 



                                      

"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si
spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
 |
Pagina
Iniziale
Preferiti
Forum |
|
Fai
conoscere Ilduce.net ai visitatori del tuo blog o del tuo
sito. Scarica i nostri loghi e banner e diffondili.

|
|






|
|
|
"La rubrica
segreta delle spie"
fonte:
Corriere della Sera
Per la prima volta
uno storico ha potuto leggere l’agenda dei capi della polizia Bocchini e
Senise dove erano custoditi i nomi degli informatori.
Negli
anni trenta il capo della polizia fascista Arturo Bocchini annotò
in una rubrica i nominativi dei suoi condifenti, con i nomi di
copertura e i numeri in codice dei singoli spioni; quel registro,
ereditato dopo la morte di Bocchini, nel novembre 1940, dal
successore Carmine Senise, rivela altresì i complicati criteri
d’inoltro della corrispondenza, a tutela delle “barbe
finte”. Caduto il regime, il “registro delle spie” fu
rinvenuto nella documentazione archivistica trasferita al Nord; il
31 ottobre 1945 il nuovo capo della polizia Luigi Ferrari lo
consegnò al Commissariato per la punizione dei delitti fascisti,
affinché se ne servisse per l’epurazione di quanti si erano
compromessi con l’apparato repressivo del regime.
Custodito per decenni negli archivi del ministero dell’Interno
come un imbarazzante reperto, il registro fu poi trasmesso
all’Archivio centrale dello Stato, dove è rimasto a lungo fuori
consultazione. Oggi quel documento finalmente desecretato, svela i
suoi misteri. Si tratta di una grossa rubrica rilegata in pelle
nera con angoli e dorso verdi, sul cui frontespizio è
stampigliato il timbro “segreto”. In 230 pagine compaiono 372
nominativi di fiduciari diretti della Divisione polizia politica,
con i recapiti ufficiali e clandestini di questo esercito di spie,
impegnato nel decennio compreso tra la conquista dell’Abissinia
e l’occupazione tedesca a raccogliere notizie e talvolta a
ordire provocazioni per conto della polizia politica del Duce.
A
reggere il gioco spionistico erano alcuni funzionari del ministero
dell’Interno, iscritti essi pure nel registro, sebbene con la
precisazione “non è fiduciario”. Un ruolo di rilievo svolse
Pietro Francolini (nome di copertura 1000 Senna), operativo presso
il Regio consolato d’Italia a Parigi; da lui dipendevano alcuni
elementi infiltratisi in Giustizia e libertà. Rosario Barranco
(pseudonimo 2000 Varo) era distaccato presso il consolato generale
d’Italia a Nizza, destinatario di plichi che smistava ai suoi
confidenti: “Spedire lettere per corriere diplomatico, applicare
i suggelli di ceralacca a tutta la corrispondenza; indirizzo
privato da usare in casi urgenti ed eccezionali e solo per ordine
del Sig. Capo divisione”. Terzo regista dello spionaggio
oltralpe era Ettore Pettinati (Rodano 3000), aggregato al
consolato di Marsiglia e quindi incaricato della Sezione speciale
di polizia all’Ufficio Ps di Mentone; la Divisione polizia
politica ricorse al corriere diplomatico anche per corrispondere
con Pettinati.La rete segreta statunitense faceva invece
capo a Umberto Paradossi (6000 Husdon), presso il consolato
italiano a New York.
Emerge
dunque – dato preoccupante sul versante della storia delle
istituzioni – il generalizzato utilizzo della rete diplomatica
per foraggiare e gestire la rete spionistica all’estero. Nel
plotone dei fiduciari spiccano i “fedelissimi”, reclutati in
epoca liberale e rimasti negli organici durante il ventennio
fascista, transitati indenni attraverso l’esperienza del governo
Badoglio e quindi attivi sotto le insegne della RSI o addirittura
tornati al vecchio lavoro in epoca democratica.
Soltanto
la morte troncò la carriera dei più navigati “spioni di lungo
corso” alcuni dei quali celavano dietro la facciata sovversiva
un’inimmaginabile fedeltà alle istituzioni: è il caso
dell’anarchico Bernardo Cremonini (6 Solone), attivo
nell’emigrazione politica in Francia. Le politiche mutavano, i
regimi cadevano, ma le più provette spie restavano al loro posto,
fedeli al potere, chiunque lo detenesse.
I
vertici della polizia coprivano di mille attenzioni i loro
affiliati, come traspare dai criteri indicati per le spedizioni al
ragionier Federico Crivelli (301 Osvaldo), longa manus spionistica
nel Canton Ticino: “Indirizzare a Quirighetti Giulio, fermo
posta Campione d’Italia – Assegni: tramite comm. Assirelli –
Per eventuali comunicazioni inviare a Lugano a suo nome, via
