a cura di
Carlo Baccellieri
Le due anime della resistenza
(seconda parte)
Premessa della
redazione:
Il testo che andremo a inserire ci trova in contrasto in diverse sue
parti ma nella libertà di pensiero che contraddistingue il nostro
operato lo pubblichiamo senza modifica o aggiunta alcuna, ovviamente
ringraziando l'autore per la gentile concessione.
Il Direttore
Giuseppe Minnella
--- --- ---
All'
inizio i partigiani non sono politicizzati, rifiutano il fascismo dal
quale si sentono traditi ed avvertono il dovere di contribuire alla
liberazione della Patria dallo straniero. Tra i militari, specie di
carriera, è ancora vivo il sentimento di fedeltà al giuramento prestato
al re ed il sentimento dell'onor militare: vogliono riscattare l'onta
dell'8 settembre.
Presto però la propaganda dei partiti antifascisti, venuti alla luce
dopo il 25 luglio, cercherà di penetrare le formazioni partigiane nella
convinzione che è importante accaparrasi un posto in prima fila nella
lotta armata da far valere a guerra finita. Molti militanti, specie di
sinistra, vedono in questa lotta armata l'occasione che attendevano
da anni.
* * *
Negli
stessi giorni altri giovani, animati da sentimenti non molto diversi,
fanno una scelta opposta , "per l'onore d'Italia", e si
apprestano a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale
Italiana, costituita da Mussolini con la protezione dell'occupante
tedesco. Anche se la scelta è diversa, alcuni ideali coincidono: amor di
Patria, fedeltà (alla parola data = al giuramento al re), la libertà e
l'indipendenza dell'Italia dallo straniero (gli Alleati = Tedeschi),
l'onor militare (combattere il nemico).
Ad oltre 60 anni di distanza da quei tragici eventi abbiamo il dovere di
capire le ragioni di quella scelta: Nell'immediatezza della lotta
fratricida essi vennero etichettati come traditori da chi stava
dall'altra parte e furono bollati come servi e manutengoli dell'odiato
straniero che spadroneggiava ed angariava l'Italia. Non c'era solo odio
ideologico, c'era odio per chi si poneva al servizio dello straniero
invasore, perchè tale era ritenuto il tedesco, e collaborava con esso
nelle stragi e nelle distruzioni .
Oggi
abbiamo il dovere di capire.
Non tutti
erano fascisti. I più scelsero di stare dalla parte sbagliata perchè
ritennero che l'onore d'Italia si difendeva sotto le insegne fasciste:
mantenere la parola data all'alleato era un punto irrinunciabile,
convinti in buona fede di dover rimanere fedeli all'alleanza per
dignità, per il rifiuto di cambiare campo e passare dalla parte dei
vincitori quando le cose andavano male, per ripugnanza di voltare le
armi contro coloro con i quali si era combatutto per tre anni.
Pochi speravano di vincere la guerra, i più intuivano, di essere dalla
parte perdente, ma ciò nonostante erano pronti a sacrificare la loro
giovane esistenza <<per l'onore d'Italia>>, come portavano
scritto sulle uniformi molti reparti combattenti della RSI. Il
sentimento che ispirava le formazioni volontarie era l'amor di patria
non meno intensamente di quanto avveniva in molte formazioni
partigiane, specie quelle autonome e militari.
Essi non vedevano che l'alleato ci aveva tradito quando rinunziò a
difendere la Sicilia. Da quel momento l'Italia serviva alla Germania
solo come antemurale delle sue frontiere.
Certo, l'armistizio venne condotto in modo infame ed i tedeschi avevano
più di un motivo per reagire. Ma chi perde la guerra ha il diritto di
arrendersi e l'Italia la guerra l'aveva certamente perduta.
E' falso affermare che alla RSI aderirono solo i fascisti, vi aderirono
tanti giovani che per il fascismo non avevano alcun entusiasmo: vi
aderirono per rispetto di se stessi.
Molti
furono i reparti volontari sotto le insegne repubblicane: prima fra
tutti la Xa MAS di Valerio Borghese, e poi bersaglieri del battaglione
Mussolini, i paracadutisti dei reggimenti Nembo e
Folgore(1), il battaglione Azzurro, le SS italiane, la G.N.R
(2) (formata da fascisti ma che aveva incorporaroto quanto restava dei
Carabinieri, i quali fascisti non erano), la Legione Muti, la
Legione Tagliamento e tante altre formazioni spiccatamente
fasciste, infine le Brigate Nere.
Gli arruolamenti di leva diedero risultati molto deludenti. Tuttavia
vennero addestrate in Germania quattro divisioni, La Monterosa,
la S.Marco, la Littorio e l'Italia. Al rientro in
patria si verificarono numerose diserzioni da parte degli elementi meno
motivati, ma chi restò diede filo da torcere agli avversari.
Erano
male armati e peggio riforniti: I tedeschi non si fidavano per cui
vennero impiegati prevalentmente contro i partigiani. Quando furono
impiegati contro gli Alleati ad Anzio, sulla linea Gotica, sulle Alpi
francesi ai confini d'Italia, si comportarono con valore. La divisione
alpina Monterosa ottenne l'ultima vittoria tattica dell'Asse sul
fronte italiano, nel settore del fiume Serchio tenuto dagli Americani,
conquistando le località di Barga, Bobbio e Scarpello.
E' falso ed ingiusto dire che i soldati di Salò furono vili. E' vero il
contrario: ricordiamo che molti della Xa si sacrificarono in Istria e
Dalmazia per difendere l'italianità di quelle terre, mentre i comunisti
militavano nel IX Corpus jugoslavo; che l'aviazione repubblicana,
certo la migliore Arma della RSI, si sacrificò, non senza successo, per
difendere le città del Nord dai bombardamenti anglo-americani; che la
marina compì l'ultima azione con i mezzi speciali il 16 aprile 1945
colpendo e mettendo fuori uso il cacciatorpediniere francese "La
Trombe" con un barchino esplosivo.
