UNA SPIA CHIAMATA
CLARETTA
su STORIA IN RETE i veri retroscena del rapporto Mussolini-Petacci
di Fabio Andriola
E’ oscura
e ambigua l’altra faccia di Claretta Petacci, la donna che per amore
volle seguire Mussolini fini all’ultimo, fino alla tragica morte. La
donna infatti, sia durante gli ultimi anni del Regime sia nei mesi della
RSI, ebbe un ruolo molto lontano da quello dell’iconografia dominante
che la vuole ciecamente innamorata e basta. La Storia invece racconta
altro: racconta di una Claretta intrigante, interessata agli affari di
Stato, pedina più o meno consapevole di alcuni gerarchi e dei tedeschi
ma anche del fratello Marcello e, negli ultimi tempi, dei servizi
segreti alleati. Lo stesso Mussolini ordinò la perquisizione della sua
casa sul Lago di Garda, l’8 ottobre 1944, alla ricerca di copie di sue
lettere che la donna passava regolarmente ai tedeschi. E quelle lettere,
già copiate, vennero trovate. Così come, poche settimane dopo, vennero
fuori altre carte compromettenti per la donna durante un’irruzione, a
metà tra la pochade e la tragedia, effettuata sempre da Donna Rachele
Mussolini, la moglie del Duce. Di questi fatti si occupa il servizio di
copertina dell’ultimo numero del mensile «Storia In Rete» in edicola.
Il giornale anticipa alcuni passi del nuovo libro di Fabio Andriola
(«Carteggio Segreto Churchill-Mussolini», Sugarco) che dedica alla
Petacci un capitolo in cui si analizzano le varie prove e testimonianze
che fanno di Claretta un personaggio chiave nella vicenda del carteggio
Mussolini-Churchill, vicenda di cui il libro di Andriola ricostruisce
tutti i dettagli, inserendo quel segreto scambio di accordi tra Roma e
Londra nella primavera del 1940 nel fitto panorama di episodi di
diplomazia parallela verificatisi nel corso della Seconda guerra
mondiale.
Como, 25 aprile sera. Lasciata Milano alla volta della
Valtellina, Mussolini si fermò alcune ore alla Prefettura di Como. Lì lo
raggiunse la notizia che il camioncino che portava numerosi e importanti
documenti ed effetti personali, benché regolarmente partito da Milano,
non era mai arrivato a Como. Nella Prefettura comasca ci sono molte
persone: numerosi sono infatti i gerarchi e i ministri al seguito di
Mussolini che viaggiano con le famiglie. Anche il ministro della Cultura
Popolare Fernando Mezzasoma è accompagnato dalla moglie Anna, che in un
angolo, accanto alla moglie del ministro degli Interni Paolo Zerbino,
osserva «i movimenti dei nostri mariti che escono ed entrano nella
stanza del Duce». La notizia che si sono perse le tracce del camioncino
aumenta la concitazione e, con lei, esplodono rancori e contraddizioni
rimaste sopite per tutti i lunghi mesi della RSI. E’ infatti in quel
frangente, mentre il capo della segreteria di Mussolini, il prefetto
Luigi Gatti, e l’aiutante del Duce, il colonnello Vito Casalinuovo,
partono alla ricerca del camioncino, che Zerbino sbotta: «Secondo
Zerbino – ricorda una stupefatta Anna Mezzasoma – il “camioncino è stato
consegnato dalla Petacci al generale Wolf”. La frase mi suona misteriosa
e priva di senso». E invece, Zerbino, non a caso ministro degli Interni
– e in quanto tale conoscitore di molti retroscena – oltre che uomo di
fiducia dell’ultimo Mussolini, aveva più di una ragione per pronunciare
quelle parole.
