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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"

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TITO IL BOJA
di Valentino Quintana

 

Il comunista Josip Broz, detto maresciallo Tito, già caporale dell’esercito austriaco,del generale croato Boroevic, sull’Isonzo. Lanciato col paracadute nell’autunno 1914, nelle impervie zone tra l’Erzegovina e il Montenegro. La sua presenza accende un’insurrezione comunista che ha per centro la borgata di Uzice dove con melodica organizzazione e con la distribuzione di valuta russa, instaura un regime comun – progressista e successivamente dichiara detronizzato il reuccio Pietro I, autonominandosi maresciallo e dittatore della repubblica popolare federativa jugoslava.

 

Nella primavera del 1937, nelle sale d’aspetto delle stazioni di tutti i paesi europei, sono affissi grandi manifesti a colori che invitano a visitare l’esposizione mondiale di Parigi. A chi vi si reca vengono accordate riduzioni speciali su quasi tutte le ferrovie europee. Anche nei paesi dove in genere non è cosa tanto semplice ottenere un passaporto per l’estero, i visti per la Francia vengono accordati liberamente. Ma non tutti i viaggiatori partiti con tanto di biglietto d’ingresso, varcheranno la porta dell’Esposizione mondiale di Parigi.

Arrivati nella Francia meridionale, in stazioni convenute vengono rastrellati con discrezione di agenti appositi, che li avviano al confine spagnolo. Laggiù, nelle piccole città di frontiera francesi, si svolge in quell’epoca un intenso contrabbando di uomini, che fa affluire continuamente nuova carne da cannone alla Brigata Internazionale dei comunisti spagnoli. Nell’estate del 1937 circa 11.000 sudditi jugoslavi vengono trasportati in tal modo in Spagna. L’organizzazione internazionale comunista aveva preparato ogni cosa ottimamente. Del contrabbando umano in Jugoslavia era incaricato il terrorista Josip Broz, da anni ricercato dalla polizia di Belgrado e di Zagabria. Degli 11.000 uomini che il Broz, secondo piani elaborati a Mosca, ha fatto arrivare di contrabbando nella Spagna rossa, un migliaio appena ritornò in Patria. Gli altri si sono perduti, sono caduti o morti qua e là, nessuno di essi se n’è dato pensiero. Josip Broz, insieme col capo comunista francese, Andrè Marty, ha poi atteso l’addestramento militare comunista della Brigata Internazionale nella piccola città di Albacete. Egli aveva fatto ottima prova come fiduciario dei suoi mandanti.

Nella primavera del 1943 a Mosca venne annunciato solennemente lo scioglimento della Terza Internazionale. Intanto, dei due organizzatori della Brigata Internazionale che combatté nella guerra civile spagnola, l’uno è divenuto il personaggio più potente dell’Algeria come portavoce dei comunisti francesi, l’altro, sotto il nome di Tito, è diventato il generalissimo – riconosciuto ufficialmente dai governi d’Inghilterra e degli Stati Uniti – di un esercito alleato, conferendosi da sé il titolo di Maresciallo di Jugoslavia. Frattanto il governo jugoslavo profugo al Cairo continua a rifiutarsi di collaborare con Josip Broz, quantunque la stampa di sinistra anglo – americana rinfacci sempre più crudelmente al giovane re Pietro che, respingendo Tito, egli dà prova delle sue “tendenze reazionarie”. I suddetti giornali di Londra e di Nuova York si servono ingenuamente del finto nome di Josip Broz, avvolgendolo, zelanti, con l’alloro di eroiche leggende, senza sospettare che la parola “Tito” non rappresenta altro che le iniziali della dicitura croata di Organizzazione Terroristica Segreta Internazionale (Teroristicna Internacijonanlna Tajna Organizacija).