Capire
però le ragioni di quella scelta non vuol dire accettarla e neppure
porla sullo stesso piano di chi scelse di combattere per la libertà,
l'indipendenza della Patria e la democrazia.
***
Ma a
questo punto è opportuno sfatare la seconda bugia sulla Resistenza: e
cioè che tutti partigiani combatterono per la Patria, la libertà e la
democrazia.
E' una bugia deliberata, avallata da tutti i partiti antifascisti
nell'intento di esaltare il valore morale ed il senso unitario della
lotta di liberazione. Ma è una falsità dalla quale occorre disfarsi se
vogliamo ristabilire la inconfutabile verità storica, se vogliamo
riconoscere quel valore morale che la Resistenza indubbiamente ebbe
nelle sue componenti migliori e se vogliamo togliere argomenti ai suoi
detrattori.
Non è
questa una scoperta recente, è fatto che tutti quelli che si sono
interessati, anche marginalmente, della guerra partigiana conoscono, ma
che è necessario riaffermare e precisare con forza se vogliamo capire
a fondo cosa rappresentò effettivamente la Resistenza.
Abbiamo visto come eterogenee fossero le forze che parteciparono alla
lotta armata contro tedeschi e fascisti: ex militari, antifascisti,
giovani desiderosi di contribuire alla liberazione del proprio paese,
renitenti alla leva della RSI etc. Al di là dei contrasti che spesso vi
furono, anche sanguinosi, tra formazioni partigiane etichettate in
maniera diversa, in definitiva si può affermare che il movimento fu
sostanzialmente unitario perchè, nonostante le profonde divergenze di
partito tra le varie formazioni, prevalse la necessità di costituire un
fronte unico contro il comune nemico, rimandando al dopo-guerra la resa
dei conti. Questo indirizzo fu espresso dal CLNAL, composto dai
rappresentanti di tutti i partiti antifascisti dell'epoca(3) e dalla
direzione militare del movimento affidata, nell'ultimo periodo, ad un
generale del Regio Esercito inviato dal Governo del Sud (4), con due
vice comandanti politici, Longo e Parri.
Ma, detto
questo, occorre dire alto e forte che le motivazioni dei combattenti
erano tutt'altro che comuni a tutti i partigiani: vi era la componente
apolitica-militare e quella che faceva capo ai partiti moderati,
Liberale e Democristiano, che lottavano effettivamente per la libertà,
la democrazia ed il riscatto nazionale; vi era la componente ispirata
dal Partito d'Azione che a questi ideali, ben presenti sia nei suoi
capi che nei suoi gregari, aggiungeva un obiettivo di carattere
politico-sociale per l'affermazione di una democrazia progressista;
vi era la componente che faceva capo al Partito Socialista (non molto
significativa nell'ambito dei combattenti) nella quale il movente
politico-sociale era maggiormente avvertito; vi era, infine, la
componente comunista il cui disegno non era certo quello di abbattere il
fascismo per ristabilire la libertà, bensì quello di instaurare una
dittatura rossa ben peggiore di quella fascista. Il modello dei
comunisti era la Russia bolscevica, il loro idolo era Stalin, il loro
progetto di stato era quello totalitario e classista del comunismo
reale. Della Patria non sapevano che farsene e se, spesso, parlavano di
libertà, questa era intesa secondo l'uso comunista: libertà di essere
comunista e gulag per gli oppositori. E se parlavano di
patriottismo era solo per attirare nelle loro formazioni gli ingenui, ma
erano pronti a barattare la Patria alla prima occasione come avvenne
per molti comunisti del Friuli e della Venezia Giulia che non esitarono
a tradire il loro paese abbandonando le formazioni italiane per militare
sotto le bamdiere di Tito nel IX Corpus dei partigiani slavi. La
loro patria era la classe operaia e contadina, secondo lo schema
bolscevico del '17. Combattevano per tutt'altri ideali e lo
dimostrarono accogliendo i feroci infoibatori a Trieste, Gorizia,
Monfalcone inneggiando a Tito ed all'annessione di quelle terre alla
Repubblica Federativa Jugoslava. Ad eterna memoria della verità storica
vi è documentazione fotografica dell'accoglienza dei comunisti di
Monfalcone ai partigiani di Tito, quando, sfasciatosi dopo il 25 aprile
l'esercito tedesco e quello della RSI, entrarono a Monfalcone accolti
con cartelli scritti in perfetto italiano: W Monfalcone nella nuova
Jugoslavia di Tito.
Il
comunismo era la loro patria, non la Nazione, il che, tradotto
in parole povere, era la riedizione del vecchio ed italico motto:
"con Franza o Spagna, purchè se magna". Il loro obiettivo era la
dittatura del proletariato, altro non importava; erano odiatori
della libertà e della democrazia politica non meno dei fascisti:
volevano abbattere una dittatura per instaurarne una peggiore. Altro che
guerra di liberazione!
Non esitarono a fucilare i comandanti partigiani della brigata friulana
"Osoppo", dai quali erano stati accusati di tradire gli interessi
italiani vendendosi agli sloveni, di favorire le mire imperialistiche di
Tito, di depauperare la zona inviando viveri ai titini, di avere
permesso la chiusura delle scuole italiane, di avere accettato
passivamente il divieto di esporre la bandiera italiana.(5)
A guerra
finita alcuni di loro si abbandonarono a terribili massacri di "fascisti"
o presunti tali , non solo per desiderio di vendetta, ma anche per
distruggere la classe borghese ed i reazionari. Continuarono
ancora per mesi nel triangolo della morte dell'Emilia-Romagna, uccidendo
inermi cittadini che con il fascismo nulla avevano da spartire,
disonorando la Resistenza.
Per ordine di Longo occultarono le armi da riprendere al momento
opportuno, che per fortuna nostra non venne mai.