Quello che sfuggiva alla moglie del ministro Mezzasoma era ben
chiaro a molti uomini di vertice della RSI: Claretta Petacci, l’amante
storica di Mussolini, era un vero pericolo. E con lei la sua famiglia:
il padre, il professor Francesco Saverio, la madre, Giuseppina, la
sorella, Myriam, e soprattutto il fratello maggiore, Marcello. La storia
del «clan Petacci» non è stata ancora fatta nel senso che l’attenzione
che la figura di Claretta ha focalizzato su di se da sempre ha sviato la
curiosità dalle personalità e soprattutto dalle attività di altri membri
della sua famiglia. Attività che dovevano essere ben note soprattutto
nei mesi della RSI e che non dovevano riscuotere il plauso dei vertici
repubblicani visto l’atteggiamento riservato a Marcello Petacci sulla
piazza di Dongo dai 15 membri della colonna Mussolini che i partigiani
guidati dal Colonnello Valerio si stavano apprestando a fucilare. Un
membro del plotone di esecuzione, «Dick» cioè Oreste Alpeggiani, ha
raccontato così la scena: «Quando li vidi allineati al parapetto del
lungo lago, scortato da due partigiani giunse Marcello Petacci, fatto
portare da Valerio. L’uomo, privo delle scarpe, si lagnava di essere
scambiato per Vittorio Mussolini e chiedeva ai gerarchi di riconoscerlo
davanti a tutti. Cosa che fecero per poi iniziare una cagnara di
proteste perché lo dicevano un traditore non degno di morire con loro.
Pavolini e Barracu erano i più accesi nella protesta». Impossibile
separare, nel ruolo “politico” oltre che nella considerazione dei
gerarchi, la figura di Marcello da quella di Claretta e non solo perché
il primo evidentemente operava sfruttando il ruolo della sorella. Su
entrambi pesava infatti il sospetto di collusioni con servizi segreti
stranieri: i tedeschi per la donna, forse gli inglesi per Marcello che
comunque si era distinto nei traffici di frontiera con la Svizzera. E’
in virtù di questo, ma anche di altro come vedremo, che il tema del
carteggio passa attraverso i Petacci. Un’evidenza che si è andata
arricchendo di nuovi contorni nel corso degli anni ma che era tale già
non molti anni dopo la fine della guerra. «La morte di Claretta - ha
osservato Dino Campini, segretario del ministro Biggini - non ha dunque
un senso se non alla luce del mistero della linea d'ombra, del segreto
dei carteggi. La donna sapeva o poteva sapere e quindi doveva sparire.
Non è logico pensare che uccidendola si sia voluto punirla per
l’attaccamento a un uomo: sarebbe stupido anche per dei criminali.
Dietro la morte di Claretta si sentono frusciare carte compromettenti,
quelle di cui qualcosa poteva magari sapere».
Ormai, in qualche maniera, il giudizio che viene dato di Claretta
Petacci, una giovane donna immolatasi per il suo amore verso Mussolini,
può quindi essere corretto. Amore e sacrificio finale a parte, Claretta
Petacci ha giocato sicuramente un ruolo tutt'altro che secondario nella
storia segreta della RSI, arrivando a conoscere fatti di straordinaria
importanza e rivelando, al tempo stesso, una scarsa propensione alla
discrezione. Intorno a lei e al fratello si muoveva in continuazione una
fitta schiera di agenti segreti e controllori: durante la RSI molti
sospettavano la Petacci, più che di fiaccare lo spirito di Mussolini, di
trescare con i tedeschi e con gli inglesi: «Il capo del servizio segreto
della Repubblica, Apollonio - scrive Zanella - non esita a sorvegliare i
rapporti tra Clara e i tedeschi facendo collocare un microfono in un
lampadario di villa Mirabella: tale attività la porta avanti fino a
quando, per ordine del Reich, come rappresaglia all’estromissione di
Buffarini, viene spedito a Dachau». Nel dopoguerra Apollonio, confermò
di non essersi sbagliato: «Che poi il Petacci, uomo ambizioso ed
estremamente intrigante, fosse proprio in Svizzera in contatto con gli
Alleati, si può solo supporre. Per quanto mi riguarda, sarei portato a
non escluderlo per niente. E' assai probabile che attraverso lui (e
attraverso Claretta che non capiva la gravità di ciò che le chiedeva di
fare suo fratello) gli angloamericani controllassero di primissima mano
il pensiero e le decisioni di Mussolini». Ed era lo stesso Mussolini
