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L'arresto del Duce
- 25 Luglio 1943
recapitato in
redazione. Autore segnalato in Gen. Carabinieri Filippo Caruso
Il Gran
Consiglio della notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 segna la caduta
del Regime fascista per la mano stessa del suo organo superiore. Il Duce
avrebbe potuto facilmente sciogliere il Gran Consiglio e annullarne la
delibera. Non lo fece. Con un atto di encomiabile correttezza, quale suo
uso, si recò dal Re per presentare le dimissioni dal Capo del Governo. A
quel punto l'inaspettabile svolta...
Giovanni
Frignani, Raffaele Aversa e Paolo Vigneri: ecco, per la storia, i nomi dei
tre ufficiali dell’Arma che affrontarono la tremenda responsabilità di
arrestare l’uomo a cui per oltre vent’anni era legato il destino del
popolo italiano.
E con i tre suddetti ufficiali era la schiera dei loro dipendenti:
sottufficiali e carabinieri che, fedeli pedine del rischiosissimo gioco,
diedero tutta la loro modesta ma efficace cooperazione.
I capitani Aversa e Vigneri, rispettivamente comandanti delle compagnie
della Capitale: la Tribunale l’Aversa e l’Interna il Vigneri, vengono
telefonicamente convocati, verso le ore 14 del 25 luglio, nell’ufficio
del tenente colonnello Frignani, comandante del gruppo da cui dipendevano.
Malgrado l’odore di crisi acuta che tutti fiutavano nell’aria dopo
quanto era trapelato dalla drammatica seduta del Gran Consiglio del
fascismo della notte innanzi, essi si affrettarono verso il luogo del
convegno senza nulla presagire di quello che si voleva da loro. Già le
chiamate del genere si facevano sempre piú frequenti in quel periodo cosí
gravido ed inquietante sia per il rapido progredire dell’invasione del
territorio nazionale da parte delle armate alleate sbarcate in Sicilia e
sia per il bombardamento aereo di appena pochi giorni prima, del quartiere
S. Lorenzo che tanto aveva terrorizzato la popolazione della Capitale. Lo
confermano i rapporti agli ufficiali ed al personale in genere, che erano
diventati sempre piú frequenti, per non dire quasi quotidiani.
Dal Comando Generale frattanto era stato diramato l’ordine di tenere
consegnati, dalle ore 16 in poi, tutti i militari dell’Arma, in attesa
d’una autorevolissima visita nelle rispettive caserme dell’Urbe.
Alla sede del Comando di Gruppo in viale Liegi, dove giunsero
separatamente sia il tenente colonnello Frignani che i due capitani, si
trovavano già il comandante generale dell’Arma Angelo Cerica ed il
commissario di P.S. Carmelo Mazzano - sottotenente di complemento dei
Carabinieri - direttore dell’autodrappello del Ministero dell’Interno.
Il generale Cerica, calmo pur nel pallore del viso che tradiva la sua
intima commozione, fissa negli occhi i suoi dipendenti e dice
all’incirca:
«Vi affido un compito di estrema gravità per il quale so di non fare
invano appello al vostro alto senso del dovere. Oggi, fra qualche ora
anzi, voi dovete arrestare Mussolini che, messo questa notte in minoranza
nella seduta del Gran Consiglio del fascismo, si recherà dal sovrano e
sarà sostituito nelle sue funzioni di capo del governo...»
Nessuna consegna forse apparve piú ardua di questa ai bravi ufficiali che
tuttavia senza batter ciglio rispondono con due parole: «Sta bene...»
Si appartano poi in un’altra stanza dell’ufficio del Gruppo ed il
tenente colonnello Frignani espone, illustra e commenta nei piú minuti
particolari ai due capitani, le modalità esecutive dell’ordine
ricevuto.
Poco dopo giungono in viale Liegi il questore Morazzini, addetto alla Casa
Reale, in autoambulanza con a bordo, oltre al conducente, tre agenti di
P.S. in abito civile, armati di mitra ed un automezzo destinato al
trasporto dei militari dell’Arma.
In attinenza alle precise istruzioni concretate, i capitani Aversa e
Vigneri con i due automezzi si portano al Gruppo squadroni nella vicina
caserma Pastrengo e fanno approntare un plotone di 50 carabinieri che
asseritamente debbono rimanere agli ordini dell’Aversa per ricercare,
affrontare e catturare nuclei di paracadutisti alleati lanciati nei
dintorni di Roma.