Quanto di nobile ci fosse negli obiettivi che i comunisti perseguivano
non può che essere frutto di valutazione politica personale. Ciò che
intendo affermare è che nella Resistenza confluirono due anime (anche se
tra una posizione e l'altra vi furono diverse sfumature): da una parte i
comunisti che lottavano per un fine rivoluzionario e classista,
dall'altra tutti gli altri che lottavano per la democrazia e la
libertà..
Alla luce
di questa verità appare chiaro che i comunisti non possono in nessun
modo essere assimilati agli altri partigiani perchè la loro aspirazione
non era alla libertà, come noi l'intendiamo, ma ad una nuova e diversa
dittatura, anche peggiore di quella fascista.
Nulla e nessuno può accomunare i partigiani comunisti a Domenico
Quaranta, di anni 23, tenente di complemento, partigiano del I Gruppo
Divisioni Alpine <<Mauri>>, fucilato a Cairo Montenotte il
16.4.1944, medaglia d'Oro al V.M., il quale indirzzò ai genitori prima
di morire questa lettera:
"Carissimi,
sono
morto, credo, facendo il mio dovere fino all'ultimo, avrei desiderato
servire la mia Patria ed il mio Re, ma se Dio così ha voluto è segno che
il mio sacrificio valeva più della mia opera futura. Sono quindi
contento di aver donato alla Grande Madre il mio corpo, come donai a te
Mamma , fin dal primo vagito, la mia anima immacolata acciocchè Tu la
custodissi così come Essa da oggi custodirà i miei resti mortali. Sono
fiero di aver lottato con le armi in pugno per la gloria del mio Re,
come lottai sui libri per dare a Te, amatissimo Babbo, quelle
soddisfazioni che avrebbero dovuto ricompensare le amarezze ed i
sacrifici patiti per me.
A te
Mamma resta il mio spirito che in Te vivrà, fin che Tu vivrai; a Te
Babbo ho dato la
più grande soddisfazione: l'orgoglio di poter dire mio figlio è caduto
per la libertà della Patria.
Il
dolore che avete provato per la mia fine è stato inenarrabile. Lo so:
sono stato il vostro unico figlio, l'unico scopo della vostra vita!
Avete spiati i miei primi passi, mi avete guidato, mi avete sorretto; e
di ciò vi ho sempre espressa la mia gratitudine sconfinata, vi ho sempre
ammirati, vi ho sempre adorati. Consolate però questo dolore al pensiero
che vostro figlio ha mantenuto il suo giuramento di fedeltà. Nella vita
si giura una sola volta: Io giurai di essere fedele al Re e di
combattere per il bene della Patria: Ciò ho fatto e ne sono fierissimo.
I miei ultimi pensieri sono stati per la Patria, per il Re e per Voi.
I
miei ultimi baci sono stati per il Santo Tricolore e per Voi.
Addio
- Mimmo." (6)
E
comunista non era neppure Giancarlo Puecher Passavalli, di anni 20,
allievo ufficiale d'areonautica, partigiano di Erba Pontelambro (Como),
fucilato il 21 dicembre 1943, medaglia d'Oro al V.M. che scrisse al
padre:
"Muoio per la mia Patria: Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e
di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni.
Iddio mi ha voluto... Accetto con rassegnazione il suo volere.
Non piangetemi ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi
stimarono....
L'amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani
d'Italia seguite la mia via ed avrete il compenso della vostra lotta
ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano perchè non sanno quello che fanno e
non sanno che l'uccidersi tra fratelli non produrrà mai concordia.
... I
martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e
perciò accetto la sua volontà. Baci a tutti. - Giancarlo".(7)
Luciano
Pradolin, di anni 23, comandante del Battaglione "Val Meduna"
della 4a Brigata "Osoppo- Friuli", non era comunista. Venne
fucilato l'11 febbraio 1945, Prima di morire scrisse:
"Carisima
mamma,
ho
pregato e sperato fino a questo momento, ma la mia sorte ha segnato
diversamente. Il tribunale tedesco mi ha condannato alla pena capitale
con altri 23, tra i quali molti di quelli che fu il mio Battaglione. Ti
prego di farti coraggio...
La mia
coscienza è pulita non mi accusano che di aver indossato la divisa dei
partigiani. Forse ho anche pianto. Ora non piango più.
...
Abbi fede come sempre l'hai avuta e pensa con orgoglio a me perchè ho
fatto il mio dovere e faccio l'ultimo sacrificio per la Patria, per i
santi ideali della verità, della libertà e della civiltà.
Ti
scrivo con il cuore in mano. In realtà mi spiace lasciare la vita...
Tante cose vorrei dirti....
Ti bacio e Ti prego di non piangere tanto.
Saluta tutti i miei amici.
Tuo -
Luciano" (8)
Luigi
Palombini militava in una formazione G.L., la Va Divisione Alpina
<<Sergio Toja>>. Venne fucilato il 10 marzo 1945. Non potendo scrivere
alla famiglia lontana, scrisse a dei conoscenti:
"Egregi Sig.ri Malan,
non ho
nessuno qui a cui scrivere, e perciò m'indirizzo a voi con la speranza
che a fine guerra ne diate comunicazione alla mia famiglia della mia
sorte... ditegli che muoio rassegnato e tranquillo avendo servito con
lealtà la nostra martoriata Italia.
Ancora
invio i più affettuosi saluti.
W
l'Italia. - Luigi Palombini."
(9)
Luigi
Paglia, di anni 22, allievo ufficiale di complememto, militava nella
53a Brigata Garibaldi, ma non era comunista. Venne fucilato il 21
novembre 1944. Medaglia d'Oro al V.M. Prima di morire scrisse alla
madre:
"Cara
mamma ,
poco
prima di essere fucilato rivolgo il mio pensiero a te mia adorata mamma,
ti domando perdono.... Sii orgogliosa di tuo figlio perchè come credo di
aver saputo combattere, così credo che saprò morire. Negli uomini che mi
hanno catturato ho trovato nemici leali in combattimento e degli uomini
buoni durante la prigionia...
