Il Fascismo e la donna
a cura di Caesar
Malgrado
fosse notevolmente migliorata sin dagli anni immediatamente seguenti la
prima rivoluzione industriale, che ebbe come effetto uno stravolgimento
di molte barriere e ruoli sociali, e avesse comunque ottenuto dei lievi
miglioramenti nei decenni seguenti (alternati a forti battute d’arresto,
se non di regresso), la condizione femminile rimase tuttavia decisamente
subordinata a quella maschile sino ai primi del novecento. Di per sé la
cosa non costituiva una novità ma, sporadici tentativi a parte, non si
volle mai (né tanto meno si permise) che ci si avvicinasse ad una
concezione totalmente opposta del ruolo e delle possibilità della donna.
Furono diverse le espressioni di questo diffuso malcontento femminile
riguardo la propria condizione, particolarmente disagiata in molti paesi
d’Europa. Il mondo della letteratura offrì diversi spunti di protesta:
come non ricordare le origini del romanzo o le espressioni di denuncia
di Ibsen (Casa di Bambola, 1876) o, in Italia, di Sibilla Aleramo
(Una donna, 1906) e Grazia Deledda. Nella nostra penisola,
malgrado i progressi e il rapido sviluppo dell’età giolittiana, la
situazione sembrava non dovesse mai migliorare; certamente non ve ne
erano i presupposti dopo la fine del primo conflitto mondiale, né tanto
meno nel cosiddetto “biennio rosso”. Ma, quasi in sordina, alla fine del
1922 si insediò a Palazzo Chigi un governo nuovo, con una natura ancora
non ben definita, con un programma politico orientato a sinistra, volto
al sociale, con accenti nazionalisti. L’appoggio del popolo non era
ancora totalitario, la maggioranza parlamentare fragile e infida, e
ancora non si capiva se ci si trovasse di fronte ad un altro governo di
stampo liberale, leggermente orientato a destra (dato l’appoggio del
capitalismo e della borghesia), composto peraltro da ministri e
sottosegretari di ogni partito. La storia di questo governo, il governo
Fascista, e le vicende di cui si rese protagonista sono note a tutti; ma
fra i tanti lati parzialmente inesplorati (almeno in Italia, dato che in
altri paesi si è sempre guardato con attenzione ai modi con cui i regimi
Fascisti europei hanno fornito, in politica interna, le risposte ai
problemi del proprio tempo) si trova sicuramente il rapporto tra Regime
Fascista e le donne. Alle tesi degli “storici” del dopoguerra che ci
offrono spaccati e ricostruzioni della vita della donna negli anni del
governo Mussolini, riducendo il rapporto tra donne e Regime ad un mero
sfruttamento da parte di quest’ultimo dell’essere femminile inteso come
“sforna-figli” da mandare in prima linea per combattere le “ingiuste”
guerre del Regime e per il resto ridotte in uno stato di “semi
schiavitù” fisica e morale, relegate unicamente all’ambito domestico,
noi ci permettiamo di rispondere con i fatti e con prove storiche a
sostegno delle nostre tesi. La donna italiana fu una delle prime in
Europa a godere della tutela sul lavoro, sia in caso di infortuni che
nei casi di maternità.
Per
questo specifico proposito venne istituita, nell’ambito delle riforme
sociali del Fascismo, l’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI),
allo scopo di tutelare ed assistere le madri e la loro prole nei casi in
cui ci si trovasse in difficoltà lavorative, economiche e sociali. Allo
stesso tempo, con l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla, le
fanciulle (le “Piccole Italiane” prima e “Giovani Italiane” poi) vennero
messe sullo stesso piano dei maschietti (i “Figli della Lupa”,
successivamente “Balilla” prima e “Avanguardisti” poi), potendo
usufruire di attività organizzate dallo Stato, indumenti, istruzione in
ambiti diversi da quelli offerti dalla scuola, vacanze nelle diverse
colonie marittime, montane ed eliotropiche. Allo stesso tempo si
incentivò la presenza femminile nei pubblici impieghi, dove fu fissato
uno specifico rapporto con quella maschile, e la si parificò allo stesso
livello di quella maschile in ogni altro genere di lavoro. Venne fissato
un termine massimo di ore di lavoro giornaliere, una copertura
assicurativa infortunistica e una sanitaria tanto per gli uomini quanto
per le donne; nello stesso tempo si vietò il lavoro minorile.