però, a ben vedere, a non fidarsi troppo di questa donna ingombrante di
cui aveva tentato più volte di liberarsi ma invano. Perché tanta
debolezza in un uomo che in diversi periodi della propria vita non aveva
esitato a troncare bruscamente lunghe relazioni, a volte nonostante la
presenza di figli? Cosa aveva Claretta in più delle altre per poter
contare sul fatto che, magari anche contro voglia, il Duce non l’avrebbe
mai allontanata da se in modo definitivo? Non a caso, Franco Bandini ha
parlato di un «triplice mistero» che circonderebbe la figura di
Claretta: «Quello, tutto psicologico, del suo legame con Mussolini;
l’altro, politico della sua influenza vera o presunta che lei e la sua
famiglia ebbero sulle vicende del periodo che va dal 1934 al 1945; ed
infine quello della sua morte, assieme all’uomo amato, in qualche luogo
del basso Lago di Como». E, dopo aver parlato della scarsità e della
incertezza di molte fonti e testimonianze, Bandini conclude che, ad ogni
modo, tutto quello che oggi sappiamo non ci dice nulla circa il punto
«maggiormente interessante per lo storico: e cioè del sentimento,
variabile col tempo, che per lei Mussolini nutrì e per converso della
reale influenza che Claretta ebbe, o poté illudersi di avere». Mussolini
quindi non seppe, non volle o non poté mai liberarsi di Claretta. E
tutto questo nonostante non si fidasse completamente di una donna che
pure non aveva lesinato prove e parole di dedizione. Una fiducia la sua
tutt’altro che incondizionata come testimonierebbero – sembra – numerosi
e pressanti inviti a distruggere le lettere che le inviava nei mesi
della RSI. Quelle lettere, insieme alle minute di quelle di lei e ai
diari tenuti da Claretta per gran parte della sua vita, non sono ancora
consultabili perché, con una decisione che ha destato più di uno
stupore, fin dal 12 aprile 1956 la Corte di Cassazione ha stabilito che
quelle carte dovevano restare in possesso dello Stato «in quanto
contengono riferimenti alla politica estera e interna dell’Italia». La
decisione sanciva, di fatto quanto già il governo guidato da Alcide De
Gasperi aveva stabilito giusto sei anni prima, quando cioè i carabinieri
si erano presentati a Villa Mirabella, a Gardone sul Garda, per farsi
“consegnare” dai padroni di casa, i coniugi Cervis, le carte che
Claretta aveva affidato loro prima di partire per Milano, a fine aprile
1945. In realtà la consegna fu “coatta” in quanto i carabinieri si erano
presentati a colpo sicuro e si erano fatti consegnare quanto i Cervis
avrebbero voluto continuare a nascondere fino al giorno in cui avessero
potuto consegnare il tutto agli eredi di Claretta. Tra il giardino e il
porticato vennero fuori tre piccole casse – ma forse una di quelle casse
era in realtà una valigia – colme di carte. Lettere scambiate tra
Mussolini e la Petacci, i diari della donna e una divisa del dittatore.
Subito si sparse anche la voce che tra le carte ci fossero anche i
diari, o parte di essi, di Mussolini dal 1921 al luglio 1943. Ma fu
impossibile qualunque verifica perché, come già si è detto, il governo
italiano dispose il segreto sulle operazioni di recupero. Villa
Mirabella, posta nel complesso del Vittoriale dannunziano, era stata la
seconda residenza di Claretta sul Garda. A differenza della precedente
abitazione, Villa Fiordaliso, non era stata teatro di scene drammatiche
come quelle che esamineremo tra poche righe ma anche tra quelle mura si
era parlato di questioni importanti. E dal telefono di Villa Mirabella
erano partite telefonate che, intercettate dai tedeschi al pari di varie
lettere, ci dicono molto di quanto la Petacci sapeva e, soprattutto,
faceva (…):
Claretta: «Mi permetti, dunque, di fare un paio di fotocopie?»
Mussolini: «Tu sai che volentieri te lo permetterei, ma sai anche ciò
che temo».
Claretta: «Questo timore è infondato, conosco molto bene la persona, e
il lavoro sarà fatto da lui personalmente».
Mussolini: «So anche questo, ma per ora non ti dò alcun permesso. Forse
troverò io stesso una strada sicura».
Claretta: «Non devi essere così diffidente, c’è ancora gente fidata e
seria».
Mussolini: «Non lo dubito, ma devi ancora attendere.
Claretta: «Sono un po' arrabbiata, ma come sempre ti perdono, quindi
aspetterò».