Saluti
a tutti e prega per l'anima mia. - Giorgio"
Ed al
fratello:
"Caro
Toty,
io non
ti vedrò più, ma ti proteggerò sempre.
Sappi
che combattendo io combattevo solo per ottenere un'Italia Libera da
ogni straniero. Ricorda anche tu quanto nostro Padre ci ha insegnato
<<la Patria sopra tutto ed il suo bene>>....
Abbraccio ancora la mamma con tutto il mio amore. - vostro Giorgio."
(10)
Aderiva
agli ideali di Giustizia e Libertà Pedro Ferreira di anni 23,
sottotenente di fanteria, ufficiale partigiano nella VIIa divisione
Alpina <<Italia Libera>>. Si era battuto per l'apoliticità delle
formazioni partigiane ed a questo riguardo aveva presentato al generale
Cadorna, dopo avere ottenuto l'adesione di molti comandanti partigiani
del Piemonte, un articolato progetto che prevedeva la riunione di tutto
il movimento partigiano in un' unica formazione militare, poco prima di
essere arrestato su delazione. Venne fucilato il 23 gennaio 1945,
Medaglia d'Oro al V.M. .
"Domattina all'alba verrò fucilato. Terminerà così la mia breve ma
intensissima esistenza il cui ultimo periodo, dall'8 settembre 1943 fino
all'ultimo giorno, fu dedicato interamente alla Patria. Muoio
soddisfatto e contento di avere compiuto fino al supremo sacrificio il
mio dovere verso la Patria e verso me stesso....
..."Addio, pregate per me, muoio soddisfatto di avere servito fino
all'ultimo la Patria e di aver salvato il mio onore di ufficiale del
Regio Esercito.
Un
abbraccio, vostro Pedro."
(11)
Giaccomo
Cappellini, di anni 36, era comandante di battaglione nella Brigata
<<Ferruccio Lorenzini>> della divisione Fiamme Verdi <<Tito Speri>>.
Venne fucilato il 22 marzo 1945. Prima di morire scrisse ai suoi cari:
..."
Muoio cosciente di aver compiuto il mio dovere sino all'ultimo ....
tutto dedito a un ideale: la Patria".
Non maledico nessuno, non porto con me odi personali e spero che nessuno
odio mi accompagni...
...Amate tanto la patria, questa nostra patria tanto disgraziata, e,
senza odio, accettate il sacrificio di vostro fratello.
...Ancora vi raccomando il babbo e la mamma. Non dimenticatemi....
Stringendovi forte al cuore vi bacio con tutto il mio affetto. Vostro
Giacomo." (12)
Franco
Balbis, di anni 32, capitano d'artiglieria, decorato di medaglia di
bronzo, medaglia d'argento e croce di guerra tedesca di Ia classe,
ufficiale di collegamento del Comitato Militare Regionale Piemontese,
venne fucilato il 5 aprile 1994, Medaglia d'Oro al V.M. Questo è il suo
testamento sprirituale scritto pochi istanti prima di morire:
"...
Iddio mi permette oggi di dare l'olocausto supremo di tutto me stesso
all'Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice!
Possa
il mio sangue servire per ricostruire l'unità italiana e per riportare
la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero...
....
Desidero che vengano annualmente celebrate, in una chiesa delle colline
torinesi, due messe:
una il
4 dicembre anniversario della battalia di Ain el Gazala; l'altra il 9
novembre, anniversario della battaglia di El Alamein e siano dedicate e
celebrate per tutti i miei Compagni d'arme, che in terra d'Africa hanno
dato la vita per la nostra indimenticabile Italia.
Prego
i miei di non voler portare il lutto per la mia morte: quando si è dato
un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve
ricordare col segno della sventura.
...Con la coscienza sicura d'aver voluto servire il mio Paese con
lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d'esecuzione col
cuore assolutamente tranquillo e a testa alta.
Possa
il mio grido di <<Viva l'Italia libera>> sovrastare e smorzare il
crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e
l'avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali
muoio felice.
Torino
,5 aprile 1944 - Franco Balbis."
(13)
Questi
erano i sentimenti che animarono tanti e tanti giovani combattenti per
la libertà: prima di tutto la Patria. La democrazia era una strada
obbligata come ripudio del fascismo e del suo fallimento. L'anelito di
quei combattenti era per un' Italia migliore, libera, indipendente ed
unita: gli ideali del Risorgimento. (14)
Anche i comunisti sapevano morire senza tremare innanzi al plotone
d'esecuzione od in combattimento, ma la loro tensione ideale traeva
origine da altri sentimenti. Ciò traspare anche nell'ora suprema del
sacrificio: i loro ultimi pensieri andavano, (oltre che, come per tutti,
ai familiari) all'Idea, alla classe operaia, raramente all'Italia, mai
alla Patria.
I loro ideali, al di là di ogni contingente tatticismo, erano diversi:
la rivoluzione sociale; l'abbattimento del capitalismo; il trionfo della
classe operaia; l'instaurazione della dittatura del proletariato. Il
loro modello di Stato era la Russia di Stalin, il loro modello di
democrazia era quello dei gulag.
L' agognata sconfitta del fascismo, che odiavano ciecamente, non era
un ripudio, come per tanti giovani che in esso avevano creduto ed ora si
sentivano traditi, ma era odio di classe. Ed infatti odiavano più i
fascisti che i tedeschi. Cosa che invece non avveniva nella componente
partigiana non comunista che trovava spinta ideale alla lotta nel
desiderio di liberazione della Patria dallo straniero. Questi giovani
invece odiavano i fascisti soprattutto perchè servi dei tedeschi non
perchè fascisti.
E'
evidente quindi che tra le due componenti, quella comunista e quella
delle altre formazioni, c'era soltanto un accordo tattico: nell'ora
della lotta, tutti uniti contro il comune nemico. E non poteva essere
diversamente. In questo senso si indirizzarono gli sforzi di tutti i
capi partigiani, compresi i comunisti, e quelli del governo del Sud.
Ma è altrettanto evidente che le ragioni della lotta erano
profondamente diverse.
Dire quindi che tutti i partigiani lottarono per la libertà e per la
democrazia è un falso storico.
Se
vogliamo riconoscere alla Resistenza il suo autentico valore dobbiamo
prendere atto di questa realtà e riconosre che solo le componenti non
comuniste si riconoscevano in quegli ideali.
***
Un' altra
leggenda che deve essere sfatata, al meno a livello del grosso pubblico,
è quella secondo la quale la stragrande maggioranza dei partigiani era
comunista.
Indubbiamente i comunisti avevano un' organizzazione clandestina che le
altre componenti non avevano; potevano contare su dei quadri che avevano
combattuto nella guerra di Spagna, addestrati alla guerra civile;
avevano una notevole capacità organizzativa (come del resto dimostrarono
anche dopo nell'attività politica del dopoguerra); erano dotati di
grande aggressività, alimentata dal fanatismo politico (o coscienza di
classe, secondo i gusti); erano scientificamente preparati nell'opera di
proselitismo ed attivismo politico per cui nelle loro formazioni,
accanto ai comandanti, vi era sempre un commissario politico con compiti
d'indottrinamento. Tutto ciò rendeva più facile il reclutamento delle
formazioni partigiane che prendevano l'etichetta comunista: le c.d.
Brigate Garibaldi, che operavano in montagna, le SAP ed i
GAP(15)che operavano nella città. Ma non per questo divennero mai
maggioranza assoluta nella lotta di liberazione.
E' vero che le Brigate Garibaldi costituivano quasi il 40% del movimento
partigiano, ma è anche vero che gli appartenenti a queste formazioni non
erano tutti comunisti. Una buona percentuale di essi, compresi i
comandanti di Brigata e gran parte degli ufficiali (che spesso
provenivano da quadri del Regio Esercito), non erano comunisti.
(16)
Su questo punto gli storici della resistenza, compresi i comunisti, sono
concordi.(17)
Nel
novembre 1944 in una lettera aperta che il PCI indirizzava ai partiti
ed alle organizzazioni di massa aderenti al CNLAI ed in risposta alle
velleitarie proposte del PdA di trasformazione del CNL in futuro
governo, "struttura chiave di tutta la democrazia", si
riconosceva a chiare lettere che vi era nel movimento partigiano una
sostanziale <<apartiticità>>. Si affermava esplicitamente che :"Non
sono per la massima parte , inquadrati in alcun partito i nostri
gloriosi volontari, di cui nessuno vorrà negare la partecipazione attiva
e cosciente alla lotta di liberazione..."(18) e si ammetteva così,
sostanzialmente, che il CLN, composto dai partiti antifascisti, non
rappresentava tutto il popolo e neppure tutto il movimento partigiano.
In proposito Luigi Longo, comandante generale delle formazioni
garibaldine, insisteva sul fatto che quelle formazioni erano aperte a
tutti e non avevano pertanto spiccato carattere comunista. In effetti
vi erano accolti elementi di ogni pensiero politico e vi erano
ricercati gli elementi tecnici, anche se provenienti dal servizio
attivo: non era infrequente il caso che il comandante della formazione
fosse apolitico. Così nelle formazioni Garibaldi di Moscatelli in Val
Sesia "... non solo erano accettati, ma erano ricercati uomini di
ogni fede politica ed in particolare ufficiali del servizio
permanente."(19)
Peraltro le Garibaldi non rappresentavano il meglio del movimento
partigiano: "Sorte per lo più da raggruppamenti di sbandati o da
dissidenti di altre formazioni, raccoglievano spesso l'elemento più
torbido, più difficilmente disciplinabile."(20)
Vi era poi qualche caso in cui le Brigate Garibaldi non erano neppure
collegate con il PCI, come nel Lunese e nell' Appennino tosco-emiliano.
"La differenzazione delle formazioni è, di norma, costituita al
vertice, nei quadri dirigenti appartenenti a questo o quel partito; alla
base i partigiani o non appartengono ad alcun partito oppure militano in
questa o quella formazione senza porre pregiudiziali politiche. (21)
Seconde
per importanza erano le formazioni G.L., Giustizia e Libertà,
che facevano capo al partito d'azione, un partito con molti capi e
pochi gregari, per cui le G.L. cercavano di mettere la loro etichetta
sulle formazioni militari del tutto ignare degli ideali azionisti.
Tuttavia svolsero il loro compito con slancio e generosità, anche se
spesso dovevano difendersi dall'invadenza comunista.(22)
Vi erano poi quelle ispirate dal partito della Democrazia Cristiana e
dal partito liberale, con le formazioni "Fiamme azzurre" e "Fiamme
verdi", le Brigate del Popolo etc. Questi partiti sostennero sin
dall'inizio che le formazioni partigiane dovevano avere spiccato
carattere militare, essere apartitiche e rappresentare l'Esercito
italiano al Nord.