Il pretesto, giacché di pretesto si tratta, al fine di evitare ogni
possibile indiscrezione che avrebbe potuto nuocere alla massima segretezza
delle missioni predisposte, è facilmente accreditato dalle circostanze
del recente bombardamento aereo della capitale. Nessuno pensa minimamente
a vicende diverse. Soltanto si chiedono maggiori particolari d’impiego e
questi vengono dati con pronta disinvoltura lavorando una volta tanto
d’impostazione e di fantasia.
Il capitano Vigneri, al quale il superiore ha commesso in termini drastici
la consegna di «catturarlo vivo o morto» sceglie, personalmente, tra i
militari del Gruppo squadroni tre sottufficiali di particolare prestanza
fisica e di pronta intelligenza che dovranno prestargli man forte, in caso
di necessità, prima di ricorrere «ultima ratio» alle armi; precisamente
i vicebrigadieri: Bertuzzi Domenico; Gianfriglia Romeo e Zenon Sante.
I militari salgono sull’autocarro che viene chiuso accuratamente col
tendone, mentre i due capitani, i tre vicebrigadieri e i tre agenti di P.
S. prendono posto nell’autoambulanza che viene anch’essa chiusa ed ha
gli sportelli coi vetri smerigliati. I due automezzi, senza che nessuno,
ad eccezione dei due capitani, conoscesse la destinazione, si dirigevano
alla volta di Villa Savoia preceduti dalla vettura del questore Morazzini,
che, data la minuta conoscenza dei luoghi, si era assunto il compito di
far entrare il convoglio nell’interno della residenza reale. Dopo una
brevissima sosta al cancello di via Salaria vengono ancora percorsi un
centinaio di metri e gli automezzi si arrestano. Il questore Morazzini,
come d’intesa, picchia ai vetri dell’ambulanza per avvertire i due
capitani che si è giunti nel luogo stabilito. Essi discendono ed
altrettanto fanno i loro dipendenti che si raggruppano silenziosi, ma
visibilmente commossi di trovarsi nel parco di una Villa.
Il questore Morazzini dà alcune sommarie indicazioni sulla topografia
della località, che bastano ad orientare i due ufficiali in rapporto ai
loro compiti. Il punto dove ora essi si trovano è nel lato settentrionale
della villa reale, cioè nella parte opposta all’ingresso principale,
dove fra breve dovrà entrare Mussolini.
È qui che si deve aspettare il momento di agire. Il questore stringe
calorosamente la mano agli ufficiali con atteggiamento di favorevole
auspicio e si allontana da quella parte che costituirà la scena del
dramma imminente.
Lo spettacolo inusitato apparso cosí all’improvviso, non sfugge a chi
sta nell’interno della villa. Qualche viso s’intravede dietro le
finestre del primo piano, protette da fitte reticelle metalliche, ma per
un solo attimo; poi l’ombra scompare. Un famiglio sbucato tra gli alberi
del parco si arresta all’improvviso e sta quasi per tornare indietro,
incerto e fors’anche un po’ smarrito.
Sotto il sole infuocato e nel silenzio inusato del meriggio gli ufficiali
riuniscono il personale in un piccolo cerchio ed il capitano Vigneri
rivela loro, a bassa voce, e finalmente, la grande consegna.
S’impartiscono rapidamente le istruzioni di dettaglio. Poi torna il
silenzio, rotto solo da un sordo acciottolio proveniente dalle non lontane
cucine reali. I carabinieri, che in un primo tempo nella caserma Pastrengo
avevano accolto con qualche perplessità l’annuncio fittizio del
rastrellamento dei paracadutisti lanciati dagli aerei nemici, ora
intuiscono di essere i modesti protagonisti d’un grande evento,
bisbigliano tra loro qualche commento, ma si mostrano seriamente
decisi, pronti e risoluti.
L’attesa è tuttavia snervante. I due capitani, compagni d’accademia e
vecchi amici, si scambiano qualche impressione e, reciprocamente, si
ripetono i dettagli dell’impresa imminente. Giunge finalmente -
com’era atteso - il ten. colonnello Frignani, che veste l’abito
civile. Avverte i due ufficiali che Mussolini, il quale aveva avuto in
precedenza fissata l’udienza dal Sovrano, arriverà in ritardo
sull’ora prevista.
Entra poi nella villa dall’ingresso secondario - a levante - per
prendere gli ultimi accordi con i funzionari della Real Casa e, dopo
qualche minuto, ritorna presso i suoi uomini.
Si dimostra però turbato e contrariato, perché vi sarebbero delle
riluttanze per l’arresto del Duce sulla soglia della villa reale.
Tuttavia si ricompone subito, deciso e risoluto, esclama: «noi in ogni
caso lo arrestiamo ugualmente».
