Appunti per una storia vera
dal 25 luglio 1943
all'aprile 1945
a cura di Claudio DE FERRA
Nota
Ilduce.net: La redazione del sito ringrazia il Prof. DE FERRA per la
Sua gentile concessione.
Raccomandazione
Prima
di cominciare devo fare una raccomandazione. Non ai miei lettori, ma a
quelli che pensano di trovare la verità nascosta nei libri “ufficiali”.
Quando, seguendo la mia passione divorante, d’estate mi reco in montagna
alla ricerca dei miei amici funghi, seguo sempre una regola aurea che mi
fu insegnata da un vecchio montanaro molti anni fa quando ero alle prime
armi. “Se vedi venirti incontro un fungaiolo col cesto pieno di porcini,
chiedigli gentilmente dove li ha trovati e, quando lui ti avrà indicato
dove rivolgere il tuo passo, salutalo e prendi la direzione opposta.”
Sono ancora grato a quel vecchietto per avermi insegnato una regola così
importante grazie alla quale mi sono fatto la fama di cercatore
fortunato.
Premessa
A differenza dei tanti che ne scrivono e
che si sono fatta un’idea leggendo libri più o meno famosi, io, quell’epoca
cruciale l’ho vissuta sulla mia pelle. Vi ho partecipato. Poi, finito
tutto, mi sono buttato a leggere tutto quello che ne era stato scritto.
Non certo per crederci come fosse oro colato, ma solo per sapere cosa ne
pensavano i vari storici e quelli che, dandosi le arie di storici,
volevano raccontare la loro, il più delle volte a uso e consumo del
committente.
La storia infatti è uno dei mezzi di
propaganda usati dalle forze politiche per incassare voti alle elezioni.
Se non ci fossero le elezioni la storia verrebbe scritta in modo
diverso. Chi leggerà queste mie righe si renderà conto di quanto sia
vero ciò che dico.
Non pretendo di scrivere un trattato. Lo storico non è il mio mestiere.
Cercherò di essere breve, ma al tempo stesso di dire molte cose, in gran
parte inedite. E soprattutto in controtendenza con l’attuale vulgata. Se
i giovani mi leggeranno sarò felice. Perché è ad essi che dedico la mia
piccola fatica. Perché conoscano almeno un pezzetto di verità.
Il 25 luglio 1943
Quella domenica mattina il Duce uscì da
villa Torlonia per la solita visita al Re. Si era messo in borghese come
sempre per andare dal sovrano a riferire sullo stato della guerra.
Invano la brava Rachele, da saggia contadina quale era rimasta anche
adesso ch’era la moglie dell’uomo più potente d’Italia, lo scongiurò di
non andare. “Ti tenderanno una trappola, Benito. Piuttosto falli
arrestare tutti quanti quei traditori. Telefona, falli arrestare.
Ascoltami, Benito.” Ma Benito era già salito in macchina e non
l’ascoltava. Aveva dormito solo qualche ora steso sul divano senza
neppure spogliarsi. Era stanco morto dopo la notte infernale passata a
discutere con i suoi amici di un tempo che, ora che le cose andavano
male, gli stavano voltando le spalle. Eppure aveva letto due giorni
prima l’ordine del giorno che Grandi avrebbe presentato in Gran
Consiglio. Un documento che parlava di chiedere al Re di assumersi le
sue responsabilità nella direzione suprema della guerra. E che male
c’era? Era troppo stanco e ammalato, sentiva troppi forti
i crampi allo stomaco per ragionarci su. Un po’ di riposo non gli
avrebbe certo fatto male. In fin dei conti Grandi sarebbe stato un buon
presidente del Consiglio e comunque era un fascista.
Ma adesso doveva correre a Palazzo
Venezia nel salone del Mappamondo dove aveva il suo ufficio per ricevere
l’ambasciatore giapponese conte Hidaka col quale doveva parlare del
tentativo di contattare l’Unione Sovietica (con la quale il Giappone non
era in guerra) al fine di chiudere quel conflitto. Se le cose si fossero
messe nel modo giusto, se cioè Stalin avesse aderito a cercare una pace
separata, lui, Mussolini, ne avrebbe parlato con Hitler per convincerlo
della bontà della causa.
Dopo Hidaka sarebbe stata la volta del Re al quale avrebbe riferito sia
del voto del Gran Consiglio, sia di quanto gli avrebbe detto di poter
fare l’ambasciatore nipponico. Anzi il Re sarebbe stato contento di quel
tentativo di cui non era ancora al corrente. Insomma, quando si fosse
congedato da Villa Savoia, il Duce si aspettava le lodi del Sovrano.
“Bravo, bravo Duce” avrebbe detto quel suo grande amico di cui lui si
fidava come di un fratello.
Sappiamo che non andò così. Fu arrestato
dai carabinieri che dissero di volerlo proteggere. Il Re aveva ceduto
dopo mille insistenze ai suoi consiglieri militari che lo circuivano da
mesi, forse da anni, al fine di far cadere il Duce e il Fascismo con una
mossa proditoria come quella che, dopo molti pensamenti, venne posta in
atto quella domenica di luglio. L’unica ad offendersi fu Elena, la
regina montenegrina, alla quale sembrò che quanto era avvenuto fosse
così vergognoso da chiedere al marito di tornare indietro. “Come hai
potuto? In casa mia …?” Il Re, che si era dimenticato persino di
scrivere un decreto per autorizzare la cattura del suo Primo Ministro,
chiese timidamente “ Si può …” “No, ormai non si può più …” Così il
colpo di Stato fu portato a termine in modo indolore, anche perché ci fu
chi pensò a metterci la ciliegina sulla torta: “Il cavalier Benito
Mussolini ha rassegnato le dimissioni …”Cavaliere? Dimissioni? Quando
mai? I più pensarono che il Duce fosse stato ammazzato. Badoglio, che ne
aveva preso il posto, non perse tempo. Cominciò la sistematica opera di
demolizione di tutti gli istituti del Fascismo, fece eliminare chi
poteva dargli pensiero, vedi Ettore Muti, ammazzato nella notte mentre,
dissero, tentava di fuggire e così via. Soprattutto fece iniziare le
trattative di resa con gli Alleati nel momento stesso in cui proclamava
“La guerra continua”. E intanto i tedeschi, che avevano mangiato la
foglia, facevano venire divisioni su divisioni in Italia e occupavano
aeroporti, basi navali, punti strategici, … Ma il Maresciallo Badoglio
non ci badava. Aspettava solo che scattasse l’ora della resa, poi si
sarebbe visto cosa fare.
L’8 settembre 1943 e le sue
conseguenze immediate
Non esiste nella storia militare un altro
esempio di simile cecità di fonte ad un pericolo annunciato, un pericolo
reale sotto gli occhi anche dei bambini. Fu l’8 settembre, la fine
dell’Italia e della sua dignità, del suo onore. Badoglio e i suoi
consegnarono il Paese nelle mani di inglesi, americani e tedeschi. I
quali se lo divisero come fosse una torta, pronti a divorarla leccandosi
i baffi.
Nei Balcani milioni di nostri soldati furono posti alla mercé delle
bande partigiane di Tito. Nell’isola di Cefalonia la nostra guarnigione
che si era arresa ai tedeschi dovette subire una spaventosa punizione
per colpa di un gruppo di sconsiderati che si mise a far fuoco sugli ex
alleati ora padroni della situazione. Fu un massacro al quale fece coro
il siluramento della nave che trasportava i superstiti sulla penisola.
Di chi la colpa, se non di quel pugno di imbecilli vestiti da generali
cui il Re aveva dato ascolto? I tedeschi per rappresaglia al tradimento
catturarono seicentomila nostri soldati e li trasferirono in Germania
nei loro campi di concentramento a pagare colpe non loro.
La flotta ebbe l’ordine di dirigersi e
consegnarsi a Malta. Il Comandante in capo ammiraglio Bergamini non
voleva farlo perché lo considerava disonorevole e preferiva affondarsi
prima di consegnarsi. Non ne ebbe il tempo perché una bomba teleguidata
sganciata da un aereo tedesco colpì la corazzata Roma appena uscita dal
cantiere, un colosso di 42.000 tonnellate, su cui era imbarcato e
l’affondò con tutti gli uomini che aveva a bordo. Badoglio ci aveva
pensato? Cosa aveva in testa quando tramò la resa? Ai suoi soldati, ai
suoi marinai ai suoi aviatori ci aveva mai pensato? Per fortuna ci fu
chi ci pensò, ma si chiamava Mussolini.