La cosa stupefacente è che quella telefonata avvenne non più di
due o tre mesi – molto probabilmente nel dicembre 1944 – dopo il rapido
consumarsi di uno dei maggiori scandali della RSI. Uno scandalo datato 8
ottobre 1944 e ambientato nella prima residenza sul Garda dell’amante di
Mussolini: era stato lo stesso dittatore ad ordinare al questore Emilio
Bigazzi Capanni, capo della "Presidenziale", la squadra di agenti
addetti alla persona del Duce, di andare a perquisire la casa di
Claretta Petacci. Il fondato sospetto di Mussolini era che Claretta
avesse fatto copie di sue lettere personali e avesse passato ai tedeschi
gli originali. Ad ogni modo, quello che è certo è che la denuncia era
partita da Donna Rachele, preoccupata che il marito si potesse
compromettere politicamente «perché in quelle lettere sfoga i suoi
risentimenti nei confronti dei tedeschi, rivela la verità sui colloqui
con l’ambasciatore Rahn e il comandante delle Ss Wolff, fa capire di
considerare un bluff l’insistenza di Hitler nel dichiarare che vincerà
la guerra. Come si può essere tanto ingenui da lasciarsi andare a
confessioni del genere, pur sapendo che la Petacci è controllata ora per
ora dai tedeschi? Che è stato Wolff in persona a farla liberare dal
carcere di Novara dopo l’otto settembre per ricondurla accanto al Duce,
a Gardone? Che tutte le telefonate della signora passano attraverso il
centralino della Gestapo? Che in casa sua, a Villa Fiordaliso, vive con
lei, con la scusa di proteggerla, il tenente SS Franz Spoegler, agente
dei servizi segreti nazisti? Come non sospettare che, sia pure in buona
fede, la signora sia tenuta a ricambiare i favori e la protezione,
accettando di fornire elementi di cui le si assicura che serviranno
soltanto a tutelare il più possibile Mussolini nell'opinione del Führer,
proprio grazie al "filtro" dell'affezionato Wolff ?
La "dritta" a Donna Rachele era arrivata da Nino Martini, un industriale
romagnolo a lei fedele, che aveva un figlio nel comando del battaglione
della Guardia del Duce. Il ragazzo era sveglio e aveva scoperto un
traffico di documenti. E anche altro: «Martini sapeva anche altre cose,
o credeva di saperle. Per esempio, che intorno alla Petacci c'era un
giro di agenti segreti non solo tedeschi, ma anche Alleati. Sapeva che,
fingendosi cameriere d'un ristorante di Torri del Benaco, agiva sul
Garda una spia dell'OSS americano, tale Edward Como; che un certo Kurt
Muller, tedesco, lavorava in realtà per conto dell'Intelligence service
inglese; che un ufficiale italiano, Paolo Bernari, venuto dal Sud, si
era infiltrato come telefonista a Gargnano».
Alle 9,30 dell’8 ottobre, Bigazzi, accompagnato da un commissario di Ps,
da due agenti e dallo stesso Martini si recano a Villa Fiordaliso. La
reazione della Petacci è furiosa tanto che arriva a minacciare con una
pistola i presenti. Poi sviene. Nonostante l’atmosfera melodrammatica la
realtà però si fa strada prepotentemente: le informazioni di Martini si
rivelano infatti esatte. Durante la perquisizione saltano fuori 13 copie
di lettere di Mussolini: una ventina di fogli in tutto e nessun
originale. Nonostante le precedenti promesse di far arrestare "quella
donna" «se mi porterete una sola copia», Mussolini di fronte
all'evidenza non prenderà alcun provvedimento. Anzi, convocherà Martini
per apostrofarlo duramente: «Dunque avevate ragione, e con ciò? Credete
forse d’essere riuscito a fermare i carri armati di Alexander?». Dopo
cinque giorni fece pace con l’amante. «Invece l'affare delle copie era
serio – ha scritto Silvio Bertoldi - Sia perché confidenze private,
rivelazioni, giudizi polemici di Mussolini venivano trasmessi a chi non
avrebbe mai dovuto conoscerli, sia perché si mormorò che altre fotocopie
avessero preso la via della Svizzera, probabilmente insieme con gli
originali. E né allora, né poi, se ne è più saputo qualcosa».
La pace sul lago durò molto poco. Un paio di settimane in tutto.