Egli
sente indubbiamente la passione dell’ora che volge: egli intuisce la
necessità di non dare tempo al capo del governo spodestato di riaversi
dal duro colpo e di scatenare o di tentare di scatenare un movimento di
reazione, le cui conseguenze potrebbero riuscire fatali per il nostro
Paese. Ma, da vero soldato, si rende conto che è indispensabile saper
frenare i generosi impulsi del cuore ed agire con tempestiva ponderatezza.
Rientra di nuovo nella villa e ne esce poco dopo con la notizia che
Mussolini si trova ancora a colloquio col sovrano e che l’arresto si farà.
Ma non c’è tempo da perdere ormai. Il questore Marazzini intanto, col
pretesto di una urgente chiamata telefonica, ha attirato in un punto
lontano dalla villa l’autista del Duce, che cosí è stato
immobilizzato.
I cinquanta carabinieri vengono lasciati sul lato settentrionale
dell’edificio, pronti ad accorrere al primo cenno, mentre i due
capitani, i tre vicebrigadieri ed i tre agenti di P. S. armati di mitra si
portano sul lato orientale. Si fa avanzare l’autoambulanza fino a pochi
metri dall’ingresso dal quale uscirà Mussolini, ma in modo da non
essere notata.
Proprio nell’angolo sta fermo un famiglio fidato con la consegna di
allontanarsi allorché il capo del governo comparirà in cima alle scale.
È questo il segnale convenuto per agire. Sullo stesso lato, a ridosso
della siepe, è in sosta, priva dell’autista, la macchina di Mussolini.
A pochi metri di distanza il capitano Vigneri dispone i tre agenti di P.
S. con le armi pronte e con l’ordine d’intervenire soltanto in caso di
necessità e sempre al primo cenno. Poi, insieme al collega Aversa, si
colloca di fronte, presso il muro della villa, con a tergo i tre
sottufficiali.
Una ventina di metri piú indietro, sostano il ten. colonnello Frignani ed
il questore Morazzini, i quali si avvicineranno solo quando Mussolini sarà
salito sull’autoambulanza.
Ad
un certo momento il famiglio si allontana. È l’ora. Il piccolo gruppo,
formato dai due capitani e dai tre vicebrigadieri, avanza e - quasi
contemporaneamente - si scorge il duce - mentre discende gli ultimi
gradini della scalinata insieme al suo segretario particolare De Cesare.
Vestono entrambi l’abito scuro: Mussolini con un completo blu ed un
cappello floscio. Egli deve aver notato all’ultimo istante l’insolito
apparato, tanto che trasalisce visibilmente.
Il capitano Vigneri gli va incontro e, stando sull’attenti, dice: «Duce
in nome di S.M. il Re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali
violenze da parte della folla».
Mussolini allarga le mani nervosamente serrate su una piccola agenda e con
un tono stanco, quasi implorante, risponde: «Ma non ce n’è bisogno!»
Il suo aspetto è quello d’un uomo moralmente finito, quasi distrutto:
ha il colorito del malato e sembra persino piú piccolo di statura.
«Duce, - riprende il capitano Vigneri, - io ho un ordine da
eseguire».
«Allora seguitemi», risponde Mussolini e fa per dirigersi verso la
sua macchina.
Ma l’ufficiale gli si para dinnanzi:
«No, Duce, - gli dice, - bisogna venire con la mia macchina».
L’ex capo del governo non ribatte altro e si avvia verso
l’autoambulanza, col capitano Vigneri alla sua sinistra; segue De
Cesare, con a fianco il capitano Aversa.
Dinnanzi all’autoambulanza Mussolini ha un attimo di esitazione, ma
Vigneri lo prende per il gomito sinistro e lo aiuta a salire. Siede sul
sedile di destra.
Sono esattamente le ore 17.20.
Dopo, sale De Cesare e si mette a sedere di fronte al suo capo. Quando
anche i sottufficiali e gli agenti si accingono a montare, il Duce
protesta: «Anche gli agenti?! No!!»
Vigneri allarga le braccia come per fargli capire che non c’è nulla da
fare e, rivolgendosi deciso ai suoi uomini, ordina: «Su ragazzi, presto!!»
Anche i due capitani salgono. Nell’autoambulanza ora si è in dieci e si
sta stretti. Il questore Morazzini si avvicina e, prima di chiudere la
porta dall’esterno, avverte che si uscirà da un ingresso secondario e
che un famiglio accompagnerà l’automezzo sino all’uscita.
La macchina si muove, mentre l’autocarro con il plotone dei cinquanta
carabinieri rimane fermo. Ormai non c’è piú bisogno di loro. Anche la
missione del ten. colonnello Frignani e dei capitani Vigneri e Aversa è
finita.
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