Mussolini costituisce il nuovo Stato:
la Repubblica Sociale Italiana
Al Nord la situazione migliorò perché
Mussolini, che nel frattempo i paracadutisti del maggiore tedesco Morse
avevano liberato dalla prigionia del Gran Sasso, accettò di costituire
uno Stato alleato della Germania con il quale salvare il salvabile.
Infatti senza quello scudo gli italiani sarebbero stati alla mercé di un
duro occupatore. Mussolini e la sua Repubblica Sociale Italiana
conservarono, o meglio riacquistarono, l’autonomia di governo almeno nel
senso proprio del termine cioè battere moneta, avere un proprio
bilancio, proprie scuole, propria magistratura, un proprio esercito,
aeronautica, marina di terra e di mare, propria polizia, in altre parole
una propria sovranità. Al Sud, invece, dove gli Alleati occidentali si
erano installati dopo la resa senza condizioni del Governo del Re, la
moneta era quella emessa dal Governo Militare Alleato (le AM-lire),
l’esercito era inquadrato nell’8° Armata britannica (di cui portava la
divisa con un distintivo particolare), l’Aeronautica faceva parte della
Balkan Air Force inglese e aveva il compito di colpire le basi tedesche
nei Balcani a supporto delle formazioni militari di Tito. Così ogni
bomba lanciata dagli aerei avvicinava il conquistatore slavo comunista
alla sua meta, Trieste.
Al Nord e al Centro e nella parte del Sud
non ancora invasa la Repubblica si insediò senza contraccolpi.
L’afflusso dei volontari fin dai primi giorni quando nulla era stato
ancora predisposto per riceverli, fu eccezionale. La gioventù italiana
si ribellava al tradimento, non voleva arrendersi, voleva tornare al
combattimento. Sorsero ovunque centri di reclutamento spontanei senza
nemmeno aspettare che vi fossero disposizioni dall’alto, che neppure
fosse costituito un Governo. “Con chi vai? Dove ti arruoli? In che
Arma?” “Vado con Lui, fino alla morte!” Il simbolo della morte, il
teschio, l’avevano un po’ tutti sulla giubba. Questo era lo spirito
dell’epoca, questo era quello che sentivano quei ragazzi. A Roma
l’adesione del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani provocò un’ondata
di arruolamenti di generali e ufficiali di ogni ordine e grado senza
pari. Cui seguì quella del resto d’Italia. Era una valanga. Tutti
volevano tornare alle armi. I tedeschi osservavano stupiti. Ma allora
quella che aveva tradito non era la vera Italia, era questa che si
ribellava l’Italia autentica.
Nasce la Resistenza
Non subito, ma nella primavera
successiva, cominciarono a formarsi sulle montagne nuclei di sbandati,
di ribelli, di renitenti (questi a seguito dell’improvvida decisione di
ricorrere alla chiamata alle armi), poi si formarono le bande
partigiane, in parte di fede monarchica (fazzoletti azzurri), in parte
liberali e cattoliche (fazzoletti verdi), in maggior parte comuniste e
socialiste (fazzoletti rossi ossia Brigate Garibaldi). Le bande ribelli
non potevano mettere piede nelle città e nei centri abitati saldamente
presidiati dai soldati repubblicani e dalle forze tedesche (i quali si
sobbarcavano il controllo delle strade, delle linee ferroviarie, di
quelle elettriche, degli acquedotti, ecc. ecc. un enorme sforzo di
sorveglianza che impegnava giorno e notte centinaia di migliaia di
uomini). Nelle città i ribelli operavano con piccole pattuglie in
borghese (i GAP, Gruppi di Azione Partigiana) che compivano attentati ai
danni dei soldati e delle autorità politiche. Quando riuscivano ad
ucciderne uno, si scatenava la rappresaglia dei tedeschi che applicavano
le durissime leggi di guerra. Era quello che i ribelli attendevano,
sapendo che così si sarebbero attizzato l’odio della popolazione contro
i tedeschi. I repubblicani, invece, avevano maggior riguardo per le vite
dei loro compatrioti e spesso non ricorsero alla rappresaglia. Un tipico
caso fu quello dell’assassinio del Presidente dell’Accademia d’Italia,
Pericle Ducati, cui seguì non molto dopo, l’altro, del successore
all’Accademia, il grande filosofo Giovanni Gentile. Entrambi uccisi a
sangue freddo, inermi e senza scorta, l’uno a Bologna, il secondo a
Firenze, sulla collina di Fiesole. Non ci fu rappresaglia. Ma non servì
perché la Resistenza aveva le sue regole e doveva osservarle. Non servì
neppure il lamento dei moderati che si dissociarono. Durante un funerale
ci fu persino chi si mise a sparare sulle bare. Sono le regole della
guerriglia, che oggi si chiama anche terrorismo (dipende da che parte la
si guarda).
Perché i ribelli si opponevano alla
Repubblica Sociale? Perché non ne accettavano la sovranità come invece
dimostrava di fare la stragrande maggioranza della popolazione? Le
spiegazioni sono diverse. C’era chi si era trovato costretto a salire in
montagna per sfuggire alla cattura e alla deportazione in Germania
subito dopo la resa italiana. Erano i militari del sud rimasti tagliati
fuori dalla propria terra che, in parte aderirono alla RSI, in parte
preferirono darsi alla macchia. Queste erano per lo più le formazioni
azzurre. Poi c’erano gli idealisti che sognavano la fine della dittatura
mussoliniana. E al tempo stesso non avevano mai amato i tedeschi con
quella loro aria di superuomini che si davano in ogni loro
atteggiamento. Non c’entrava niente invece la faccenda dei lager e dei
campi di sterminio degli ebrei che oggi tiene banco di cui nessuno
allora sapeva nulla (neppure gli stessi soldati della Wehrmacht ne
seppero qualcosa prima di vedere i documentari girati dagli americani
dopo ch’ebbero occupata la Germania).
E poi c’erano i comunisti, le Brigate
Garibaldi col fazzoletto rosso. Questi facevano una loro guerra privata.
Ben organizzati, militarmente inquadrati, con tanto di Commissari
politici spesso stranieri, legati mani e piedi alle direttive del
Partito Comunista, sorretti da una ferrea disciplina, miravano a
instaurare in Italia uno Stato di tipo sovietico. Dai “capitalisti”
americani li divideva un odio mortale anche se ne ricevevano ogni aiuto.
Armi, viveri, equipaggiamento gli arrivava dal cielo nelle notti chiare
calati con il paracadute su per i monti dall’odiato americano col quale
si aspettavano di arrivare prima o dopo a fare la resa dei conti.
Intanto le prime scaramucce si facevano già vedere. Se potevano, i
“rossi” cercavano di mettere in difficoltà i loro amici “azzurri” o
“verdi”. In Carnia decisero addirittura di farli fuori senza mezze
misure. Fu l’eccidio di Malga Porzùs, consumato a freddo, spietatamente,
con stile impeccabile. Non doveva salvarsi nessuno. E invece qualcuno si
salvò solo perché ci fu un ritardo imprevisto di una staffetta. Fu il
caso di un mio caro amico, ora scomparso, Alfredo Berzanti, che poi
divenne il primo presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. La
colpa? Il sospetto che i partigiani verdi della Brigata Osoppo avessero
stretto un patto con i repubblicani della X Mas per la comune difesa del
confine orientale contro gli slavi di Tito. Probabilmente, anzi quasi
certamente, era vero, ma il grave era che loro, i comunisti, agivano per
ordine degli jugoslavi di cui si sentivano alleati e fratelli. Al
comandante Bolla fecero anche un processo prima di ucciderlo nel Bosco
Romagno (nei pressi di Cividale) alla fine del quale sostennero che lui,
il povero Bolla, avesse gridato: “Viva l’internazionale fascista!”
Pensate voi come viene fabbricata la storia da simile gente. Quello non
fu che un episodio, certo il più noto, della guerra fra partigiani delle
due fedi.
Molti si sono chiesti perché al Sud non
ci fu una speculare Resistenza armata fascista. Perché, pur essendo nata
con moto spontaneo, Mussolini diede ordine di farla cessare. “Noi
fascisti non spariamo alle spalle” e la Resistenza cessò. Alla
Principessa Pignatelli (il cui marito era il capo della guerriglia al
Sud, ma solo contro gli Alleati) disse che invece si istituisse un
Soccorso civile per i nostri finiti nelle galere inglesi e autorizzò lo
spionaggio oltre le linee (le “volpi azzurre” che affidò al Comandante
David, e di cui fecero parte Giorgio Pisanò e la famosa Paola Costa).
La Capitale sul Garda
Bisogna anche dire che dopo la
liberazione di Mussolini, mentre procedeva alacremente e quasi
miracolosamente la costruzione del nuovo Stato repubblicano (prefetture,
questure, uffici dell’amministrazione pubblica, stabilimenti militari,
annona, stampa della moneta, dei francobolli, banche; dopo lo sfacelo
seguito alla data infame c’era tutto da rimettere in piedi) occorreva
anche pensare alla sede del nuovo Governo, a fissare la nuova capitale.
Roma non poteva esserlo perché troppo vicina al fronte di guerra.
Mussolini voleva la sua Romagna, la Rocca delle Caminate. Vi fece il
primo Consiglio dei Ministri. Poi, non avendogli i tedeschi concesso per
motivi di sicurezza la sede di Milano, ripiegò sul lago di Garda che non
gli piaceva neanche un po’. Ma qui c’erano ville estive da requisire a
bizzeffe e i ministeri vi vennero alloggiati in quattro e quattro otto.
Tutto il lungolago fu invaso dai ministeriali romani che avevano
accettato di lasciare l’Urbe. Da Salò (il centro maggiore) a Gardone, a
Maderno, a Bogliaco, a Gargnano, in ogni angolo della splendida riviera
occidentale del lago si accamparono gli uomini dei ministeri e le loro
famiglie. Il Duce prese dimora nella Villa Feltrinelli appena fuori
l’abitato di Gargnano da dove ogni mattina raggiungeva in macchina o a
piedi la sede del Governo in villa delle Orsoline nel centro del
paesino. Posti bellissimi anche d’inverno stante la mitezza del clima
che ha reso famoso il Garda facendone un luogo di perpetua
villeggiatura. Ma, mentre donna Rachele e i figli se ne giovavano, lui
era tutto preso dalle cure del Governo, ch’era tutt’altro che una
sinecura. Riceveva dalla prima mattina fino a sera tardi ambasciatori,
ministri, prefetti, comandanti militari, anche semplici cittadini. Ma il
suo cruccio era la guerra civile che i comunisti e anche altri
antifascisti andavano scatenando in ogni parte d’Italia. Lui fin che
poteva frenava le rappresaglie, faceva liberare prigionieri, salvava
molti suoi nemici da morte sicura sottraendoli dalle celle in cui erano
rinchiusi. Eppure quell’uomo riuscì a trovare anche il tempo per un
grande progetto: la Socializzazione delle imprese. E a far varare i
punti programmatici della nuova Repubblica: i 18 punti di Verona, che
stabilivano il ritorno al metodo democratico dell’elezione popolare. Al
pluralismo politico ci sarebbe arrivato negli ultimi mesi quando
riconobbe la validità della funzione dei partiti di opposizione. Storia
ignorata.
Si ricostituiscono Esercito, Marina,
Aeronautica. La GNR, la X Mas, il SAF
La prima Arma a risorgere fu la Milizia
che non si era mai sciolta, neppure oltre i confini patri, neppure in
terra nemica, nei Balcani. Quegli uomini, spesso avanti in età, non
mollarono mai. Rimasero al loro posto accanto agli alleati di prima e
continuarono a combattere. Presto a loro vennero aggregati i Carabinieri
non più Reali e il nuovo Corpo raggiunse la consistenza di 180.000
uomini. Venne denominato, per i nuovi compiti che riceveva ossia di
servizio d’istituto oltre che di impiego bellico, Guardia Nazionale
Repubblicana che ricordava i tempi delle Rivoluzione Francese. Il
distintivo al bavero non era più il fascetto, bensì una doppia M
d’argento che voleva significare Mussolini e Mazzini (e somigliava
parecchio al contrassegno delle SS). Vi faranno parte nomi divenuti poi
famosi come Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Dario Fo, Giorgio Albertazzi.
Quasi tutti usciti dalle nove Scuole Allievi Ufficiali che Renato Ricci
aveva organizzato per preparare l’ossatura del nuovo Esercito
Repubblicano. Ne sfornarono quattromila con un’ottima preparazione sia
bellica che civile. Ogni anno i superstiti si radunano a ricordare il
loro grande sogno di gioventù.
Il Principe Junio Valerio Borghese che
comandava il reparto degli assaltatori della Marina, ne fece un nuovo
Corpo di terra pur conservando il nome di X Flottiglia Mas, anche se dei
mitici motoscafi siluranti ce n’erano rimasti pochi (li aveva ancora una
sezione di mare, assieme ai sommergibili tascabili e ai barchini
d’assalto). La corsa ad arruolarsi fu uno spettacolo mai visto. Persino
dalla Francia arrivarono e con nomi che diventeranno altisonanti (Yves
Montand, Michel Piccoli, Serge Reggiani, tutti figli di italiani legati
come non mai alla loro Patria).
Poche, ma c’erano anche le navi da guerra. La Marina nera (per
distinguerla da quella in grigioverde della X Mas) sorvegliava i porti e
batteva il mare. Un nome per tutti fra quelli molto famosi: il
guardiamarina Raimondo Vianello, figlio di un ammiraglio.
Negli aeroporti si riformarono le squadriglie da caccia e da
bombardamento. Gli aerei vennero ripresi (con le belle o con le brutte)
ai tedeschi che se li erano incorporati e dovettero restituirli uno alla
volta molto seccati. Alla guida di una delle più famose squadriglie il
maggiore Adriano Visconti, cugino del famoso regista, che verrà
barbaramente assassinato a guerra finita.
Fra i Generali della Repubblica vi era, udite udite, anche una donna.
Una donna di ferro cui Mussolini che l’aveva conosciuta anni prima come
dirigente del Partito affidò la costituzione e poi il comando del SAF,
il Servizio Ausiliario Femminile. Si chiamava Piera Gatteschi. Donne in
divisa, donne soldato, 8.000 volontarie di ogni ceto sociale,
fedelissime. A differenza delle partigiane (per lo più staffette cioè
portatrici di posta), le Ausiliarie, belle e giovani, non erano armate
che della loro grazia e della loro fede che non tradirono mai.
In Germania, chiusi nei campi
d’internamento c’erano centinaia di migliaia di nostri soldati catturati
dopo il tradimento dell’8 settembre. Il Duce li fece optare per
l’arruolamento nel nuovo esercito repubblicano o, in alternativa, per il
lavoro nelle fabbriche tedesche. Non più schiavi, ma lavoratori o
soldati. La maggioranza, sapendo che la guerra stava concludendosi e
male per noi, scelse la fabbrica, ma intanto ebbe un trattamento più
umano. Ma quei centomila che si rimisero il grigioverde tornarono in
Italia con una voglia di rivincita che non pareva più possibile.
Addestrati dai terribili sottufficiali tedeschi, impararono a fare la
guerra come neanche se la sognavano. Le quattro Divisioni, Monterosa,
San Marco, Littorio, Italia, che ritornarono in patria con un fervore
incredibile, furono accolte dai partigiani nascosti dietro l’angolo con
le loro fucilate e molti furono i morti nelle imboscate. Ma quelle
divisioni erano di ferro e non mollarono. Presidiarono le valli e i
valichi del confine occidentale fino all’ultimo. In qualche caso persino
attaccarono i reparti americani che venivano su dalla Toscana
ricacciandoli indietro. Ancor oggi quei reduci si ritrovano ogni anno
sulle loro montagne ed è sempre una festa. Hanno i loro sacrari in cui
mette piede solo qualche coraggioso rappresentante ufficiale, sindaci
amici, deputati, senatori della parte non immemore, anche un ministro,
quello che fu uno di loro, il bersagliere della Divisione “Italia” Mirko
Tremaglia da Bergamo (uscito con i gradi dalla Scuola di Modena). E che
continua a sentirsi uno di loro anche se presta servizio in un’altra
repubblica.