L’analfabetismo, ancora molto diffuso, ebbe un calo generalizzato che
investì prevalentemente la componente femminile, retaggio delle
precedenti ingiustizie sociali. Ovviamente lo Stato modificò
positivamente la vita del popolo italiano in molti settori, e a giovarne
furono tutti i gruppi componenti la comunità nazionale; per questo
furono emanate solo sporadicamente leggi riguardanti un solo gruppo
sociale. Le donne, né più né meno degli uomini, conobbero per la prima
volta diversi benefici grazie alle leggi emanate dal Regime: benefici
che toccarono maggiormente le donne, in quanto succubi di secoli di
restrizioni, privazioni e “sacri”doveri. Il passo più grande fu comunque
la fine della differenziazione uomo/donna: ciò fu consentito dal nuovo
clima di comunità nazionale e dai valori rivoluzionari che il Fascismo
si proponeva di far attecchire nel forgiare “l’italiano nuovo”. La
stessa scala di valori proposta dallo Stato Fascista – Dio, Patria,
Famiglia – ricollocava il nucleo familiare al giusto posto nella
graduatoria delle priorità dello Stato, e quindi del cittadino, tornando
così a riproporre la centralità della famiglia unita e prolifica come
cellula prima della comunità nazionale. La donna tornava così ad essere
elemento centrale della famiglia al pari dell’uomo e indiscussa signora
dell’ambiente domestico. Inoltre, nel prolifico e fecondo clima
dell’Italia proletaria e Fascista, si incentivava in ogni modo la
procreazione: le donne, in questo modo, oltre alla gioia per la
maternità ottenevano dallo Stato un contributo tangibile per l’opera in
tal modo resa al Paese. Un’Italia prolifica, la cui popolazione crebbe
nel giro di pochi due decenni: nel 1944 si contavano 45 milioni di
persone. Le nuove generazioni crebbero forti e sane, lo dimostra il
fatto che l’Italia è il paese con la percentuale più alta di anziani:
quelle generazioni nacquero sotto il Fascismo. La salute di una nazione
e quella del suo popolo si vedono dalla sua fecondità: tutto ciò è
quanto mai attuale nei nostri tempi; tempi in cui l’autentica razza
italica sta scomparendo e con essa gli eredi di Virgilio e Dante. La
politica di sostegno per le famiglie numerose e le donne prolifiche,
peraltro guardata con molta attenzione anche oggi, contribuì all’aumento
della forza lavoro per la Nazione e le famiglie stesse, cementando ancor
più lo spirito di unità e sacrificio nello stesso nucleo familiare.
Nell’ambito di questa politica schiettamente sociale, dalla quale le
donne godettero ampi benefici, il consenso femminile al Regime fu
grande. Oltre alla persona del Duce e alle iniziative del Regime, che
permisero la realizzazione nel giro di pochi anni di molti di quei sogni
che da 200 anni il mondo femminile aspettava di veder concretizzati, si
assistette ad un autentico e spontaneo trasporto verso la costruzione
del progetto della Nuova Italia che il Fascismo si proponeva. Come
dimenticare moltitudine di donne e bambine che, giornalmente, inviava
centinaia di lettore al loro Duce; come dimenticare il più alto dono
delle donne alla Nazione nel momento dell’assedio economico nel 1935,
con la donazione delle fedi nuziali nella “Giornata della Fede”; come
dimenticare il sacrificio ultimo delle oltre cinquemila combattenti del
Servizio Ausiliare Femminile (SAF) durante gli esaltanti e tragici
giorni della Repubblica Sociale. Ovviamente questi sono solo sporadici
esempi ed episodi; se ne potrebbero contare a migliaia. La cosa più
turpe che si possa fare è manipolare la storia, falsificando così la
memoria stessa di un popolo. Quello che in Italia si sta facendo da
sessant’anni è, invece, una vera e propria manipolazione: è troppo
pesante, evidentemente, dover ammettere che il consenso degli italiani
verso il Regime fu pressoché totale e che questo stesso venne motivato
da un generale miglioramento della vita. Troppo comodo nascondere tutto
dietro le vicende belliche o scelte più o meno felici in politica
estera: quello è solo un capitolo di un libro che ne contiene tanti.
Cancellarne alcuni significa non solo sminuire il ruolo di un governo
che cercò di far crescere una Nazione che da troppo tempo aveva perso il
ruolo che le competeva nel mondo, ma anche voler cancellare le gioie, le
speranze, le delusioni della componente femminile del nostro popolo che
ricevette molto e dette tanto, in molti casi anche la vita. Le conquiste
sociali avvenute negli anni del Regime, non vennero rigettate negli anni
del dopoguerra e continuarono ad essere la spina dorsale della nascente
costituzione, caso analogo in Germania. Rimase comunque una precisa
differenziazione fra i ruoli all’interno della società, sia prima che
dopo il Fascismo: differenziazione che non si basava però su presunte
superiorità fisiche o mentali di uno sull’altro, bensì solamente sulle
differenze assegnate dalla natura e sulle specifiche competenze di ogni
sesso. Nel giro di due decenni dalla fine del secondo conflitto mondiale
si raggiunse la tanta agognata parificazione completa dei sessi; ma la
strada era già stata appianata.
Caesar