Quanto cioè separò la perquisizione di Bigazzi, ispirata da Donna
Rachele, da un vero e proprio blitz della stessa signora Mussolini a
Villa Fiordaliso. Di quella tragica serata, condita da pioggia battente,
svenimenti, telefonate di un imbarazzato Mussolini, urla e comprimari
(l’SS Spoegler, il ministro Buffarini Guidi, il solito Martini…)
incapaci di metter pace tra le due donne, restano due versioni: quella
riferita da Myriam Petacci, che raccolse a caldo le confidenze della
sorella, e quella di Donna Rachele. Ovviamente, nelle rispettive
versioni è sempre “l’altra” a fare la figura peggiore anche se non si
può non notare che, a posteriori, i racconti di Donna Rachele siano
venati da una certa pietà e compassione. Quello che in questa sede
importa è però un’altra cosa. Un particolare confermato, nella sostanza,
da entrambe le versioni e che, tra le altre cose, ci dice che Bigazzi
non aveva frugato bene a Villa Fiordaliso. Secondo la versione Petacci,
durante il litigio Claretta per dimostrare che Mussolini l’amava tirò
fuori delle lettere che il dittatore le aveva scritto. Donna Rachele
scattò: «Non le voglio vedere! Non m’interessano! Non voglio portarvi
via niente! Tenetevele pure ché, tanto, vi pentirete, e si pentirà anche
lui, perché un uomo che non rispetta la moglie…». Claretta ribatté che
«il Duce ha sempre manifestato il massimo rispetto per voi, come madre
dei suoi figli…» e il discorso prese un’altra direzione. In realtà,
visto che da tempo Donna Rachele batteva sul tasto delle lettere che
Claretta possedeva, duplicava e distribuiva, non sembra credibile che
l’offerta della Petacci cadesse così rapidamente nel vuoto. Infatti,
nella versione ribadita più volte nel dopoguerra dalla stessa consorte
del dittatore, la scena è un po’ diversa: «Si sollevò lentamente dalla
poltrona e scomparve su per le scale. Quando tornò, aveva fra le mani
dei fogli bianchi arrotolati e me li tese dicendo: “Sono trentadue
lettere. Me le ha mandate vostro marito”. Mi bastò un’occhiata: non
erano lettere, erano solo copie dattiloscritte. Allora gridai: “Non
voglio portarvi via niente, non è questo lo scopo della mia visita…”».
Dunque Claretta non solo non distruggeva le lettere che Mussolini gli
scriveva ma le copiava. O, peggio, le faceva copiare. Perché? Donna
Rachele quella sera mostrò di sapere quello che l’amante del marito,
apparentemente incline soprattutto ai pianti e ai mancamenti, faceva da
chissà quanto tempo: «Allora, esasperata, le dissi che non potevo
soffrire le donne che risolvono ogni problema con le lacrime e gli
svenimenti e le rinfacciai molte cose: di aver fatto fotografare e messo
al sicuro, in Svizzera e in Germania, alcune lettere delicatissime che
mio marito le aveva scritto durante la loro lunga relazione (…); di
avere permesso l’impianto di un cavo telefonico fra la nostra villa e la
sua abitazione e infine di tenere contatti con persone poco
raccomandabili. (…) Le dissi tutto: che ognuna delle telefonate che si
scambiavano lei e Benito veniva registrata e il testo inviato in cinque
copie ai comandi tedeschi. Che i servizi d’informazione inglese e
americano facevano capo anche a lei per tenere Mussolini sotto controllo
e che doveva diffidare di tutti…». A questo punto è difficile dubitare
che Claretta, non si sa fino a che punto consapevole e consenziente, non
fosse al centro di un complesso – o forse semplicemente tortuoso - gioco
che, nella migliore tradizione della politica e dello spionaggio,
prevedeva più ruoli e più livelli di impegno per uno stesso
protagonista. Quello che sapeva Donna Rachele ovviamente lo sapeva anche
Mussolini. Claretta, a quanto risulta, non fece sostanziali e decise
obbiezioni alle accuse mossele. Abbiamo anche visto che effettivamente
duplicava documenti di provenienza mussoliniana chiedendone a volte –
come risulta dall’intercettazione telefonica – il permesso allo stesso
Mussolini. Alla luce di quanto emerso non possiamo quindi non
considerare a tutti gli effetti la Petacci come un giocatore di una
partita la cui mano finale si sarebbe dovuta giocare sul Lago di Como, a
fine aprile 1945.
