 



                                      

"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si
spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
 |
Pagina
Iniziale
Preferiti
Forum |
|
Fai
conoscere Ilduce.net ai visitatori del tuo blog o del tuo
sito. Scarica i nostri loghi e banner e diffondili.

|
|






|
|
|
IL FASCISMO E LA
MAFIA
Un altro "grande
successo" del regime, messo dalla propaganda nel conto attivo insieme
alla "battaglia del grano", alle trasvolate e alla bonifica
dell'Agro Pontino, fu la lotta contro la mafia. Protagonista di questa
impresa (che si sviluppò fra il 1925 e il 1929) fu Cesare Mori, il
cosiddetto "Prefetto di Ferro". Mori nel '21 era prefetto di
Bologna e fu il solo prefetto d'Italia a opporsi alle orde dilaganti dei
fascisti. Quando Mussolini salì al potere trovandosi tra l'altro ad
affrontare il problema del banditismo e della mafia siciliana, gli venne
fatto il nome di Mori. Mussolini disse: "Voglio che sia altrettanto
duro coi mafiosi così come lo è stato coi miei squadristi
bolognesi". Così Mori partì per la Sicilia come uno sceriffo
mediterraneo dell'epoca moderna. Arruolerà uomini, guardie giurate e
truppe regolari per le sue battaglie campali, ma non si sottrarrà anche a
epici inseguimenti e duelli a cavallo. Nessuno come lui arrivò ad
umiliare tanto la mafia. Se non riuscì fino in fondo nel suo intento, ciò
dipese dal potere politico, che fermò la sua azione quando stava per
travolgere le più alte e vitali strutture della "onorata società".
La vera mafia - la cosiddetta "alta mafia" - non è dunque
debellata, ma il regime si vanta ugualmente di averla distrutta e tale
tesi sarà unanimemente accettata anche dagli storici. In effetti il
fascismo, dopo la grande retata di "pesci piccoli" realizzata da
Cesare Mori, viene a patti con l'"alta mafia", nel 1929 richiama
a Roma il "Prefetto di Ferro" (verrà nominato senatore) e, in
un certo senso, "restituisce" la Sicilia ai capi mafiosi ormai
fascistizzati. Infatti, i condoni e le amnistie, subito concesse dal
governo dopo il richiamo di Mori, hanno favorito molti pezzi da novanta
che, appena tornati in libertà, si sono subito schierati fra i
sostenitori del regime anche se, dopo il 1943, gabelleranno i pochi anni
di carcere o di confino come prova del loro antifascismo. I più
avvantaggiati dal nuovo corso politico sono tuttavia gli esponenti
dell'"alta mafia" che, ormai al sicuro da ogni sorpresa,
aderiscono in blocco al fascismo, e i grandi proprietari terrieri che,
grazie alle leggi liberticide del regime, non hanno più bisogno delle
"coppole storte" per tenere a freno i braccianti o i fittavoli
più irrequieti. Anche questi gruppi sociali hanno fatto pressione sul
governo affinchè liberasse l'isola dall'incubo di Mori. Col ritorno della
normalità, possono nuovamente dedicarsi ai loro affari e ai loro traffici
senza più correre il rischio di essere colpiti dagli imprevedibili
fulmini dell'intransigente prefetto. Si distingue, per l'eccezionale
attivismo, una principessa amica e amante del quadrumviro Michele Bianchi
alla quale, a torto o a ragione, viene riconosciuto il merito di avere
abbattuto Mori (a casa sua, la sera in cui giunse da Roma la notizia del
licenziamento del prefetto, fu organizzata una festa). La nobildonna può
liberamente realizzare tutte le sue avventurose iniziative immobiliari. Le
sue suppliche a Mussolini, sempre scritte su cartoncini rosa profumati,
ottengono buona accoglienza sia che si tratti di vendere "a prezzo
adeguato" degli immobili allo Stato o alle organizzazioni del
partito, sia che si tratti di cedere a "mille lire il metro
quadrato" suoli di proprietà della sua famiglia.
Cesare Mori che si è stabilito a Roma, frequenta abitualmente il Senato.
Non si è ancora rassegnato alla sconfitta e continua a occuparsi dei
problemi dell'isola (praticamente non si occupa d'altro). Presenta piani e
progetti di legge, o interviene, in qualità di esperto quando l'argomento
Sicilia affiora nelle discussioni di Palazzo Madama. Il 30 marzo del 1930,
parlando dell'atavica fame di terra dei contadini siciliani, definisce
inconcepibile il fatto "che la proprietà terriera della Sicilia sia
accentrata per un terzo della superficie catastale dell'isola nelle mani
di ottocento famiglie e che, di queste, meno di duecento ne possiedano un
sesto. La Sicilia - aggiunge - non ha soltanto bisogno di interventi di
polizia, ma anche di interventi finanziari, di scuole e di bonifiche.
Perchè oggi in gran parte dell'isola la vita è selvaggia, non dirò
africana, perchè nelle nostre colonie c'è più civiltà. E se si vuole
liquidare la mafia, che è ancora viva (se non proprio vegeta) e pronta a
rialzare la testa, occorre bonificare, bonificare l'isola materialmente e
spiritualmente.... - .
La mania dell'ex prefetto di sollevare il problema della mafia ad ogni
occasione, dà fastidio ai fascisti. Un giorno Leandro Arpinati, diventato
sottosegretario agli Interni, pochi giorni dopo il siluramento di Mori a
Palermo, lo zittisce sgarbatamente invitandolo a non parlare più di una
vergogna che il fascismo ha cancellato. "E' nostro diritto e nostro
dovere dimenticare", ammonisce irosamente il sottosegretario
bolognese.
Di quei giorni l'ufficio stampa del ministero dell'Interno provvede anche
a distribuire una velina ai giornali invitandoli, nel caso pubblicassero
articoli sulla Sicilia, a tenere presente che "la mafia non ha
rappresentato, neppure nel suo momento di massimo rigoglio, altro che un
aspetto trascurabile e marginale nel grande quadro della vita siciliana
fatta di lavoro onesto e di pace".
E' in atto, da parte del regime, un chiaro tentativo di minimizzare la
questione.
|