Il partito socialista si era lasciato distanziare nell'organizzazione e
pertanto le formazioni Matteotti non erano numerose e neppure
agguerrite "... soffrivano di questa inferiorità e cercavano con ogni
mezzo di reclutarne: non sempre ebbero la mano felice nella scelta degli
uomini". (23)
Vi era
infine la numerosa galassia delle formazioni autonome come le"Osoppo"
in Friuli e nelle Venezie, le "Di Dio" in Piemonte, le Brigate "Mauri",
forti di 6.000 uomini, nelle Langhe, le "Beltrami" sul Lago d'Orta, le
Brigate "Mazzini" venete, la "Franchi" di Edgardo Sogno etc. Erano tra
le migliori e più disciplinate.(24)
Tra le varie formazioni partigiane non scorreva buon sangue, spesso
esse erano in concorrenza tra loro per il vettovagliamento, il controllo
del territorio, la distribuzione delle armi. Il movimento partigiano
italiano soffrì molto di queste divisioni e conseguì risultati minori di
quanto avrebbe potuto proprio per questa frammentazione e questi
contrasti. Solo formalmente mantenne un carattere unitario, che
nell'ultimo periodo vide un generale dell'esercito regolare, Raffaele
Cadorna, al vertice, con Longo e Parri vice comandanti. Del resto, se
non si toglieva ai partiti il controllo sulle formazioni e si creava,
come volevano i migliori combattenti ( v. sopra il progetto del
comandante partigiano Medaglia D'Oro Pedro Perreira), un solo organismo
militare apolitico, era impossibile ottenere un esercito unico. Ciò non
fu possibile soprattutto perchè i comunisti, attraverso la lotta
antifascista, intendevano porre le basi della futura lotta politica e
creare con l'esercito partigiano uno strumento che poteva servire alla
bisogna anche dopo la guerra.
Orbene, i
comunisti, sebbene numerosi, non erano maggioranza assoluta, e non
potendo egemonizzare ed assorbire per intero il movimento partigiano,
come fece Tito in Jugoslavia (25), impedirono che l'esercito partigiano
divenisse un organismo unitario, militare ed apolitico, un esercito che
fosse soltanto italiano, l'equivalente al Nord dell'altro esercito
italiano che risaliva dal Sud la penisola nel CIL e nei Gruppi di
Combattimento insieme alle truppe Alleate (26).
A volte i
contrasti erano molto forti e gli uni con gli altri si rinfacciano
inadempienze e tradimenti. "A sentire i rapporti di parte comunista
solo loro fanno la guerra e gli altri nulla: i G.L. patteggiano e
tradiscono, i democratici addirittura se la fanno coi tedeschi, gli
autonomi sono addirittura dei fascisti: Nella realtà le cose vanno ben
differentemente: l'Ossola è stata difesa da Di Dio, la Val d'Aosta dagli
autonomi, le langhe da Mauri. I Garibaldini sono inattivi in Ossola e in
Val d'Aosta, sono scappati in val Chiusella e nelle Langhe, in Friuli è
stata la Osoppo che ha combattuto ecc.."(27).
In questo
clima i comunisti non erano contrari all'unificazione, ma non la
volevano apolitica e militare, essi perseguivano uno scopo esattamente
contrario a quello auspicato dal Governo italiano e dagli Alleati e
cioè limitare gli obiettivi della guerriglia alla cacciata dei tedeschi
e dei fascisti ed al riscatto nazionale con l'instaurazione della
democrazia. Volevano unificare l'esercito partigiano politicizzandolo
ancor di più , nella speranza, o forse certezza, che sarebbero riusciti
a prevalere sulle altre correnti, creando uno strumento di lotta
politica per le future conquiste del proletariato, contro l'imperialismo
(naturalmente quello anglo-americano, non russo) ed i reazionari, per un
avvenire migliore, popolare e progressista. In parole povere per
l'instaurazione del potere sovietico.
A fine guerra non smobilitarono del tutto, nonostante gli ordini di
disarmo delle formazioni provenienti dagli Alleati e la cura che questi
misero nelle operazioni relative. Molti occultarono le armi, altri
continuarono la "mattanza" nei confronti dell'odiato fascista
reazionario, senza altro motivo che non fosse lo spirito di vendetta ed
il cieco odio politico e di classe (molte persone vennero uccise perchè
reazionarie o per motivi strettamente personali). I fascisti
indicano la cifra di centomila morti ammazzati dopo il 25 aprile 1943.
Ma anche se questa cifra è esagerata e più vicina alla realtà appare
quella indicata da Ferruccio Parri in 30.000 morti, non può esservi
giustificazione alcuna per questo inutile olocausto: la guerra civile
era stata durissima, atrocità erano state commese da entrambe le parti,
ma certamente in maggior misura dai nazi-fascisti che colpivano per
reazione, che torturavano per estorcere informazioni e condannavano
quasi sempre a morte i partigiani catturati. I tedeschi poi si erano
macchiati spesso di crimini orribili contro la popolazione civile come a
Pietransieri in Abruzzo (strage dimenticata), a Boves, a Marzabotto etc.
Se si può comprendere il desiderio di giustizia di chi aveva visto
morire i compagni o i congiunti, non si potrà mai giustificare quell'inutile
strage avvenuta a guerra ormai finita: nessuna esigenza militare poteva
fornire l'alibi (come invece era stato durante la guerra) a quell'orrendo
massacro. Per giorni e giorni nelle città del Nord i carri della
nettezza urbana raccoglieranno al mattino i cadaveri dei giustiziati
durante la notte. Molti morti rimanevano ignoti perchè riconoscerli
poteva costare la vita. C'è un elenco di barbarie senza fine perpetrate
in quei giorni con la scusa di punire i <<colpevoli>>: "Gente viene
sepolta viva, gettata negli alti forni delle fabbriche, massacrata a
colpi di piccone nella testa, linciata, impiccata... Nella vertigine
delle rivalse viene travolto anche chi non ha colpe, chi non sa
difendersi..."(28)
Nelle
loro furia omicida i rossi vogliono emulare le atrocità subite: a
Treviso 110 marò della Xa MAS vengono uccisi con un colpo alla nuca in
un bunker che poi viene fatto saltare con la dinamite, come aveva fatto
Kappler alle Ardeatine. A Pieve di Cento (Bologna) un gruppo di armati
entra nella casa della famiglia Govoni composta da sette fratelli, di
cui due anno aderito alla RSI: ne prelevano sei, ma la più giovane, Ida,
di soli 20 anni, è sposata ed abita col marito, ha appena partorito.
Vanno a prelevarla, sta allattando la piccola, gliela strappano dalle
braccia e portano via la donna insieme agli altri: verranno tutti uccisi
dopo atroci sevizie. Così vengono vendicati i sette fratelli Cervi (che
non erano comunisti) fucilati dai fascisti durante la guerra.
Quasi mai
i morituri vengono accusati di crimini specifici ma genericamente "...
di fascismo, di collaborazionismo, soprattutto di essere capitalisti
e quindi nemici del popolo." (29)
Nessuno
paga per tanti delitti: l'amnistia Togliatti cancella i delitti politici
commessi nei 14 mesi successivi al 25 aprile, un'infamia: Per gli altri
c'è la protezione del PCI che spedisce quei pochi che si è riusciti ad
indiziare nei santuari della Jugoslavia e della Cecoslovacchia.
Nel c. d. "Triangolo della morte", nelle province di Bologna,
Modena e Reggio Emilia il terrore imperversa per due anni. Quattrocento
agricoltori, piccoli industriali, possidenti, sacerdoti, ex partigiani
non comunisti vengono "prelevati ed assassinati dai <<rossi>>
secondo i quali la palingenesi sociale consiste nell'ammazzare chi la
pensa diversamente. Difficile il conto dei morti."(30)
La strage
continua fino a quando un coraggioso capitano dei carabinieri ed il
questore Carmelo Marzano riescono ad arrestare alcuni dei banditi
fucilatori. Ma ancora oggi la maggior parte dei delitti è rimasta
impunita.
Queste azioni nulla hanno a che vedere con la Resistenza, sono però
indicative di quali diversi ideali e quale diverso disegno politico
stavano dietro le due componenti della lotta di liberazione: è evidente
che nulla , assolutamente nulla, poteva accomunare queste belve umane
agli eroici combattenti per la libertà delle componenti non comuniste
dei quali qui sopra abbiamo letto le lettere ai familiari.
* * *
Al
termine di questo lungo discorso occorre trarre la conclusione: il
movimento partigiano in Italia non ebbe un rilevante valore militare, ma
non fu indifferente alle sorti della guerra. Forse non riuscì ad
abbreviarla di molto, ma logorò, nel corso di due anni, l'esercito
tedesco e quello della Repubblica di Salò. Impegnò un numero non piccolo
di divisioni tedesche, sette od otto, che si dovettero impegnare
permanentemente nella contro guerriglia ed assorbì, quasi per intero, il
potenziale bellico della RSI, circa 300.000 uomini tra esercito
regolare, volontari e brigate nere; inflisse perdite rilevanti in uomini
e mezzi sia ai tedeschi che ai fascisti.
Al di là
dell'effettivo valore strategico delle azioni dei partigiani, essi
resero insicure le linee di comunicazione, costrinsero l'occupante a
distogliere forze notevoli dal fronte, lo obbligarono ad una continua
sorveglianza di ogni deposito e di ogni posto militare, minarono il
morale dei combattenti. E che le cose non fossero tranquille per
l'esercito tedesco è espresso in una canzone in voga tra i soldati:
Non
lasciarci qua, Fùhrer,
dove
il Duce governa senza paese e senza potenza,
dove i
partigiani non danno pace,
dove
la notte in ogni angolo si spara e si strepita,
dove
ogni notte ci saltano le rotaie,
dove
il treno salta per aria,
dove
le lettere arrivano dopo tante settimane,
non è
questa la nostra patria; eppure perseveriamo
dalle
foci del Tevere fino alle Alpi...
Al
diavolo questo maledetto paese,
tutti
gridiamo in coro:
non
lasciarci qua, Fuhrer, prendici in patria nel Reich.
Secondo i
dati ufficiali della Presidenza del Consiglio i partigiani ebbero
44.700 caduti e 21.000 mutilati ed invalidi; i civili uccisi per
rappresaglia furono 9.980, all'estero caddero 32.000 soldati ed altri
30.000 morirono di stenti nei campi di concentramento in Germania.
Complessivamente i militari caduti furono 87.000 compresi, 6.000
dell'esercito di liberazione.(31) Non ci sono statistiche attendibili
circa le perdite inflitte al nemico. Kesselring nel suo libro Soldat
bis zum letzten Tag riconosce che esse << devono essere state
forse superiori a quelle complessive delle formazioni partigiane>>.(32)
Anche per i caduti della RSI vi è incertezza. Vi è un elenco, molto
incompleto, di morti accertati che comprende 35.000 nomi (figurano anche
2.000 donne), che riguarda però anche caduti dopo il 28 aprile '45.
Il
contributo quindi alla liberazione del paese dall'occupante tedesco non
fu nè insignificante nè modesto, ma non può essere calcolato sui dati
della partita doppia delle perdite e dei guadagni.
La lotta contro i tedeschi e contro i fascisti di Salò si misura sulla
base degli ideali che seppe suscitare, primo tra tutti quello del
riscatto nazionale e della conquista della libertà, che non poteva
dipendere interamente dagli eserciti Alleati, pena la mortificazione del
popolo italiano.
A
cinquant'anni da quegli eventi qualcuno discute se non fosse stato
meglio evitare la guerra partigiana ed attendere gli Alleati che,
comunque, avrebbero vinto la guerra, e si sarebbero risparmiati gli
orrori della guerra civile e tanti lutti.
Costoro,
evidentemente, non hanno vissuto quei tempi: la lotta partigiana non fu
una scelta, fu una necessità. I tedeschi per primi rivolsero le armi
contro i nostri soldati che a volte si difesero, a volte si sbandarono e
furono braccati, minacciati di morte e deportazione. Non sanno costoro
che nei primi due giorni seguiti all'8 settembre caddero in
combattimento 3.000 soldati italiani. La guerra partigiana fu, prima di
ogni altra cosa, reazione alla brutalità dell'occupante. Il popolo non
fu tanto vigliacco da subire il sopruso.
Il resto
venne dopo perchè sangue chiama sangue, fino alla fine.
(Fine)
CARLO BACCELLIERI
Note
(1) E' emblematico che al Nord come al Sud alcuni reparti portavano lo
stesso nome come appunto Nembo, Folgore, S.Marco.