Mussolini, sul finire della RSI si ritrovò, anche se non sappiamo
fino a che punto lo aveva desiderato davvero, ad avere in Claretta un
pezzo della sua strategia. Una tessera di cui comunque non si poteva più
fare a meno, sia perché ormai era tardi e sia perché quella tessera ne
se ne tirava regolarmente dietro un’altra, non meno ambigua e
sicuramente meno disinteressata: Marcello Petacci. Non è forse un caso
che sia stato proprio il segretario del P.F.R. Alessandro Pavolini a
guidare la rivolta dei condannati a morte di Dongo (…) Dal suo punto di
vista, l’odio di Pavolini verso Marcello Petacci (odio condiviso da
molti altri gerarchi che magari intuivano quello che non sapevano) era
ben indirizzato. Via via che la fine della RSI si avvicinava, Petacci
aveva intensificato i suoi viaggi in Svizzera, l’ultimo dei quali era
iniziato il 19 aprile ed era terminato il 23 aprile successivo, alla
vigilia del crollo. In Svizzera Petacci, si ritiene, teneva i contatti
con gli inglesi, forse con lo stesso sir John Clifford Norton,
ambasciatore di Londra in territorio elvetico. E’ lui, probabilmente,
l'oscuro regista dello strano girovagare di Mussolini, nella giornata
del 26 aprile, su e giù per la sponda sinistra del lago di Como: Como,
Menaggio, Grandola e poi ancora Menaggio. Che cercava Mussolini, ben
attento ad aver con sé solo alcuni fidati gerarchi, deciso a non
ascoltare i richiami di Pavolini che lo voleva tra i fascisti
concentrati a Como e desideroso di scrollarsi di dosso la scorta tedesca
che, con la scusa della sicurezza, ne condizionava i movimenti? Cercava
un contatto con emissari inglesi, un contatto magari prospettato e
organizzato da Marcello Petacci? E' una vecchia convinzione, messa nero
su bianco già nel 1950, da Ferruccio Lanfranchi, il primo cronista che
si sia interessato a fondo alle vicende di Dongo: «... Mussolini, dopo
il colloquio con Petacci (il 26 aprile a Menaggio, nella casa del
Federale Castelli, nda), si sarebbe indotto a scrivere, di suo pugno,
una lettera al ministro Norton. Noi crediamo che questa lettera non sia
stata distrutta. Quella lettera era stata scritta nella fiducia di poter
contare su dichiarazioni fatte precedentemente da Churchill e, forse su
impegni presi dal Premier britannico o su promesse di lui. Logico quindi
che i documenti fossero affidati a colui che si era assunto il compito
di intermediario sfidando, per salvare la vita a Mussolini (e quindi
alla sorella, che sapeva votata alla stessa sorte) il disprezzo dei capi
fascisti che non si erano tutti resi conto della fine inevitabile:
Marcello Petacci. Ecco perché, considerandolo dal loro punto di vista un
"traditore", per aver trattato con gli inglesi, i gerarchi condannati a
morte dal colonnello Valerio chiesero di non essere fucilati con lui.
Che il carteggio fosse tenuto da Marcello Petacci è ormai provato. Ma
nessuno sinora ha fatto piena luce su questa vicenda, la quale conserva,
anche per noi che pure abbiamo indagato con scrupolo alla ricerca della
verità, parecchie lacune...». Forse l’unica pecca della ricostruzione di
Lanfranchi sta nel fatto che quella lettera a Norton Mussolini non la
scrisse il 26 aprile a Menaggio ma il giorno prima, nella prefettura di
Milano.
Il sofisticato (o semplicemente contorto?) piano di salvezza
organizzato da Mussolini prevedeva anche il coinvolgimento del
segretario di prima classe del Consolato spagnolo di Milano, Don
Fernando Canthal y Giron. Canthal incontrò varie volte Mussolini negli
ultimi giorni alla prefettura di Milano: l'ultimo incontro fu proprio il
25 aprile poco prima del fallimento dell'incontro in Arcivescovado.