Né i giornali d’Inghilterra e d’America, né i governi che dietro le insistenze di Stalin hanno proclamato Josip Broz “generalissimo equiparato”, sembrano sospettare che il nuovo collega dei generali Eisenhower, Montgomery e Sir Maitland Wilson è un uomo che fu in prigione non per meri motivi politici, bensì per innumerevoli reati. Imparato il mestiere di fabbro e meccanico, egli intorno al 1920 si giova dell’arte sua per apprestare grimaldelli a piè di porco; condannato come scassinatore, viene liberato nel 1928 per effetto di un’amnistia generale. Nel carcere, il Broz ha conosciuto alcuni membri di un’organizzazione terroristica comunista, con la quale rimane poi in contatto. Gli incartamenti della polizia jugoslava registrano la sua partecipazione ad una rapina commessa nel febbraio 1938 nel villaggio di Kajserica, presso Zagabria, durante la quale alcuni suoi gendarmi rimasero feriti ed uno ucciso. Registrano inoltre l’appartenenza di Josip Broz ad una banda di falsi monetari, che probabilmente è anch’essa in relazione con l’organizzazione terroristica. La regia procura di Zagabria intenta un processo al Broz per la falsificazione di 1733 banconote jugoslave da 50 dinari. Ma il nome di Josip Broz lo si sente sempre più spesso coinvolto in reati politici, tanto che restare in Jugoslavia diventa troppo rischioso per il criminale. Intanto egli è divenuto membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Jugoslavo e, per le vie segrete della sua organizzazione terroristica attraverso i Balcani e la Turchia, viene inoltrato a Mosca, dove non tarda ad essere ammesso nel cosiddetto Istituto Lenin, famoso centro di preparazione dei terroristi comunisti, da cui è uscita la maggior parte dei capi comunisti dei vari paesi europei. Ivi egli incontra per la prima volta Andrè Marty, tre anni dopo lo vediamo riapparire come organizzatore del contrabbando dei terroristi per la Spagna.

Quando la Brigata Internazionale, sconfitta, si disperde, Il Broz ritorna in Jugoslavi, munito di un passaporto intestato all’ingegnere Josip Tomanek. Il documento è perfettamente autentico: proviene dall’istituto Lenin. Ma la polizia jugoslava avverte di nuovo la presenza del Broz; allora egli cambia più volte nome, per riapparire finalmente come Tito, sul finire del 1941, tra le aspre montagne tra l’Erzegovina e il Montenegro. Qualcuno potrebbe obiettare che talvolta anche i galantuomini, da un momento all’altro, nella sgradita vicinanza di avventurieri emersi inosservati dal fango agitato della malavita, possono cadervi di mezzo. Ma tale obiezione, bisbigliata con imbarazzo a Londra e a Washington, quando cominciò a trapelare che quello strano “generalissimo Broz era uno scassinatore, falsario e grassatore”, tale obiezione non può certo reggere, poiché i servizi informazioni britannico e americano, sapevano benissimo che, oltre al cosiddetto Tito, anche la sua schiera di collaboratori appartengono allo stesso genere d’individui.

 

Un attentatore, 1910.

Prendiamo ad esempio l’agente di collegamento tra Tito e il governo moscovita, l’ex addetto militare colonnello Bogdan Simic, che nel marzo 1941 ebbe parte cospicua nel preparare il fatale pronunciamento del generale Simovic, preludio alla dissoluzione dello Stato jugoslavo. Bogdan Simic fu uno dei firmatari del patto d’amicizia fra l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, con cui l’illusa e miope camarilla di ufficiali che fiancheggiava il generale Simovic si credette al sicuro. Questo stesso generale Simovic – ormai d’età avanzata – organizzò sin dal 1910, in Bosnia, un attentato contro l’imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, attentato che per altro fallì. Egli apparteneva a quell’associazione segreta di ufficiali serbi che, sotto il nome di “Crna Kuka” (“Mano Nera”) suscitò l’occasione diretta della prima guerra mondiale. Codesto gruppo terroristico di ufficiali, alla testa del quale si trovava il capo del servizio informazioni dello stato maggiore serbo, preparò poi a Sarajevo l’eccidio del principe ereditario Francesco Ferdinando. Il Simic fu uno dei principali organizzatori del colpo di Sarajevo, che venne finanziato, come è noto dal Colonnello Artamanov, allora addetto militare russo a Belgrado. Gli eventi della prima e della seconda guerra mondiale sono tanto strettamente legati fra loro, che qua e là ricompaiono perfino nelle stesse figure di terroristi, solo con emblemi mutati sul loro berrettino. Oggi si tratta della stella sovietica rossa con falce e martello.