(2) Guardia Nazionale Repubblicana, che aveva anche compiti di Polizia.
(3) Partito Liberale, Democrazia Cristiana, Partito d'Azione, Partito
Socialista e Partito Comunista.
(4) Generale Raffaele Cadorna.
(5) Relazione della divisione Garibaldi "Natisone" al
CLNAI del 22.12.1944 n. prot. 211, in: Raffaele Cadorna, <<La
Riscossa>>, Betti Edit. - Torino.
(6) P. Malvezzi - G. Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte
della Resistenza italiana, G. Einaudi editore - Torino 1975.
(7) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(8) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(9) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(10) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(11) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(12) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(13) P. Malvezzi - G. Pirelli, op. cit -
(14) Anche Giorgio Bocca, in "Rivista militare", n.5
settembre-ottobre 1996, ritiene che "La guerra partigiana è stata
certamente una guerra risorgimentale, non politica, come hanno detto in
molti. Forse il Partico Comunista poteva pensarla in questo modo; ma i
partigiani comunisti che io ho conosciuto in montagna facevano la guerra
contro i tedeschi, gli invasori della Patria." Evidentemente non
erano veri comunisti .
(15)I GAP, Gruppi di Azione Patriottica, erano monopolio comunista.
Agivano con i sistemi tipici del terrorismo urbano: bombe ed agguati
proditori. Ad essi si debbono le azioni più efferate della lotta
partigiana, compiute allo scopo di provocare la reazione nazifascista e
quindi attizzare l'odio contro l'occupante e contro i fascisti, come ad
es. l'inutile strage di via Rasella a Roma ove vennero trucidati 33
altoatesini della polizia territoriale, l'uccisione del filoso Giovanni
Gentile a Firenze, l'uccisione del cieco di guerra, medaglia d'Oro Aldo
Resega a Milano.
(16) Non era, ad esempio, comunista il conte Pier Bellini delle Stelle
detto Pedro, comandante della 52a Brigata Garibaldi che fermò la colonna
dei gerarchi fascisti a Dongo.
(17) "La suddivisione partitica non corrisponde , nella realtà , alle
scelte politiche degli appartenenti a ciascuna formazione, neppure nei
quadri più elevati... L'appartenenza a questa o quella formazione
partigiana è il più delle volte o dovuta al caso, o ad una scelta
emotiva indipendente dall esistenza o meno di una propensione di fede
politica. Questa eterogeneità caratterizza tutte le formazioni, e forse
più delle altre le stesse brigate Garibaldi". - Massimo Rendina, op,
cit.
(18) Roberto Battaglia, "Storia della Resstenza italiana",
Einaudi, Torino, 1964.
(19) Raffaele Cadorla, "La Riscossa". Betti, Torino.
(20) Raffaele Cadorna, op. cit. -
(21) Roberto Battaglia, op. cit. -
(22) Raffaele Cadorna, op.cit. -
(23) Raffaele Cadorna, op.cit.
(24) Dopo il ritiro dell'esercito italiano dai Balcani vaste zone di
territorio furono occupate dalle bande di Tito che riuscì ad imporsi
sulle formazioni dei cetnici anticomunisti unificando
tutte le bande sotto il suo comando, imponendo leve militari, tributi
alla popolazione ed amministrazioni militari sul territorio. Il che gli
tornò comodo al momento del crollo definitivo dell'esercito tedesco e di
quello della Repubblica Sociale quando riuscì ad occupare, non senza
l'aiuto dei comunisti italiani, la Dalmazia e l'Istria, arrivando fino
a Trieste, che subì un'occupazione durissima per 40 giorni, con relativo
corollario di infoibati.
(25) Sebbene gli Alleati non avesserro alcun interesse politico a che
l'Italia acquistasse benemerenze liberatorie e avanzasse eccessive
pretese al momento del trattato di pace, tuttavia consentirono che un
piccolo esercito italiano prendesse parte alla guerra. La prima unità
fu il Raggruppamento Motorizzato già nel dicembre 1943, poi due
divisioni del Corpo Italiano di Liberazione, infine i <<Gruppi di
Combattimento>> Legnano, Cremona, Folgore, Friuli, Mantova e Piceno,
con reparti paracadutisti e reggimenti speciali per una forza
complessiva di 60.000 uomini, oltre a 7 divisioni ausiliarie (160.000
uomini). Parteciparono valorosamente anche la Maina con 9 incrociatori,
10 cacciatorpediniere, 23 torpediniere, 19 corvette, 36 sommergibili, 16
MAS, 14 motosiluranti, e circa 400 unità minori. L'aviazione partecipò
con 2 Gruppi da combattimento al suolo, 3 Gruppi caccia, 6 Gruppi da
bombardamento e trasporto, e 4 idrovolanti. AA.VV., "Le Forze Armate
nella Guerra di Liberazione 1943,1945". Stabilimento Grafico
Militare, Gaeta 1995.
(26) Raffaele Cadorna, op.cit.
(27) Silvio Bertoldi, "La chiamavamo Patria", Rizzoli libri Spa,
Milano 1989.
(29) Silvio Bertoldi, op. cit.
(31) Silvio Bertoldi, op. cit.
(32) Il generale Alberto Zignani in un recente scritto riportato su "Rivista
militare", n.5, settembre ottobre 1996, giustamente osserva come
sia stato del tutto sottovalutato dalla "vulgata" sulla
Resistenza il prevalente contributo dei miliatari italiani che fu "...una
Resistenza che trovò il suo punto di forza principale nel giuramento di
fedeltà a suo tempo prestato al Re, come tantissimi resoconti
confermano. E ciò chiaramente avrebbe ulteriormente <<annacquato>> la
versione ideologica che delle Resistenza si voleva dare ." E
puntualizza come il principale artefice della Resistenza è stato proprio
l'Esercito.
(30) Riportato da Roberto Battaglia, op. cit.