Dietro a tutto ci sarebbe stato ancora Marcello Petacci che, quel
mattino, chiede a Canthal asilo per la sua famiglia nel consolato di
Spagna e con l'occasione domanda al diplomatico anche se «è disposto a
portare un messaggio di Mussolini a Berna, all'ambasciatore inglese
Norton. Lo spagnolo risponde che è pronto a compiere la sua delicata e
importante missione di pace. Incoraggiato, Marcello Petacci lo invita ad
andare con lui in prefettura: incontrano il Duce, che apprezza
l’iniziativa e la collaborazione del console e prepara la lettera con la
quale offre tra l'altro "la resa delle forze armate della Repubblica
Sociale"». In questo senso va la testimonianza della compagna di
Marcello, Zita Ritossa, ma il contenuto della conversazione è
confermato, oltre che dal fatto che nelle tragiche ore di Dongo Petacci
si qualificherà come diplomatico spagnolo con tanto di credenziali e
bandiera sul cofano della propria auto, anche dal rapporto inviato dallo
stesso Canthal il 6 maggio 1945 al suo ministero degli Esteri. Il
tergiversare dei fascisti sul lago di Como può quindi essere messo in
relazione con l’attesa spasmodica per i risultati della missione di
Canthal. Al riguardo non è senza significato che, nel momento estremo,
Mussolini abbia pensato di rivolgersi ad un inglese ed è altrettanto
plausibile che, comunque sia, il passo successivo sarebbe stato un lungo
esilio. Lo dimostrerebbe quel lasciapassare per la Spagna, ben piegato
in una busta gialla del "Fascio Repubblicano Sociale di Dongo" (e questa
busta, già da sola, sembra suggerire molte cose) trovato addosso a
Mussolini, nella tasca posteriore dei suoi pantaloni, sul tavolo delle
autopsie a Milano, il 30 aprile 1945. Quella busta venne trovata da uno
dei medici presenti, il professor Pierluigi Cova che ricorda che il
documento era datato 14 settembre 1944 ed era intestato a due coniugi di
cui Cova non ricorda il cognome. Un ufficiale partigiano presente
all’autopsia strappò di mano il foglio a Cova che non fece in tempo ad
esaminarlo per bene. Ma quella busta del Fascio di Dongo può voler dire
che forse quel documento cambiò di mano proprio nelle ultimissime ore di
vita del dittatore visto che è impensabile che a Milano, in prefettura o
al consolato di Spagna, qualcuno avesse provveduto a rinchiudere un
simile documento in una busta intestata al Fascio repubblicano di uno
sconosciuto paesino del comasco. E perché mai quel qualcuno consegnò un
lasciapassare per la Spagna ad un Mussolini ormai solo, già prigioniero
o sul punto di diventarlo? Infatti il particolare della busta fa
propendere per la circostanza secondo la quale Mussolini non partì da
Milano col documento in tasca ma lo ricevette sul Lago. (…)
Ma qualcosa Mussolini riuscì, in extremis, a mandarlo ugualmente in
Spagna. Dovevano essere la stessa Claretta e probabilmente una copia di
importanti documenti da mettere al sicuro. Invece la donna non obbedì
alle sollecitazioni dell’amante e rimase a Milano, forse compromettendo
così una parte dei piani di Mussolini per mettere al sicuro le sue
carte. Al suo posto invece partirono i genitori, la sorella e il cognato
di Claretta e poche altre persone (tra cui, sembra, il leader filo
nazista belga, Leon Degrelle, capo del partito rexista) con un aereo
Savoia-Marchetti S.83 con insegne croate decollato dall’aeroporto
milanese di Linate all’alba del 23 aprile 1945. L’arrivo dell’aereo,
nonostante l’atterraggio su una pista secondaria dell’aeroporto militare
di Prat de Llobregat di Barcellona, fu subito notato dalle autorità
diplomatiche del Regno d’Italia le quali subito si attivarono per
chiedere agli spagnoli che «severe indagini fossero fatte sui beni e
valute portate dalle persone in questione e soprattutto sui documenti
che essi potevano aver trafugati in Italia». (…) Il sospetto che tra gli
80 bauli caricati a fatica sul Savoia-Marchetti ci fossero anche altri
documenti oltre a queste lettere di Mussolini era diffuso in Spagna in
quei giorni. Al punto che, poco dopo l’atterraggio, significativamente,
si mosse anche l’ambasciata inglese a Madrid, la cui richiesta di
sequestro dei beni dei passeggeri del velivolo cadde però nel vuoto. Era
la fine di maggio del 1945: in quei giorni come si è visto la caccia ai
documenti di Mussolini era già frenetica. E’ quindi così azzardato
ipotizzare che, al pari del suo collega di Roma, anche l’ambasciatore
inglese a Madrid non volesse lasciare nulla di intentato per cercare di
recuperare carte e documenti di qualche interesse per Londra?