Un altro membro del “governo” di Tito, è l’ebreo spagnolo Mosa Pijade, che resterà nella storia del popolo serbo come il carnefice del Montenegro.

Il Pijade, pittore, è noto fin dal 1918 come comunista militante. Nel 1924 veniva arrestato per attività terroristica e rimase quasi 15 anni in prigione (con brevi intervalli), condannato – come il Broz – anche per delitti comuni. Nella primavera del 1941, quando le armate della Jugoslavia vennero sopraffatte dalle forze dell’Asse, era inevitabile che, nelle impervie regioni montuose, massime di sud – ovest, si formassero delle lacune, al cui rastrellamento non vennero dapprima destinate altre truppe, non trattandosi di problemi militari importanti. Laddove la 2. Armata Italiana – purtroppo interamente disordinata fin dal principio – avrebbe dovuto stabilire l’ordine (cioè soprattutto lungo la costa adriatica e nelle montagne del Montenegro) non tardarono a formarsi, in quelle lacune, tumori pericolosi, alla cui eliminazione il comando di detta Armata non procedette punto energicamente. Vi si aggiungeva il Montenegro, riconosciuto di nuovo come stato indipendente per desiderio dell’Italia, quantunque i mandanti italiani non fossero in grado di stabilirvi l’ordine. In tal periodo d’interregno compare nel Montenegro Mosa Pijade, con una banda variopinta di seguaci, per esercitare per più mesi un dominio terroristico, che – secondo la valutazione del governo Nedic di Belgrado – dovette costare la vita ad almeno 50.000 persone: vale a dire il 10% degli abitanti di quelle montagne scarsamente popolate. Dopo il tracollo italiano, i giornali montenegrini e serbi pubblicarono lunghi elenchi delle vittime di Mosa Pijade; ne risulta che in talune località, per esempio nella stazione climatica di Kalasi, sia rimasto poco più del 40% della popolazione mascolina adulta. Il rimanente venne barbaramente torturato e gettato in una palude, presso il fiume Kara, chiamata dai comunisti “il cimitero dei cani”. Le informazioni serbe menzionano numerosi conventi e chiese che erano stati trasformati dai comunisti in allegri ritrovi; sistema seguito anche in Bosnia da altre bande comandate da Josip Broz.

 

Foschi Personaggi.

Intorno a Tito non si sono peraltro raccolti soltanto dei terroristi, ma anche altri foschi personaggi: anzitutto quel dott. Ivan Ribar che è stato poi nominato presidente del “Governo” di Tito ed il cui passato presenta i segni caratteristici dei politicanti che passano da una nazionalità all’altra, gente che ha sempre avuto una parte tenebrosa nella vita politica del sud – est europeo.

Un amico ceco del Ribar, di nome Drah, si trovò minacciato di confisca delle sue immense proprietà fondiarie, di un valore di centinaia di milioni di corone, per effetto della riforma agraria, allora in corso nella Cecoslovacchia. Il Ribar, grazie alle sue relazioni, ottenne che il ceco Drah venisse nominato addetto stampa jugoslavo a Vienna, ciò che gli diede lì per lì veste di “straniero” di fronte alle autorità ceche, e gli salvò il suo patrimonio. Il governo di Praga protestò a Belgrado; l’esame del caso rivelò che il Ribar aveva ricevuto parecchi milioni di dinari per le sue amichevoli prestazioni. Così squalificato, cadendo sempre più in basso, finì per aderire all’organizzazione comunista jugoslava clandestina, la quale si giovò volentieri di codesto uomo politico fallito, che disponeva ancora di numerose relazioni a Belgrado. Non fa quindi meraviglia di veder infine riapparire il Ribar al centro del campo terroristico.

Cosa c’importa di questa fosca storia di tenebrose esistenze di varie canaglie, truffatori e simili? Se non fosse che le bande di Tito esistenti nel territorio ex jugoslavo rappresentino un problema non tanto militare, bensì politico. Alla conferenza di Teheran esse costituirono uno dei principali temi di discussione fra Stalin, Churchill e Roosvelt.

 

Verso l’abisso.

Nei mesi che precedono il colpo di stato belgradese del 27 marzo 1941, l’atmosfera della capitale jugoslava è carica d’elettricità. La Germania si adopera in quell’epoca per far aderire la Jugoslavia al Tripartito, che garantirebbe l’integrità jugoslava. Vero è che tale garanzia sarebbe resa problematica dalla rivalità tra Serbi e Croati e Sloveni che da un ventennio travagliano quell’edificio statale artificiale fin quasi a farlo scoppiare; ma a Berlino si spera di poter mantenere estraneo alla guerra il territorio jugoslavo.

Frattanto divisioni inglesi sono già sbarcate sul continente. Gli agenti e i diplomatici britannici non risparmiano sforzi né denari per ottenere che la Jugoslavia  dia passaggio all’8. e 9. Armata britannica. L’agente americano Donovan si è stabilito temporaneamente a Belgrado, per assicurare gli uomini politici e l’ufficialità dell’opposizione, che non mancherà loro l’aiuto degli Stati Uniti qualora si voltino contro la Germania. Allo stesso tempo l’ambasciatore sovietico Lavrentijev, giunto a Belgrado nell’estate del 1940, ha approfittato dei mesi invernali per stendere su tutta la Jugoslavia una fitta rete di propaganda politica e intellettuale in senso comunista. Agli occhi di taluni uomini politici serbi, la situazione appare di giorno in giorno più confusa, apprendendo che il presidente Roosvelt ha avuto personalmente lunghi e ripetuti colloqui con l’ambasciatore jugoslavo a Washington, Fotic. Essi hanno l’impressione che effettivamente dal futuro contegno di Belgrado dipendano le sorti di tutta la guerra.

Il 25 marzo il governo di Cvetkovic firma l’adesione al Tripartito. Due anni dopo avviene a Belgrado il colpo di stato guidato dal generale Simovic, che ha ricevuto in precedenza promesse impegnative di aiuto dal colonnello Donovan, sia dall’ambasciatore britannico. Il colpo prelude alla fine Stato jugoslavo creato nel 1919, con l’aiuto diretto dell’Italia. Gli autori di esso dipendono direttamente dall’Inghilterra e dall’America. Churchill, raggiante, non ne fa alcun mistero, dichiarando pubblicamente il giorno seguente: “Ho una lieta notizia da darvi (…) L’Impero Britannico farà causa comune con la nazione jugoslava e col suo coraggioso governo, e svolgeremo in comune ogni sforzo fino alla vittoria finale”. Il giorno stesso, il suo amico Smuts dichiara: “La battaglia nei Balcani è perduta per la Germania. Per opera di chi? Del giovane re Pietro – chiamiamolo Pietro il Grande – “. Anche a Mosca ci si mostra assai lieti, benché il governo Simovic non ottenga un patto di assistenza, come poteva aspettare in base a certe allusione dell’Ambasciatore sovietico. I negoziatori, incaricati dagli autori del colpo di stato, ottengono invece da Molotov un patto d’amicizia: Mosca ritiene la cosa non ancora matura.

Dopo lo sfasciarsi della Jugoslavia, re Pietro fugge col suo governo, lasciando soltanto un generale, Draza Mihailovic, che coi resti di una Divisione continua a combattere nelle impervie montagne del sud – ovest della Serbia. Intanto re Pietro, e il suo governo, vengono riconosciuti solennemente da Londra, anche se esuli, come alleati di pari grado; l’Inghilterra, e successivamente gli Stati Uniti, assicurano loro che si farà di tutto per “riportare un giorno a Belgrado il governo serbo esule”. Si sa troppo bene, infatti, che tutte le sventure piombate ora sui Serbi e sui Croati si sarebbero evitate se gli agenti anglo – americani non avessero suscitato quella lotta insensata.

 

Entra in scena Mihailovic. 