Un fatto molto rilevante per il suo
significato morale, ma non solo per quello, fu che mai, in nessun luogo,
in nessun momento, né in mare, né in terra, né in cielo vi furono
scontri fra soldati italiani del Sud e quelli del Nord. Circostanza non
casuale. L’esatto contrario di quanto avvenne al Nord fra repubblicani e
partigiani dove i secondi avevano come obiettivo prioritario i primi.
Subito finita la guerra i combattenti in divisa dei due schieramenti si
ritrovarono da camerati e oggi si ritrovano nelle associazioni
combattentistiche uniti come prima. Non così fra combattenti del Nord e
guerriglieri fra i quali non è mai stata fatta pace.
La questione del Confine Orientale
Il più grande cruccio di Mussolini fu la
questione del confine orientale. Bisogna sapere che subito dopo la resa
italiana i tedeschi avevano approntato a difesa dei loro confini due
zone di operazioni militari, oltre a quella del fronte sud su cui
premevano gli Alleati. Le due zone di operazioni vennero chiamate delle
Prealpi, quella del Trentino Alto Adige, e del Litorale Adriatico,
quella del Friuli, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Erano state
sottoposte, in carenza di uno Stato italiano alleato (che si costituirà
solo alcune settimane dopo), a due funzionari austriaci che ricoprivano
la carica di capi regione dei due Land Tirolo e Carinzia. L’uno divenne
il Supremo Commissario della Z.O. delle Prealpi, l’altro di quella del
Litorale. I loro nomi Hofer e Rainer.
La loro nomina avvenne in circostanze piuttosto strane. La riunione di
insediamento si svolse il pomeriggio del 12 settembre nel Quartier
Generale del Fuehrer a Rastenburg in Pomerania, cioè a soli tre giorni
dalla resa italiana. Ma durante la riunione arrivò un messaggio: il Duce
era stato liberato. Certo si sarebbe adirato a sapere che in sua assenza
si era presa una così grave decisione. D’altra parte l’Italia era in
quel momento senza un governo (se non quello dei traditori) e senza un
esercito. E allora che fare? La soluzione fu trovata dal furbo ministro
Goebbels. Bastava retrodatare di due giorni l’ordinanza e tutto tornava
posto. Cosa fatta capo ha e Mussolini non poté, quando, lo seppe, che
fare buon viso a cattivo gioco. La sovranità italiana non venne mai
messa in discussione, ma il Duce dovette combattere una estenuante
battaglia per riaffermare continuamente quello che né Rainer né Hofer
osarono mai contestargli, cioè il buon diritto italiano su quelle terre.
Ma intanto Rainer e Hofer approfittando della forza di cui disponevano,
spadroneggiavano e spesso si mettevano in conflitto con le autorità
italiane, soprattutto con le Forze Armate della RSI. In realtà i
tedeschi temevano un altro voltafaccia come quello dell’8 settembre e
non si fidavano più di nessuno dopo la lezione ricevuta.
Nel dopoguerra per giustificare il
mancato accordo degli antifascisti con le forze repubblicane che costò
la caduta di Trieste in mani slavocomuniste, gli storici di quella
parte, cioè gli unici che avevano voce in quegli anni, sostennero che
dopo l’8 settembre Hitler si era annesso il territorio del Litorale come
quello delle Prealpi. Asserzione infondata e tutta da dimostrare, ma che
faceva gioco per mascherare la colpa storica degli antifascisti. Ancora
oggi ad ogni campagna elettorale (sono le elezioni a comandare il gioco)
rispunta quell’accusa a carico delle forze politiche comunque legate al
patrimonio patriottico della città. Si arrivò perfino ad insinuare che
Mussolini avesse regalato quelle terre a Hitler in cambio della sua
liberazione dalla prigionia del Gran Sasso. Vedete dove può condurre la
faziosità politica. Contro tali vaneggiamenti sta tutto, dal fatto che a
Trieste si continuava a nascere italiani, che la moneta, i francobolli,
la giustizia, le amministrazioni pubbliche, le scuole, l’università
erano più che mai italiane. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole
udire. Per loro, per quei bravi cattedratici, Trieste doveva essere
diventata una provincia del Reich germanico e questo giustificava molte
cose a cominciare dalla mancata difesa della città sul finire del
conflitto per finire alla “damnatio aeterna” dei suoi ultimi difensori.
Una eccellente opera di rovesciamento delle responsabilità, perfetta in
ogni suo particolare. La Storia scritta dai vincitori, in una parola.
“Le menzogne dei vincitori diventano la Storia” ammonisce Arrigo Petacco.
La verità è invece quella che senza la
RSI Trieste e l’intera Venezia Giulia (e forse anche il Friuli)
sarebbero da sessanta anni in qua un pezzo di Jugoslavia (adesso di
Slovenia).
La difesa del Confine Orientale
Le forze italiane dislocate nel
territorio soggetto alla amministrazione provvisoria del Supremo
Commissario Rainer e che a lui erano operativamente subordinate (cioè il
loro impiego bellico era nelle mani del Commissario attraverso il
Comandante Superiore italiano, generale Medaglia d’Oro Giovanni
Esposito) erano di tutto rispetto. Erano costituite da ben 20.000 uomini
e soprattutto erano decise a tutto. Perché a differenza di quanto
avveniva prima della nascita della RSI, le forze repubblicane erano
costituite interamente da volontari. La differenza che esiste fra un
esercito di volontari e quello costituito da soldati di leva è
incommensurabile. Un rapporto di uno a dieci, se volete un riferimento
numerico. Dunque le forze italiane in Friuli e Venezia Giulia erano
ingenti.
Il grosso, circa la metà, era costituito
dai cinque Reggimenti della Milizia, qui denominata per volere tedesco
Milizia Difesa Territoriale, ma portante la divisa della Guardia
Nazionale Repubblicana e dipendente dal Comando Generale della stessa
che si trovava a Brescia. Divise, organici, stipendi, disposizioni,
rincalzi di ufficiali subalterni e superiori arrivavano da Brescia,
altro che Terzo Reich. Il giorno che Rainer con la scusa che gli aerei
scendevano a mitragliare i presidi se vi vedevano sventolare il
tricolore ordinò di non issarlo sui pennoni, si ebbe per tutta risposta
un sollevamento generale dei militi a cominciare dal comandante del
Reggimento “Istria”, il colonnello Libero Sauro, figlio del martire
Nazario. Pagò per tutti il più alto in grado che fu allontanato da Pola,
ma la bandiera rimase là dov’era, anzi ogni presidio se ne fece
confezionare una più grande e la sventolò fino all’ultimo giorno in cui
rimanemmo a guardia del confine orientale. Non sta scritto sui libri di
storia ma è Storia. I militi di questo Reggimento erano quasi tutti
istriani del posto, di ogni età e condizione civile. Erano veramente i
difensori della loro terra. Per questo in Istria i partigiani di Tito,
in maggioranza slavi, ebbero vita dura. Non ebbero la connivenza della
popolazione perché le simpatie della gente andavano ai bravi guardiani
di casa, ai loro fratelli in divisa. Lo si vide durante e dopo la guerra
con l’esodo massiccio della popolazione che sgombrò interi villaggi e
spopolò le città. Fu un esodo che non ha precedenti nella storia delle
nostre terre e che invano per sessanta anni si è cercato di occultare.
Gli altri quattro Reggimenti erano
stanziati nelle province di Trieste, Gorizia, Udine, Fiume. Si batterono
tutti eroicamente fino in fondo, quelli delle isole del Quarnero vennero
annientati fino all’ultimo uomo. Medaglie d’oro a bizzeffe se avessimo
vinto la guerra. Invece l’oblio e semmai l’accusa di traditori da parte
dei veri traditori, che però erano dalla parte dei vincitori della
guerra.
Accanto a questi diecimila uomini sparpagliati sull’intero territorio,
distribuiti in piccoli presidi di venti quaranta militi ciascuno, che
assicuravano il controllo delle vie di comunicazione, delle linee
ferroviarie, delle linee telefoniche, delle centrali elettriche, degli
acquedotti e garantivano la sicurezza dei singoli cittadini, stavano i
reparti di linea schierati sul confine a fronteggiare il IX Corpus di
Tito, una vera e propria Armata con artiglierie, comandi, accampamenti
insediata sui monti attorno a Gorizia. Le forze italiane erano numerose
e di varia origine: i Battaglioni della X Mas, i Battaglioni
Bersaglieri, il Reggimento alpino “Tagliamento”, i Battaglioni da
fortezza, i Battaglioni della Milizia Confinaria, i Battaglioni
Costieri.
Il IX Corpus poté entrare a Gorizia solo dopo il crollo della resistenza
italo-tedesca alla fine di aprile 1945. Cioè a guerra finita. Prima
furono bloccati da quel pugno di ragazzi che seppero morire in battaglia
a Tarnova sotto la bufera di neve, a Chiapovano, a Tolmino, a Idria, a
Santa Lucia, lungo la linea ferroviaria delle valli dell’Isonzo e del
Bacia. Finirono sottoterra o, alla fine di tutto, nei campi di sterminio
di Borovnica e di Prestrane, anticamera della sepoltura.
Anche altri reparti combattenti non possono essere dimenticati e sono le
Brigate Nere, i Battaglioni di Polizia, gli aviatori delle basi di
Campoformido, di Merna, di Osoppo (da cui partivano i bombardieri per le
incursioni fino a Gibilterra). E tutti i servizi di avvistamento aereo
che segnalavano l’arrivo delle formazioni americane sulle nostre città
affinché la popolazione potesse mettersi in salvo nei rifugi. Gli
attacchi aerei avevano infatti carattere terroristico più che militare.
La Contraerea faceva quel che poteva ma non era certamente in grado di
evitare che i grossi bombardieri statunitensi scaricassero le loro bombe
sulle nostre case. Qualcuno venne abbattuto e tanti furono quelli che
precipitarono nel golfo di Trieste colpiti dai cannoni della Contraerea
e ancora più spesso dalla eroica caccia repubblicana che saliva in cielo
ogni volta che arrivavano i Liberators e le Fortezze Volanti. Anche per
i nostri piloti il golfo fu tomba generosa.
Sul mare non c’erano più le poderose
corazzate che si erano consegnate al nemico a Malta dopo la resa dell’8
settembre, né gli incrociatori pesanti che tutto il mondo ci invidiava e
ch’erano finiti in fondo al Mediterraneo silurati su segnalazione dei
traditori annidati nei nostri comandi, c’erano solo i piccoli,
piccolissimi sommergibili tascabili della Marina Repubblicana
perpetuamente in caccia di naviglio nemico. E a Trieste il bravo Podestà
Cesare Pagnini aveva istituito un corpo speciale ai suoi ordini, la
“Guardia Civica”. Fece anche quello il suo dovere collaborando alla
sorveglianza degli impianti insidiati dai partigiani comunisti.
In Dalmazia la resistenza agli invasori
slavocomunisti cessò del tutto con lo sgombero della popolazione della
capitale Zara nell’ottobre 1944. La città non esisteva praticamene più.
Più di quaranta bombardamenti selvaggi ordinati da Tito in persona ed
eseguiti dagli aerei delle RAF inglese avevano ridotto il centro storico
ad un ammasso di macerie. L’italianissima Zara era finalmente piegata
come voleva il despota croato (ma forse neppure croato, bensì russo).
Anche il prefetto repubblicano Serrentino riparò a Trieste dove l’anno
dopo venne trovato dai titini e ucciso.
Sul finire della guerra si verificherà un caso quasi unico. In accordo
fra loro i partigiani della “Osoppo” e gli alpini del “Tagliamento” si
misero d’accordo per difendere dagli slavi in arrivo la cittadina di
Cividale che così non subì l’occupazione del nemico. L’avvenimento viene
ricordato ogni anno a Ferragosto a Spignon, sul cocuzzolo della
montagna, il luogo dove fu stretto il patto.
La difesa del confine occidentale e
del fronte Sud
Anche sul confine francese si ripeterà un
episodio analogo a quello di Cividale ad opera di un Reggimento della
Divisione “Littorio”. Sul confine occidentale facevano buona guardia
contro le milizie golliste (i francesi ribelli del colonnello De Gaulle,
fuggito a Londra in dispregio al legittimo governo che si era arreso
dopo la sconfitta patita da parte dell’esercito tedesco con l’appoggio
italiano) e contro le forze alleate che salivano dal sud d’Italia (c’era
di tutto dai marocchini ai Gurka indiani, dai polacchi, agli ebrei, ai
filippini, ai brasiliani …) le nostre splendide quattro divisioni
addestrate in Germania e armate finalmente come si deve. Costituivano,
assieme a due divisioni tedesche, l’Armata “Liguria” al comando del
Maresciallo Graziani. Anche i tedeschi agli ordini di un italiano? Sì,
anche i tedeschi. Non è scritto sui libri di storia, ma è Storia. (Al
Sud tutti i nostri bravi soldati del Corpo di Liberazione erano agli
ordini dei comandi alleati perché l’Italia era ancora ufficialmente in
guerra con le potenze Alleate. Al Nord i soldati tedeschi venivano
pagati dalla RSI per difenderci e a questo titolo ricevevano ogni mese
un assegno in lire, al Sud erano gli italiani a incassare il soldo degli
occupatori e non in lire, bensì in Amlire, cioè nella moneta emessa
dalla Amministrazione Militare Alleata, unico detentore del potere
nell’Italia arresasi l’8 settembre. Un tanto per la Verità.)
Altri reparti di minore entità
combattevano, inquadrati operativamente in divisioni germaniche, sul
fronte adriatico. C’erano addirittura delle Fiamme Bianche fra quelli,
cioè ragazzini non ancora arruolabili nell’Esercito repubblicano. Sul
mare gli scarsi mezzi della Marina Repubblicana sempre all’agguato,
sempre pronti a morire per l’Onore in una guerra perduta da tempo. In
cielo gli ultimi aerei dell’Aeronautica Repubblicana, quelli prestati
dai tedeschi perché le nostre fabbriche non esistevano più, quelli che
potevano alzarsi in volo solo se il carburante si riusciva a trovare ed
era sintetico, fatto col carbone dopo che i pozzi di Ploesti in Romania
erano andati in fumo. E, una volta alzati, venivano giù uno alla volta,
inesorabilmente, come uccelli impallinati dal cacciatore. La valle del
Po il loro cimitero.
Perdere sì, ma con Onore. Ma chi lo vuol capire, oggi? Anzi, chi lo può
capire? Se la filosofia di ogni discorso è quella che comanda solo la
parola libertà, dove finisce il vocabolo Onore? L’Onore non esiste più,
cari miei, perché in certi casi può fare ombra alla libertà.
Il crollo dello schieramento in Val
Padana
Nel febbraio 1945 il plenipotenziario
germanico in Italia generale delle SS Karl Wolff iniziò le trattative di
resa con gli Alleati. Hitler non doveva saperne nulla e per questo
Mussolini né alcun altro ne fu messo al corrente. In gran segreto Wolff
si recò in Svizzera e fece l’accordo dal quale gli italiani della RSI
erano esclusi. Abbandonati al loro destino. Per Mussolini chissà cosa fu
deciso. Probabilmente che dovesse morire prima del crollo. Sta di fatto
che pochi giorni dopo gli abboccamenti in Svizzera, il Duce fu sul punto
di morire durante un attacco di aerei da caccia americani alla macchina
su cui viaggiava. Era andato nel massimo riserbo a visitare la Brigata
Nera di stanza a Castiglione delle Stiviere, poco distante dal Garda.
Puntuali arrivarono gli aerei con la stella d’argento e fecero fuoco
sulla colonna di pochi mezzi su cui, oltre al Duce, viaggiavano la
piccola scorta italiana e quella tedesca. Ma anche lo stesso Wolff che
si trovava in testa e, a differenza degli altri che morirono quasi
tutti, non venne neppure sfiorato. Quale migliore alibi per il tedesco
traditore? Purtroppo, bisogna dire purtroppo col senno di poi, Mussolini
venne salvato dalla rapida manovra che il suo bravo autista fece
ricoverando la macchina sotto il portico di una fattoria. Sarebbe stato
un grande funerale di Stato e l’inumazione al Vittoriale accanto al Vate
D’Annunzio. Che peccato. Lo aspettava invece il ludibrio di Piazzale
Loreto, una vergogna dalla quale oggi invano i successori dei capi
comunisti di allora cercano di lavarsi la coscienza. Forse l’idea del
mitragliamento era stata dello stesso generale tedesco che voleva anche
lui salvarsi la coscienza da quello che sarebbe poi avvenuto per colpa
sua. Forse non lo sapremo mai.
In aprile il fronte italo-tedesco fu
sfondato. Gli Alleati dilagarono nella pianura padana. Allora i
partigiani calarono dalle montagne in cui si erano prudentemente tenuti
fin che le forze italo-tedesche tenevano il fronte. Avendo avuto ordine
di lasciar passare senza arrecare molestie i militari tedeschi, si
volevano rifare sugli italiani, gli odiati fascisti. La caccia cominciò
subito e fu portata avanti sino a che fu possibile. I fascisti si
arrendevano con la promessa di poter tornare con un salvacondotto alle
loro case. Deponevano le armi e ricevevano il salvacondotto firmato dai
capi del Comitato di Liberazione, guarda caso sempre quelli di parte
liberaldemocratica. Poi arrivavano i comunisti e aprivano il fuoco.
Tanto i fascisti erano armati del solo pezzo di carta rilasciato dal CLN
che oramai era niente più che un pezzo di carta. Così un esercito di
quasi un milione di soldati coraggiosi che non avevano abbassato la
bandiera davanti a nessuno, amici o nemici, veniva massacrato con
l’inganno da delle bande di assassini con la stella rossa che dell’onore
e della libertà non conosceva neanche il nome.
Non tutti i reparti caddero nell’infame
tranello. Sul lago Maggiore c’era un Battaglione di Legionari giuliani e
dalmati. Li comanda un giovane ufficiale di ventiquattro anni, nativo di
Todi, in Umbria, la terra del grande santo degli italiani, San
Francesco. Lui aveva fatto la guerra e la guerriglia in Balcania dove
comandava le bande serbe anticomuniste. Sapeva bene quanto valeva la
parola dei partigiani comunisti. Li aveva già visti all’opera e gli
bastava. Lui non si arrenderà. Ai suoi 500 legionari si aggrega un
reparto di tedeschi che porta il gruppo a 1000. Puntano su Novara dove
stanno arrivando gli americani. Ma prima bisogna sfondare i blocchi
posti sulla stretta strada del lungolago. Basta accerchiarli aggirando
le montagne di notte col buio e il gioco è fatto. Con 200 prigionieri l’ufficialetto
fascista arriva a Novara dove riceve gli onori militari dal comandante
americano: “Voi siete i degni eredi dei combattenti d’Africa” gli dice
lo Yankee stringendogli la mano. L’ufficialetto verrà poi processato
(eviterà la condanna a morte solo perché il suo accusatore verrà
trasferito in altra sede, un accusatore che diventerà presidente della
Repubblica) e dopo anni di galera verrà eletto prima senatore e poi
sindaco di Latina, la sua Littoria. Il nome? Ajmone Finestra, attuale
presidente (e chi più degno di lui?) dell’Unione Combattenti RSI.
La perdita dell’Istria e la mancata
difesa di Trieste
Anche in Istria andò così, almeno in
molti casi. Dove poterono svincolarsi, i nostri reparti ruppero
l’accerchiamento e puntarono verso Trieste senza arrendersi. Così furono
salvati migliaia di uomini. A Trieste però non giunsero mai se non a
piccoli gruppi per lo più disarmati. Un ordine giunto dal Comando
Generale la mattina del 30 aprile imponeva loro di deporre le armi e di
tornare a casa essendo fallito anche l’ultimo tentativo di organizzare
l’estrema difesa della città di San Giusto in accordo con il locale CLN.
Fino all’ultimo si era sperato di arrivare a quel patto fra italiani che
anche molti del CLN, compreso il comandante militare colonnello Peranna,
volevano ardentemente. Molti soldati, l’intera Guardia di Finanza, buona
parte della Guardia Civica confluirono nella formazione allestita in
fretta e furia dal CLN, il Corpo Volontari della Libertà. Così almeno
non ci fu, come invece purtroppo nel resto d’Italia, spargimento di
sangue fraterno perché nessuno qui volle macchiarsi di un simile
delitto.
Pochi, sicuramente insufficienti allo
scopo, poco armati, indecisi sul da farsi, non osarono opporsi allo
slavo (che poi, ricordò qualcuno, era un loro “alleato”) che stava
scendendo dall’altopiano e si limitarono ad una azione dimostrativa
contro i tedeschi in ritirata provocando l’aspra reazione che ci si
poteva attendere. Così affermano ancor oggi di aver liberato la città,
loro, non le truppe di Tito che subito li scacciarono come nemici perché
non erano slavi e non intendevano assoggettarsi al giogo
dell’occupatore. Molti riuscirono a fuggire, ma altri, come l’intero
gruppo dei finanzieri, vennero presi e avviati alle foibe del
circondario di Trieste assieme a tanti altri sventurati caduti nelle
mani degli sgherri slavocomunisti che, seguendo gli ordini avuti
dall’alto, li precipitarono negli abissi senza pietà. Dove ancor oggi
attendono giustizia.
Pochi sanno che l’ultimo ordine di
Mussolini quando già si trovava a Milano in partenza per Como, fu quello
che diede al Principe Borghese di schierare tutta la sua X Mas sul
confine orientale. L’operazione non riuscì perché i reparti che
defluivano sotto i micidiali attacchi aerei degli alleati dal fronte
verso la Valle del Po vennero imbottigliati nei pressi di Padova dalle
formazioni partigiane scese in pianura. Così a Trieste non giunsero mai.
In precedenza anche dal Sud ci fu un tentativo di arrivare a Trieste
prima degli slavi di Tito, ma naufragò per l’ostilità degli inglesi,
fedeli alleati e protettori del Maresciallo (per conto del quale rasero
al suolo l’italianissima città di Zara, la perla della Dalmazia).
La fine di Mussolini e del suo Governo
Molto controversa e ancora oggi avvolta
in un fitto mistero è la fine del Governo della RSI. L’unico fatto
documentato nel mare di frottole sparse a beneficio dei partecipanti
all’oscura vicenda è un filmato di pochi minuti girato da un privato
sulla piazza di Dongo in occasione della strage dei ministri
repubblicani e di alcuni altri personaggi minori. Attraverso quel
documento sicuramente originale almeno sappiamo come sono morti quegli
eroici militari e civili fedeli fino all’ultimo alla parola data. Senza
quella prova certa chissà quale fine gli avrebbero fatto fare a quei
poveretti dopo averli trucidati come cani. Ma della cattura e della fine
del Capo del Fascismo manca ogni documentazione o almeno non si trova
traccia. Fatto molto strano perché la macchina fotografica fu inventata
ben prima e di ogni episodio storico abbiamo non una ma centinaia di
fotografie. E’ legittimo sospettare che le foto ci siano ma non siano in
linea con la versione che si è voluta dare agli avvenimenti. Forse alle
Botteghe Oscure c’è qualcosa, ma non verrà mai fuori. (Ma non si
dovrebbe mai dire mai. Chissà, un giorno, causa la rottura di un tubo
dell’acqua …)
Le foto ufficiali cominciano da Piazzale
Loreto (e non si possono più cancellare, vero, onorevole D’Alema?), ma
prima, in tutto quel tempo in cui Mussolini fu nelle mani dei partigiani
non c’è uno straccio di documentazione. Solo chiacchiere, affermazioni
l’una in contrasto con l’altra. Tutti eroi adesso che il leone è in
gabbia. Ma prima … Non una foto piccola così. Perché? Perché? E perché
nessuno ne parla come fosse la cosa più naturale del mondo? Tirate fuori
le foto, signori partigiani, e poi ne parliamo.
Vediamo allora di ricostruire noi le
ultime ore del Governo della RSI seguendo il buonsenso e la logica che
sono, in assenza di documentazioni probanti, l’unica via da seguire.
Scopriremo assieme la verità a lungo nascosta. Partiamo da Milano, dalla
Prefettura di Corso Monforte in cui il Capo del Governo si è portato da
Gargnano nell’estremo tentativo di agevolare un indolore passaggio di
consegne ai nuovi detentori del potere. Trova costoro, ma non sentono
ragioni, vogliono vendetta, non giustizia, sono belve assetate di
sangue. Pertini è il più inflessibile. Per lui Mussolini deve essere
ucciso come un “cane tignoso”. Altro che passaggio di consegne.
Mussolini è un eterno ingenuo (basta la vicenda di Villa Savoia per
capirlo), ma non al punto di non capire che lo vogliono morto, anzi
vorrebbero portarlo a piedi fra gli sputi e le percosse per le vie di
Milano perché hanno già deciso di appenderlo in piazzale Loreto. Non lo
sa, ma lo intuisce dagli sguardi truci dei suoi interlocutori. Niente
resa al CLN, bisogna pensare ad un’altra soluzione che salvi non lui ma
i suoi fedeli. In Prefettura ha appreso che Wolff si è arreso
lasciandolo all’oscuro di tutto. Si sente tradito e circondato. Chissà
la sorte che quel bravo Wolff gli ha riservato. Prende la decisione di
far presidiare la città dal corpo più neutrale delle sue Forze Armate,
la Guardia di Finanza Repubblicana, abbastanza forte per reggere quel
peso. E si avvia verso la famosa Ridotta della Valtellina, la RAR,
Ridotta Alpina Repubblicana, che gli era stata proposta dal Federale
Porta e caldeggiata dal fido Pavolini, il Segretario del Partito di cui
(a ragione) si fida ciecamente. La città è calma e l’intero viaggio fino
a Como, prima tappa verso la mitica Ridotta, si svolge senza problemi. I
partigiani sono ancora sulle montagne.
Poi Mussolini sembra cambiare programma,
ma, come sempre, non si confida con nessuno. Non si capisce cosa aspetti
a partire. Il tempo passa e lui non si muove dal lago. Pare che aspetti
un segnale che non arriva. Finalmente saluta la moglie Rachele e se ne
va da Como senza neppure avvertire Pavolini. Cosa ha in mente? Adesso,
non vedendolo arrivare, i presidi lungo la strada per la Valtellina
anziché essere rinforzati (a Como sono acquartierati 5.000 uomini) sono
stati ritirati. A Dongo c’era una ventina di uomini della Brigata Nera
di Como. Ritirati anche quelli. Dongo, passaggio obbligato per arrivare
a Sondrio, che dovrebbe essere il centro della futura resistenza
repubblicana, può venir occupata dai partigiani azzurri della 52°
Brigata partigiana costituita da gente raccogliticcia, specie da
finanzieri che hanno aderito al CLN. Si sistemano nel Municipio da dove
è appena uscita la Brigata Nera. Fanno un posto di blocco senza
convinzione e aspettano gli eventi. Ma forse qualcuno di loro sa che è
in arrivo l’uomo che aspettano. L’uomo da consegnare secondo i patti
agli americani. Sta scritto negli accordi di Yalta e perfino il CLN di
Milano è d’accordo, come rivelerà quasi in punto di morte Leo Valiani.
Il Duce ha in testa una sola idea. Vuole
evitare ogni ulteriore spargimento di sangue. Sarebbe inutile e poi c’è
il domani. Meno ne rimangono di vivi fra i suoi fedelissimi e peggiore
sarà il domani del Fascismo e dell’intera Nazione. Se prendono me, gli
altri saranno salvi. Morto me è tutto finito. (Povero Benito, tu non li
conosci i comunisti, sono passati sessanta anni e ancora ti danno la
caccia a te e ai tuoi fedeli soldati, macché soldati, bande di
delinquenti). Prende la decisione di consegnarsi e pensa subito alla sua
Guardia di Finanza ancora in armi a Milano e anche su, nelle stazioncine
di montagna. Ma come trovare un contatto? Lo troverà, ma solo dopo aver
penato per ore e ore nell’autoblinda del Federale di Pistoia Idreno
Utimperghe, mentre il terzetto dei suoi “amici” tedeschi (Birzer,
Kisnatt e Fallmayer) studia il modo di venderlo al nemico al miglior
prezzo. Una volta nelle mani della Guardia di Finanza col patto di
essere consegnato agli americani che dovranno processarlo e ai quali
potrà mostrare le carte compromettenti di Churchill, prima si meraviglia
che l’abbiano arrestato (“Ma no, Eccellenza, Vi abbiamo solo fermato”
gli dirà scusandosi il brigadiere Antonio Scappini), poi ringrazia per
iscritto per il buon trattamento subìto. E’ molto strano che i
finanzieri che lo hanno in custodia esigano questa dichiarazione, ma
nessuno sembra poi averci fatto tanto caso. Di certo qualcuno l’aveva
pretesa. Perché? Rimane disciplinatamente in attesa della consegna agli
americani che tardano ad arrivare, quando all’improvviso viene rapito da
un certo capitano Neri, alias ragionier Canali, che lo fa suo
prigioniero personale e per non farselo portar via a sua volta (in giro
ci sono almeno tre pattuglie alla caccia del Capo della RSI, una è
americana, l’altra è inglese, la terza comunista) lo conduce da certi
suoi amici che lo devono ospitare per la notte con tutti i riguardi, lui
e la sua compagna che ha voluto seguirlo invece di prendere l’aereo
ch’era pronto per lei con destinazione Madrid. I coniugi De Maria, due
quarantenni, brave persone che nessuno sospetterà abbiano in casa il
Duce che tutti cercano e non trovano, non sanno con chi hanno a che
fare, ma eseguono gli ordini del Canali e cedono la loro stanza per la
notte ai due personaggi di riguardo. Canali, prima di andar via nella
notte, mette due suoi fidati alla porta della stanza. Non devono
lasciare entrare nessuno per nessun motivo. Del resto chi ci arriverebbe
fin là?
Da questo momento comincia il mistero
fitto come la pece. Chi viene all’alba (verso le 5 e mezza) a prelevare
i due prigionieri? Canali e la sua amica Gianna? Chi spara a bruciapelo
sui due davanti alla stalla della palazzina dei De Maria? Neri e Gianna?
O piuttosto il Commando inglese guidato dal fantomatico capitano John e
con al seguito il partigiano (e futuro ingegnere) Lonati? La morte
risale nella autopsia di dottori neutrali (quelli ufficiali vennero
chiamati a sottoscrivere la pura versione ufficiale dei fatti) alla
mattina molto presto. Invece la versione fabbricata poi a tavolino la fa
risalire al pomeriggio e come avvenuta in un luogo di comodo dove il
“giustiziere del popolo” avrebbe pronunciato una sentenza “in nome,
appunto, del popolo” del quale, da sempre, i comunisti si ritengono gli
unici legittimi rappresentanti. Ma anche questa volta il diavolo dopo
aver fatto le pentole, non fa i coperchi. Bisognerà rimboccarsi le
maniche e ricostruire ex novo la sceneggiatura della cattura e
dell’esecuzione del mostro. Quel mostro che non ha permesso agli amici
del compagno Stalin di spadroneggiare nel nostro Paese fin dal 1922.
La sceneggiatura deve avere uno scopo
preciso. Passare il Duce per un vigliacco e uno spaccone, un traditore
del popolo. Infatti è il dopo che preoccupa gli sceneggiatori. Se no
sarebbe facile. Ormai è morto e più che morto non si può. Passata la
buriana, gli italiani, tutti gli italiani non solo i fascisti,
ricorderanno il grande uomo che li salvò dal comunismo e che costruì
città e palazzi di cui rimane il segno in ogni angolo d’Italia. Bisogna
evitare che gli facciano un monumento. Pazienza gli americani che lo
hanno sempre avuto in simpatia e che se lo avessero preso gli avrebbero
fatto un processo all’acqua di rose riconoscendogli più meriti che colpe
(guai se l’avessero preso, ossia salvato, lo ammette perfino un D’Alema).
Ma gli italiani, agli italiani bisognava pensare.
Cosa gli facciamo dire davanti al nostro
plotone d’esecuzione (che non è mai esistito)? Che lui si sentiva uno
schiavo di Hitler e lo seguiva come un cagnolino segue il suo padrone?
Ma no, è troppo poco. Ci vuol altro. Ci vuole la promessa “Ti darò un
impero se mi liberi”. Questa avrà più presa, piacerà di più. (Ci
vorranno quaranta anni perché un certo Veltroni si decida a scrivere
sull’Unità che quella fu una brutta invenzione. Mussolini disse:
“Sparate al petto”. Una piccola differenza, ma tanto sono false tutte e
due perché non ci fu nessun plotone di esecuzione).
Bisognava cominciare con lo stabilire il
nome del giustiziere. Chi? Chi più degno del comandante dei partigiani
comunisti in persona? Chi più degno di Luigi Longo, il fiduciario di
Stalin in Italia? E’ lui che sotto il nome di colonnello Valerio si reca
con la lista in mano (in cui c’è scritto anche Benito Mussolini) a far
fucilare nella piazza di Dongo i ministri fascisti dopo che si è resa
impossibile la fucilazione pubblica in piazzale Loreto di tutti quanti,
come primo atto del nuovo corso in Italia con loro al comando. Fallita
la grande festa perché mancava il personaggio principale da fucilare che
quel diavolo d’un Canali aveva sottratto ai timidi finanzieri
improvvisatisi partigiani all’ultima ora. Canali e la sua Gianna
dovevano pagarla cara. (Poi ci ripenseranno e decideranno di cambiare il
nome del giustiziere. Toccherà a uno sconosciuto ragioniere della
Borsalino, Walter Audisio, che dovrà assumersi quel ruolo per ordine del
Partito, ma in cambio avrà il seggio in Parlamento … purché non parli).
Prima di Dongo il colonnello Valerio,
alias Luigi Longo, era andato a Bonzanigo per prelevare e portare a
Milano Mussolini vivo, che assieme a tutti i gerarchi che sono a Dongo,
deve dar vita alla grande festa in piazza. E chi ci trova davanti a casa
De Maria? Ci trova due cadaveri e due deficienti col fucile in braccio
che balbettano di non saperne nulla. E allora che ci può fare il povero
colonnello Valerio con quei due cadaveri al posto di un Mussolini vivo?
E quel cadavere di donna che non è certo Donna Rachele, che c’entra
quello? Longo è furioso, non sa che pesci pigliare. Intanto fa portare i
due morti nel garage di un vicino albergo. Poi va a fare la mattanza a
Dongo, infine si ritira a meditare sul da farsi. Decide per la
fucilazione, ma non certo a Milano, in un posto vicino dove nessuno
possa vedere che vengono fucilati due cadaveri. E l’autopsia? Penseranno
anche a quella, ma dopo, con calma. Intanto andranno tutti a Piazzale
Loreto, dove li esporranno al pubblico, poi qualcuno di buona testa
penserà alla versione da dare. Non è lo stesso del processo popolare, ma
è sempre un gran spettacolo. Tutto OK, dunque, tutto quasi come prima.
Quasi. Perché adesso bisognerà ricostruire da capo l’intera vicenda.
E prima di tutto bisognerà punire
esemplarmente i responsabili. Nel giro di pochi giorni uno dei due
partigiani che avevano in custodia i due prigionieri, viene trovato
morto. Suicidato. Lo segue il Canali, scomparso nel nulla. Poi è la
volta della Gianna, finita annegata nel lago di Como. Rimane uno solo
dei quattro che hanno visto, il giovanissimo partigiano Sandrino, ma si
rifiuterà di parlare. “La mia vita vale più di quattro milioni” dirà a
Giorgio Pisanò che gli presenta l’assegno a lui intestato. E aggiunge:
“Saprai tutto quando sarò morto perché lascerò tutto scritto”. Ma quella
carta, che pure esiste, non verrà mai fuori. Passata di mano in mano e
poi sparita nel nulla. Il povero Pisanò la cercò tutta la vita.
Inutilmente. Bravi questi comunisti a nascondere la verità a tutti i
costi.
Conclusioni
La nostra storia può finire qui. Ma è una
storia che continua e deve continuare fino a che la verità non verrà a
galla. Non basta infatti che un qualunque Veltroni rettifichi il tiro,
che un qualunque D’Alema chieda quasi scusa (“sarebbe stato più giusto
processarlo”), che un Bettino Craxi vada, quand’era Presidente del
Consiglio, a portargli i fiori, non basta.
Occorre che si riconosca pubblicamente il
sacrificio di quel grande italiano quando, ben sapendo ciò che
l’attendeva, scelse di servire la Patria costituendo un nuovo Stato a
difesa di tutti noi, poveri italiani invasi al sud dal nemico vincitore
e al nord occupati da un alleato furibondo. Sapeva che l’Italia veniva
prima del suo tornaconto personale ch’era quello di starsene in pace
alla Rocca delle Caminate o ancora più al sicuro in Spagna dal suo amico
Francisco Franco. Scelse il Calvario e nulla gli fu risparmiato. Neppure
gli sputi delle baldracche più lerce in circolazione nella città che fu
per diciannove mesi la capitale dell’Italia repubblicana. Aveva dato
all’Italia un Impero, agli italiani la pace sociale e anche l’illusione
di essere diventati un grande popolo, di essere gli eredi dell’Impero
romano. Di poter guardare in faccia gli altri popoli senza abbassare gli
occhi. Non bastò, lo rinnegarono, lo tradirono. Certo ebbe le sue colpe,
alcune gravi come quella di non aver fatto votare la gente ogni cinque
anni e quella, molto peggiore, di discriminare un gruppo di
rispettabilissime persone che avevano il solo torto di essere nate
ebree. Proprio lui che con gli ebrei e soprattutto con le ebree ci era
andato tanto d’accordo. Perché lo fece? Si fosse fatto il processo
avremmo anche potuto saperlo e forse capirlo. Ma non fu lui a consegnare
questa povera gente in mano ai boia. Fu chi fece con leggerezza suprema
la resa dell’8 settembre ben sapendo che i tedeschi armati fino ai denti
e ben decisi a non farsi accoppare li avevamo in casa. E che avrebbero
messo mano agli elenchi di quei disgraziati per mandarli nei loro campi
in Germania a lavorare, come dicevano, e dove invece si moriva di fame e
di malattie prima che di gas.
Perché entrò in guerra il 10 giugno del
1940 quando la preparazione bellica era ancora da completare e la data
prevista era dopo il 1942, dopo la grande Esposizione Universale EUR 42?
Perché tutti quei palazzi che adesso adornano Roma, invece di carri
armati e di cannoni? Chi lo indusse a precipitare l’entrata in guerra?
La risposta sta in quelle carte per cui gli inglesi, il signor Winston
Churchill, quasi certamente lo fecero assassinare. E che neppure Renzo
De Felice riuscì trovare negli archivi segreti di Londra. Tutto sparito,
tutto negato. Ma se un giorno quelle carte verranno fuori come cambierà
la storia. Quella vera, quella che non è oggetto dei comodacci del
vincitore di una guerra, quella che abbiamo tentato di raccontare
secondo verità da poveri piccoli superstiti di una grande gloriosa
avventura che si chiamò prima Fascismo e poi, nel suo crepuscolo di
sangue, Repubblica Sociale Italiana.
Nota dell’autore
So bene che leggendo queste pagine
qualche giovane sotto i settanta anni resterà non solo stupito, ma
addirittura scosso come avesse ricevuto un cazzotto in faccia. Lo so, so
che sarà così. E forse è per questo che le ho scritte. Si chiederà: “Ma
allora tutto quello che ho letto sui libri di scuola e sui giornali è
tutta una menzogna, una indegna montatura? E’ mai possibile?” Sì,
ragazzi, è stato possibile, è possibile.
Così come è possibile che uno come me, arrivato agli ottanta anni, dopo
aver fatto il professore di matematica (e la matematica è verità) per
tutta la vita, si metta a scrivere la verità anche sulle cose che ha
visto e che sa essere vere. Sfidando le ire di coloro che vogliono
difendere ancor oggi che sono passati sessanta anni le menzogne più
indegne. Indegne, ma così necessarie a mantenere lo stato di guerra
civile in Italia su cui si fonda il loro potere.
Claudio De Ferra