Il rifiuto di Claretta di volare in Spagna con i documenti che le
sarebbero stati affidati fu probabilmente uno degli intoppi che il piano
di Mussolini incontrò al momento finale. Fallite tutte le altre strade,
Mussolini si vide costretto a sciogliere in extremis tutti i fili sul
lago di Como: costeggiando la frontiera svizzera, ma senza mai
avvicinarsi troppo, Mussolini ha tratto in inganno molti studiosi,
convinti che stesse in realtà cercando il momento migliore per tentare
l'espatrio. Invece era probabilmente qualcun altro che lo doveva
raggiungere. (…) E’ molto probabile che Mussolini, il 26 aprile,
attendesse, oltre alle camicie nere che gli aveva promesso Pavolini e
che invece si stavano disperdendo nel caos di Como, qualche emissario
con cui continuare la lunga trattativa dei mesi precedenti. Per farlo
non aveva bisogno di Claretta, ovviamente. Ma forse erano i tedeschi a
volere che la donna stesse con lui. E per farlo bastava assecondare la
cocciuta determinazione della Petacci a stare vicino al suo Ben. In
questo senso può essere letto un episodio poco noto ma illuminante. In
un frangente in cui Mussolini cerca di seminare in tutti i modi i
tedeschi (lo ha fatto lasciando la prefettura di Como, lo farà poche ore
dopo sulla strada per Grandola), Claretta ha un modo decisamente
singolare di presentarsi a Menaggio. All’entrata del paese un posto di
blocco delle Brigate Nere la ferma e solo l’intervento del colonnello
Casalinuovo può farla arrivare a una villa attigua alla caserma della
Brigata Nera. Ancora una volta, a pochi metri da Mussolini che in quel
momento, siamo nelle prime ore del mattino del 26 aprile, sta riposando
nella casa del vice federale del paese, Paolo Emilio Castelli: «La donna
arriva poco dopo Mussolini. Si presenta con due tedeschi alla sorella
della padrona di casa, Cornelia Pezzara. “La signora deve dormire qua!”.
Di fronte all’imposizione, alla donna non resta che replicare: “Si
accomodi”. Due tedeschi controllano l’entrata principale e altri due
quella secondaria, dall’altra parte della casa: ma lo fanno
dall’interno, per non dare nell’occhio, mentre nel palazzotto di fronte
stazionano in gran mostra gli uomini di Birzer». Poche ore più tardi,
non invitata, Claretta raggiungerà col fratello e la famiglia di lui,
anche Grandola, dove nel frattempo si è trasferito Mussolini con il
grosso dei gerarchi. E, stando ai testimoni, il vederla di lontano non
aiutò il Duce a mutare di umore, comprensibilmente pessimo in quelle
ore.
Difficile dire che valore ebbe realmente la «carta Claretta» nel gioco
dei tedeschi e in quello di Mussolini. Due giochi divergenti come
dimostrerà la circostanza della salita di Mussolini sul camion tedesco
per superare lo sbarramento partigiano di Dongo. «Quando arrivò il
momento del distacco – ricorda l’attendente di Mussolini, Pietro
Carradori – Gatti chiese: “Duce, devo venire con voi?”. E Mussolini
rispose: “No, soltanto Carradori mi seguirà”. Ero in borghese, con un
giubbone di pelle nera. Presi dall’autoblinda i due mitra, il mio e il
suo, le due borse che mi aveva consegnato a Milano, in Prefettura,
all’atto della partenza, e il pacco con dentro i cinque milioni di lire,
e tenendo tutto ben stretto nel braccio destro, afferrai con la sinistra
il parapetto del cassone del camion per issarmi a bordo. Fu Fallmeyer a
strapparmi giù dalla ruota su cui avevo appoggiato il piede sinistro,
gridando come un forsennato: “Nein! Nein!”. In quel momento vidi poco
distante Giovanni, un maresciallo delle SS di origine altoatesina della
scorta di Birzer che parlava perfettamente italiano e di cui ero amico.
“Giovanni”, gli gridai, “diglielo tu a questo stronzo che è il Duce che
mi vuole!”. Niente da fare. Il camion partì a tutto gas. Feci appena in
tempo a lanciare oltre il parapetto del cassone le due borse. Soltanto
quelle». E così, solo, con un pastrano troppo largo e lungo, con due
borse di documenti (di cui una sola entrerà con lui, poco dopo, nel
municipio di Dongo) