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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"

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L'oro alla Patria
La donazione delle fedi: Anche gli stranieri offrono oro all'Italia

 

 

L'oro alla patria. Il dono delle fedi matrimoniali alla patria costituì uno dei momenti più impressionanti del consenso delle masse al regime fascista. Per favorire questo risultato tutti i mezzi di comunicazione si adoperarono in una martellante opera di propaganda.
Ecco un esempio di quella propaganda: un articolo pubblicato da uno dei più diffusi settimanali femminili dell'epoca, Lei. L'autrice è una delle più note giornaliste-scrittrici di quegli anni, Milly Dandolo:
"Fra qualche giorno tutte le donne d'Italia avranno dato alla Patria il loro anello nuziale:
Elena Regina e l'umile contadina, la milionaria e mia madre. Con parole semplici e belle, che forse una grande scrittrice non avrebbe saputo dire, Elena Regina offre il suo dono ritrovando nell'invio l'accento lirico della fidanzata regale che amava scrivere versi. Parla, Elena Regina, anche per i milioni di donne italiane che non saprebbero esprimersi. Fra qualche giorno, la mano regale tesa senza anello si confonderà a tutte le altre mani; a quella dell'umile contadine, a quella della milionaria, a quella di mia madre.
Penso a queste mani nude, e le vedo: mani affilate e curate, mani ruvide e brune, mani fresche di giovinezza, pallide mani grinzose. Tutte nude, e tese come in un gesto di giuramento: nude, anche se qualcuna avrà conservato una pietra verde o azzurra, o lo scintillio d'un diamante: non v'è splendore di gemma che possa resistere allo splendore di questa nudità...
Verrà il giorno in cui le madri diranno ai piccoli figli: "Vedi questo cerchietto d'acciaio? Una volta non usava così: una volta usava portare un cerchio d'oro prezioso. Ma la Patria ci ha chiesto: Che cosa potete dare per me? E noi le abbiamo risposto: Ecco i nostri mariti e i nostri figli, ecco il nostro oro e il nostro amore". E i figli di quel tempo ascolteranno, incantati, come chi ascolta una meravigliosa leggenda, e immagineranno, con occhi stupiti, lo splendore di quel oro che usava illuminare un tempo le mani femminili.
E così, dunque, non c'è bisogno di un invito alle donne d'Italia: esse hanno dato e daranno più di quanto è stato chiesto, con quella generosità che è propria delle donne in ogni dedizione e in ogni abbandono. Penso invece alle altre, alle giovani che non possono donare ciò che non possiedono: penso alle fanciulle dalle fresche mani senza anello. Si sentiranno inferiori alle madri, alle sorelle, alle amiche di maggiore età: cercheranno i più preziosi fra i loro gingilli, i loro ricordi, dolenti solo che il dono e il sacrificio non abbiano l'altro sublime significato....
Sappia il mondo che questo oro è diverso da quello che si compra e si vende comunemente: non c'è bilancia che possa misurare il suo peso, non c'è listino che possa fissare il suo prezzo. Potrebbe valutarlo soltanto la bilancia della giustizia: e allora vedremmo forse la piccola fede d'oro pesare assai di più d'un sacco di monete preziose. Miracoli che succedono nelle favole! Ma le donne che inventano le favole per i loro bimbi piccini, hanno inventato questa volta, anzi un'altra volta, la favola dell'amore per i piccini e per i grandi. Sappia il mondo che ogni grammo di questo oro, fuso nella fucina dell'amore si moltiplicherà come il pane del Vangelo, diventerà, per la Patria, sorgente inesauribile di ricchezza e di forza, garanzia d'un sereno avvenire. Sappia il mondo che il tempo dei miracoli non è tramontato".

L'avventura di Mussolini si colora, oltre che di episodi drammatici, anche di avvenimenti nel loro genere farseschi. Uno di questi viene narrato da Enrico Mattei, che sulle colonne di Gente ha scritto i propri ricordi sugli anni del regime.
L'episodio risale all'autunno del 1935, anno di nascita di Pontinia, uno dei centri della pianura laziale (con Littoria, Sabaudia, Aprilia e Pomezia) nati dalla bonifica delle terre acquitrinose. E' anche il periodo delle sanzioni economiche decretate contro l'Italia dalla ginevrina Società delle Nazioni, come ritorsione per l'attacco all'Etiopia; un momento di tensione quindi, nei rapporti internazionali, e per questo la presenza del Duce a Pontinia ha attirato nella zona centinaia di giornalisti italiani e stranieri. Si cerca di chiarire meglio le intenzioni di Mussolini.
Lo svizzero Hodel, presidente della stampa estera, affronta il Duce, lamentando che tanti inviati speciali giunti da pochissimo a Roma, ottengano facilmente con lui delle udienze private, mentre altri colleghi, da più lungo tempo nella Capitale, si vedono negare le interviste richieste. Mussolini si giustifica ricordando le raccomandazioni che gli vengono fatte da ambasciatori, ministri degli Esteri, capi di Stato:
"A non tenerne conto penso che incorrerei in una nuova condanna della Società delle... Sanzioni!".
Sono giunte a Pontinia, per l'inaugurazione della città, delegazioni fasciste di tutti i comuni laziali, e migliaia di persone, che vogliono ascoltare il Duce. Mussolini non delude nè la folla, nè i giornalisti. Respinge, intanto, la proposta di creare in Etiopia una semplice zona di emigrazione per i lavoratori italiani, internazionalmente garantita: "Non manderemo in terre lontane e barbare il fiore della nostra razza, se non saremo sicuri che sarà protetta dal tricolore della patria".
Poi attraversa le piazze ed i viali di Pontinia, tra la folla delirante: gli uomini sulla destra, le donne sulla sinistra. Lo seguono gruppi di fascisti che invitano i presenti a deporre nei loro elmetti da combattimenti quale "dono alla Patria", le fedi nuziali. Man mano che gli elmetti vengono riempiti, li passano a Mussolini, che a sua volta dà ordine di consegnarli alla Zecca di Stato. L'atmosfera di entusiasmo è tale, ricorda Mattei, che provoca un'imprevista "vibrazione di solidarietà anche fra i giornalisti stranieri presenti. Due di questi, marito e moglie, polacchi, donano per primi la loro fede, trovando subito degli imitatori fra i colleghi".
Non è un momento particolarmente favorevole per l'Italia sulla scena internazionale. La stampa straniera, nella grande maggioranza giudica severamente l'impresa africana, fra l'altro ricordando che ras Tafarì, diventato in seguito imperatore d'Etiopia, era stato a suo tempo, considerato amico dell'Italia tanto da meritarsi il collare dell'Annunziata, la massima decorazione italiana che lo consacrava, ufficialmente, cugino del Re Vittorio Emanuele.
La manifestazione di Pontinia, tuttavia, sembra conquistare la stampa internazionale. I giornalisti presenti trasmettono ai loro giornali una serie di corrispondenze che mettono in luce, quanto meno, la popolarità di Mussolini nel Paese. Questa popolarità non convince però, il direttore di un giornale di Denver, nel Colorado, che affida a un suo giovane redattore un'inchiesta su questo tema. Il giovane non se lo fa ripetere due volte. Lascia gli Stati Uniti, piomba a Roma, si impadronisce di una carta geografica, e percorre la zona di Pontinia domandando a ogni contadino che incontra se conosce il signor Mussolini. Racconta Mattei: "Il giornalista vuole che tutti gli interpellati segnassero il suo nome e indirizzo su un libricciolo che portava con sè; e al suo giornale inviò una corrispondenza per sostenere che la popolarità di Mussolini era un enorme bluff. Il giovanotto aveva girato la provincia creata dal Duce, anzi da lui redenta dalle acque, e dove pensava che perfino le pietre vibrassero di riconoscenza a sentire il nome di Mussolini. Ebbene, in questa provincia, su 300 persone da lui interpellate solo 103 avevano dato la prova di conoscere il nome di Mussolini, mentre le restanti 197 non lo avevano mai sentito nominare".
A riprova dello scrupolo con cui l'inchiesta è stata condotta, il giornale di Denver pubblica sia i nomi di coloro che hanno dichiarato di conoscere Mussolini, sia di quelli che non lo hanno mai sentito nominare. Tutto finirebbe qui, se un solerte console italiano negli Stati Uniti non inviasse a Roma una copia del giornale. Viene così disposta un'inchiesta e la polizia convoca a uno a uno i 197 che hanno dichiarato di non aver mai sentito nominare "il signor Mussolini".
Nessuno affronta l'interrogatorio alla leggera; negli anni del regime per una vicenda del genere si può anche essere condannati. Per fortuna l'equivoco viene presto chiarito. Il giornalista americano, nel suo terribile accento, ha chiesto ai contadini se conoscono "il signor Messalini". Qualcuno è riuscito a ricostruire il nome di Mussolini; qualcun altro no.

 

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