Nel frattempo continua limitatamente la guerriglia in territori serbo e croato. Draza Mihailovic approfitta del fatto che il grosso delle forze tedesche, impegnato nell’immane lotta orientale, non può curarsi molto delle sue imprese militarmente secondarie, ma certo spesso arditissime. In Inghilterra e in America, alla figura di Mihailovic, ancora negli ultimi mesi del 1941, si dà un’importanza assai esagerata: cosa spiegabilissima, giacché altre notizie confortanti non abbondano. Nel gennaio 1942, al primo rimpasto del governo jugoslavo esule a Londra, il Mihailovic viene nominato formalmente “Ministro della Guerra” di re Pietro. Tuttavia fin da quei mesi Mosca interveniva segretamente. Il partito comunista jugoslavo era stato rafforzato fino dall’autunno 1941 con elementi terroristici, che, istruiti presso la scuola politico – militare dell’Istituto Lenin di Mosca, venivano lanciati nel Paese col paracadute. Nelle impervie zone fra la Serbia, la Bosnia e il Montenegro, nell’autunno del 1941 si accende un’insurrezione comunista organizzata metodicamente, che ha per centro la città di Uzice, dove i comunisti istituiscono per oltre due mesi un regime di terrore, finché non vengono scacciati da forze di polizia tedesche e da truppe serbe nazionali. Là, nella zona di Uzice, sotto la guida del terrorista Broz – Tito, si compie il primo tentativo di formare uno “Stato Sovietico”, copiato esattamente dal modello russo. Fin da allora, il Mihailovic, che dal principio poté anche rallegrarsi dell’alleato inatteso, comprese che tra lui e le bande di Tito si apriva un abisso incolmabile.

In Inghilterra e in America si ostenta dapprima di ignorare l’affacciarsi dei comunisti in Serbia e in Croazia. Anzi, nel novembre 1942 la legazione degli Stati Uniti presso il governo jugoslavo, esule a Londra, viene elevata dimostrativamente ad Ambasciata; già prima, in occasione di una visita di re Pietro a Washington, una dichiarazione comune di Roosvelt e di re Pietro aveva rilevato “le brillanti imprese del generale Mihailovic e dei suoi prodi soldati”.

 

Mosca mette avanti il croato
Josip Broz

Nello stesso periodo di tempo le bande comuniste scacciate nel 1941 dalla zona di Uzice si raccolgono di nuovo nella Bosnia occidentale, fondando un “Consiglio antifascista” che ha per presidente l’ambigua figura , che già conosciamo, di Ivan Ribar. Kalinin, Stalin e Molotov vengono nominati presidenti onorari. In quel momento Mosca comincia d’improvviso ad attaccar apertamente il governo esule di re Pietro e soprattutto il generale guerrigliero Mihailovic; gli attacchi si susseguono senza veli contro Roosvelt e Churchill medesimi, come protettori dei Serbi fuoriusciti da Londra.

Nel Gennaio 1943, Eden è costretto ad informare pella prima volta la Camera dei Comuni, di sforzi intesi a condurre ad un’unità politica i vari gruppi d’irregolari che combattono in territorio jugoslavo. Mosca risponde, al solito, con attacchi ancora più vivaci, a cui si associa ad un tratto anche la stampa britannica di sinistra, sempre docile. Poco dopo il Daily Worker si abbandona, contro il governo jugoslavo esule a Londra ad invettive altrettanto violente quanto contro gli odiati Polacchi. Il News Chronicle, il Daily Herald e i suoi seguaci si limitano a breve distanza. Il governo esule dal canto suo cerca invano, sostituendo alcuni personaggi, di eliminare le difficoltà in cui rischia di trovarsi. Per colmo di sventura divampano ora fra gli esuli di Londra i vecchi contrasti circa la futura ripartizione dell’autorità fra Croati e Serbi, mentre Tito ritiene giunto il momento di assalire con le sue bande qualche gruppo delle forze del Mihailovic, torturando barbaramente coloro che cadono vivi nelle sue mani. Londra tuttavia continua a sostenere ufficialmente re Pietro e il Mihailovic. Nell’agosto 1943 Randal Neale, corrispondente della Reuter, dichiara: “Mihailovic è il mallevadore della resurrezione serba e l’eroico capo militare del governo esule”.

Al contempo Molotov ha invitato re Pietro a trasferire “la sede del suo governo” da Londra a Mosca; simultaneamente in Grecia si sviluppa una situazione simile a quella della Jugoslavia e della Bosnia. Anche lì, in zone remote, compaiono bande comuniste, che lavorano soprattutto contro il generale guerrigliero Zervas, il quale coopera con il governo esule. Parimenti, anche ad Algeri i comunisti ormai agiscono a viso aperto. Il piano generale di Stalin risulta quindi evidente. Nelle sfere conservatrici di Londra si comincia ad essere allarmanti, comprendendo che il dilemma “Tito o Mihailovic” al pari del problema polacco, è diventato per l’Inghilterra una questione politica di prim’ordine. Il direttore della rivista Nineteenth Century leva la sua voce contro la celebrazione, che fa progressi anche a Londra, delle bande terroristiche di Tito, egli respinge appassionatamente le accuse mosse da Mihailovic; ma è passato da un pezzo il momento in cui si poteva sognare l’equilibrio delle potenze. Re Pietro ritiene opportuno stabilirsi precisamente a mezza via fra Londra e Mosca e col suo “governo” si stabilisce al Cario (settembre 1943).

 

Una battaglia perduta per Eden

Quindi, la pressione di Mosca aumenta di settimana in settimana. Nelle trasmissioni serbo – croate della radio londinese ci si risolve a parlare soltanto di Tito, sia tacendo il nome di Mihailovic, sia attaccandolo celatamente. Alla conferenza dei ministri degli esteri, tenuta a Mosca nell’ottobre, si discutono per la prima volta le divergenze. La conclusione è una ritirata così clamorosa di Eden, che re Pietro a fine ottobre, e di nuovo a fine novembre 1943 fa elevare protesta in piena forma dal suo ambasciatore a Londra conto le emissioni serbo – croate della radio londinese, le quali sono ormai diventate addirittura emissione di propaganda comunista.

Nell’autunno del 1943, si erano svolte violente battaglie fra le bande di Tito e Mihailovic, battaglie in cui ebbe parte importante il materiale bellico catturato, d’ordine del Maresciallo Badoglio, dalle bande, dopo la dissoluzione della 2. armata italiana. La guerra civile si trovava così in pieno sviluppo, mentre le truppe restauratrici dell’ordine, comandate dal generale serbo Nedic, incominciavano un’azione energica nelle zone infestate dalle bande, e rastrellavano passo passo, tanto che nel gennaio 1944 non restava effettivamente nelle mani dei terroristi comunisti se non una piccola parte della Bosnia e della Dalmazia meridionale. Nondimeno l’evoluzione politica procedette con ritmo addirittura vertiginoso.

Alla fine del novembre 1943 Tito e Ribar a Jajce, città della Bosnia, aveva ampliato il “Consiglio antifascista” in un “Comitato nazionale per la liberazione della Jugoslavia”, che assunse il carattere di “governo provvisorio”. Questo peraltro non tardò a doversi rifugiare nei boschi, poiché Jajce veniva occupata poco dopo dalle truppe tedesche. All’epoca della conferenza di Teheran, Mosca si era dunque risolta ad opporre al governo esule al Cario – sostenuto ancora, benché senza entusiasmo, dall’Inghilterra e dall’America – un vero e proprio controgoverno comunista, il quale adottò ora una Costituzione, basata sul sistema dei Consigli, copiata esattamente dalla Costituzione Sovietica. La rispondenza quadra punto per punto. Il governo esule al Cairo rispose con estrema violenza alla formazione del controgoverno comunista, accusando l’Inghilterra e l’America, in un comunicato, di pubblica ragione, di mancare alla parola data. “Le due potenze – recitava – col loro atteggiamento ambiguo di fronte al gruppo comunista terroristico hanno contribuito a creare la situazione odierna”. Al tempo stesso Mosca si fece avanti anche a Londra, fondandovi un “Comitato unitario jugoslavo” sotto l’influenza comunista, come organo parallelo al Comitato polacco comunista già esistente a Mosca e a Londra, in opposizione al governo esule polacco.

 

L’America disorientata: L’errore di Churchill - Roosvelt

Disorientamento e sgomento erano ormai al colmo. La condotta di Mosca nella questione jugoslava era un risultato della conferenza di Teheran. La stampa conservatrice britannica non levò più che un balbettio confuso, mentre la stampa di sinistra continuava a glorificare Tito e a Washington il segretario di stato Hull dichiarava cautamente che gli Stati Uniti mettevano a disposizione d’ambo le parti il rifornimento col sistema di “prestito e fitto”. In quei giorni, intorno al 10 dicembre 1943, - Churchill, reduce da Teheran, ebbe al Cairo con re Pietro un colloquio, in cui il Primo Ministro britannico, poco di confortante avrà potuto dire al giovane re. Poi le cose precipitarono. Già a metà dicembre il Times affermava ad un tratto “essere assurdo qualificare il governo di Tito terrorista o comunista, come aveva fatto il governo esule al Cairo”. Tutt’ad un tratto quei terroristi addestrati da Mosca erano diventati, secondo il linguaggio dell’Observer, “eminenti cittadini jugoslavi d’ogni partito”. E mente Eden, in un’ipocrita dichiarazione ai Comuni, era costretto a preparare il cambiamento di rotto, fu reso pubblico un nuovo comunicato accusatore da parte del governo esule al Cairo, in cui si diceva: “Merita la nostra Nazione, che con estremo disinteresse si schierò a fianco dell’Inghilterra in un momento in cui questa Potenza lottava da sola, e che per la sua fedeltà ha subito perdite maggiori d’ogni altra Nazione europea, merita essa che si accordi a Tito codesta preferenza?” Troppo tardi!

 

Il “generalissimo”

Poco prima del Natale 1943 il terrorista Broz – Tito lanciò un proclama in cui qualificava deposto definitivamente, e inetto ormai a trattare, il governo jugoslavo, esule al Cairo, e vietava inoltre a re Pietro di far ritorno in Jugoslavia. Mihailovic veniva dichiarato “fuori legge”. Mentre il governo esule ribatteva ancora che “gli accordi stretti da avventurieri erano per caso senza interesse”, si apprese che Tito aveva inviato alcuni dei suoi ad Alessandria d‘Egitto per negoziare con rappresentanti dello stato maggiore britannico e americano. Ne risultò quest’informazione ufficiale della Reuter: “Il Maresciallo Tito è stato riconosciuto come generalissimo alleato, equiparato in occasione della conferenza militare d’Alessandria.

Nessuno si curava più della camarilla rifugiata al Cairo, che si lamentava e accusava, dopo avere a suo tempo precipitato il proprio paese nella sventura per volere degli anglo – americani. Mentre le bande di Tito, volgendo in fuga disordinata, venivano decimate nelle vallate della Bosnia occidentale, sul terreno politico Mosca, col suo Maresciallo comunista, aveva ottenuto per il momento di fronte all’Inghilterra e all’America tutto ciò a cui il Cremlino aspirava da tanto tempo. Abbiamo sott’occhi elenchi interminabili, in cui con poche e nude parole si dà conto, precisando nomi di persone e di località, delle orrende mutilazioni e degli assassinii commessi dalle bande dalle bande di Josip Broz nella Bosnia, nel Montenegro, in Dalmazia e in altre regioni durante la dominazione comunista. Non è qui il luogo opportuno per pubblicare tali elenchi. La tragedia jugoslava ha indubbiamente toccato il culmine nel momento in cui i capi di grandi nazioni occidentali si sono mostrati disposti ad accogliere nelle loro fila, come generalissimo equiparato ai loro, l’organizzatore del terrore comunista Josip Broz – Tito.

Gli esuli polacchi si vedono già abbandonati alla medesima sorte, dopo che Mosca, anche in quel settore, è passata dalla diplomazia, all’effettuazione brutalmente ostentata dai propri scopi. Già nel suo colloquio di Marrakech con de Gaulle, nel gennaio 1944, Churchill dovette apprendere i progressi dell’azione comunista in Algeria. Anche il Daily Worker di Londra prevede già che fra breve anche in Grecia verranno riconosciuti come “legittimi alleati”, elementi affini a quelli capitanati da Tito nella Bosnia, il vaso di Pandora, da cui trarre i gruppi terroristici di varie nazionalità addestrati da anni e apprestati all’uopo, è inesauribile. Il punto di partenza e d’arrivo, è la scuola del terrorismo dell’Istituto Lenin di Mosca, quella che ha preparato Josip Broz alle sue funzioni di Maresciallo comunista. Indubbiamente essa dispone di figure analoghe per qualsiasi altro paese d’Europa. Chi non lo crede, riponga pure le sue speranze nell’Inghilterra e affidi la propria sorte alle garanzie britanniche, come quel giovane re Pietro, su cui i flutti sono ormai richiusi.

 

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