Trevano 2b, cartolina illustrata di saluto e ciò varrà a far
sapere al fiduciario che a Campione vi è corrispondenza per lui
–Se non si tratta di cose urgentissime, non spedire ogni giorno,
ma raggruppare le lettere spedendo una volta la settimana – La
cartolina illustrata d’avviso non scriverla sempre nello stesso
modo mettendo sempre la stessa forma di saluti in un angoletto:
variare per non dare sospetto al portalettere. Variare anche il
tipo di cartoline. La corrispondenza deve essere spedita tramite
il questore di Milano”.
Per
gli studiosi del sistema repressivo fascista lo squallido
campionato del registro rappresenta un’essenziale banca dati
che, mediante trattazione incrociata ed elaborazione al computer,
consente interessanti scoperte. Spicca ad esempio la straordinaria
estensione del “gruppo Menapace”, probabilmente la più
ramificata rete fiduciaria esistente negli anni Trenta, forte di
una dozzina di elementi capitanati dal trentino Ermanno Menapace
(98 Spandri), la cui opera fu sperimentata in Francia, in Belgio e
nell’Africa italiana.
Il
rapporto fiduciario s’interrompeva ogni due ordini di motivi: a)
soggettivi, ovvero inaffidabilità o inefficacia del confidente;
b) oggettivi, legati a ristrutturazioni della rete motivate da
esigenze generali. La dimissioni si ebbero in rari casi. Anni di
esistenza segreta sotto il segno della collaborazione volontario
con la polizia ostacolavano il ritorno a una vita normale, con la
rinunzia a lucrosi proventi e al senso d’onnipotenza insito nel
rapporto privilegiato con la struttura repressiva del regime.
Un’ondata di licenziamenti fu disposta tra l’autunno 1939 e la
primavera 1940: l’occupazione nazista della Francia privò gli
esuli politici del principale retroterra e sconsigliò il
mantenimento di un costoso apparato di controllo.
Crollato
il regime, una parte dei personaggi censiti nell’infamante
catalogo scansò l’inserimento nell’”elenco nominativo dei
confidenti dell’Ovra” pubblicato sul supplemento alla Gazzetta
Ufficiale del 2 luglio 1946. Sospetti di omissioni compiacenti e
di salvataggi per questo o quel personaggio aleggiarono da subito,
e l’impossibilità di accedere al “documento principe”
autorizzò ogni illazione. Oggi,
dal raffronto tra i diversi elenchi, si scopre che a passarla
liscia furono anzitutto i giornalisti alcuni dei quali – pure
segnati nella rubrica dei confidenti – furono ignorati dalla
Gazzetta Ufficiale. Emblematici i casi di Gian Carlo Govoni,
Ubaldo Silvestri e Alberto Giannini. Govoni, (770 Pisa: riceveva i
denari nell’abitazione romana di via Pisanelli), direttore
dell’Agenzia International News Service, era corrispondente dei
quotidiani Tribuna, Sera e Gazzetta del Popolo. Silvestri (796),
già redattore della Giustizia e del Resto del Carlino, nonché
collaboratore del Messaggero, nel dopoguerra fu segretario di
redazione del Popolo. Giannini, fondatore nel 1924 del settimanale
satirico antimussoliniano Il becco giallo, durante l’esilio in
Francia aveva mutato orientamento politico e finì
ignominiosamente sul libro paga di Bocchini insieme alla sua
convivente; i compensi gli venivano pagati a Roma, in corso
Trieste 171.
Il
quadernone di Bocchini conferma inequivocabilmente lo status
spionistico del romanziere Pitigrilli, designato coi nomi di
copertura femminei di “Maria Rosa” e “Ivonne”. Egli
riceveva alternativamente denaro e richieste di informazioni al
recapito torinese di Corso Perschiera 28 e all’alloggio parigino
dell’Hotel de Lutéce, 5 rue Chaplain. Scoperto dagli
antifascisti nel 1939, lo scrittore fu di lì a poco scaricato
dalla polizia segreta, come si desume dall’ultima impietosa
annotazione apposta sul foglio a lui intestato: “Licenziato”.
Il registro riflette una schiera di personaggi asserviti a un
potere straordinariamente abile nell’utilizzo degli strumenti
occulti di controllo dell’opinione pubblica. Accanto ai
doppiogiochisti reclutati nelle file dei dissidenti ritroviamo un
cospicuo numero di benpensanti, persone comuni immerse nella vita
di quartiere o attive nelle professioni liberali, che – con
sdoppiamento sconcertante – fornivano rapporti sul loro ambiente
e sulle loro frequentazioni. Queste spie erano cittadini
qualunque, persone – almeno apparentemente – “senza qualità”:
eroi sconosciuti del loro tempo (l’era fascista), servitori
segreti della dittatura, assistenti volontari vendutisi un tanto
al mese alla polizia politica. |