibili, 50 MAS e motosiluranti, un
migliaio di unità minori e mezzi speciali.
(6) Era stata approntata la memoria O.P. 44 che prevedeva
alcune misure di reazione in caso di eventuale aggressione da parte dei
tedeschi. Fu chiamata OP, ossia ordine pubblico, per mascherarne il
contenuto. Fu comunicata ai soli comandanti di Armata con l'ordine di
distruggerla appena ricevuta, ma non tutti la ricevettero.
(7) Badoglio, il Re, il governo e lo StatoMaggiore
dell'esercito si diedero a precipitosa fuga sulla via Tiburtina per
imbarcarsi a Sulmona sulla corvetta Baionetta. Nessuno si
preoccupò di rendere operativa la memoria O.P.44.
(7) Raffaele Cadorna- "La Riscossa" - Bieti
,Torino
(8) Massimo Rendina - Italia 1943-1946, Newton
Compon Editori 1995.
(9) A. Moro - Discorso di Bari del 21 dicembre 1975 nel
trentennale della Resistenza.
(10) Ricordo i partigiani calabresi che meritarono la
medaglia d'Oro al V.M. nella lotta di liberazione: Papandrea Saverio, di
anni 23, da Vibo Valentia, allievo ufficiale, caduto a Forno Canavese il
9 dicembre 1943; Augello Giulio, di anni 23, da Cosenza, tenente di
fanteria, caduto a Piobesi-Torino nel maggio 1944; Caccamo Fortunato,
di anni 21, da Reggio Calabria - S. Gregorio, Carabiniere, fucilato a
Roma il 3 giugno 1944; Caruso Filippo, di anni 60, da Casale Bruzio,
generale dela riserva; Cortese Vinicio Giuseppe Ruggero, di anni 24, da
Nicastro, sottotenente di fanteria, caduto ad Ozzano Monferrato il 26
agosto 1944; Andreani alberto, di anni 43, da Crotone, tenente
colonello, caduto a Verona nell'aprile 1945.
(11) Nel settembre di quel triste 1943 fui spettatore,
quasi oculare, di uno dei tanti episodi di brutale ferocia germanica in
un paesino dell'Appennino marchigiano, Amandola, provincia di Ascoli
Piceno. Il giorno 9 o forse il 10 di settembre un reparto tedesco
sorprende nella caserma un soldato italiano, già appartenente ad un
reparto antiparacadutisti che si era dissolto alla notizia
dell'armistizio. Tutti gli altri sono andati a casa, lui solo è rimasto
in divisa in caserma, è di origine meridionale e non sa dove andare. I
tedeschi lo catturano, gli trovano una pistola in tasca e lo bastonano a
sangue, perchè traditore, dicono loro, a noi sembra senza motivo.
Il soldato perde i sensi, viene portato sotto l'acqua di una fontana
alla periferia del paese, messo al muro e fucilato. Così moriva un
povero giovane, lontano da casa, perchè traditore, lui che
sicuramente non aveva tradito nessuno.
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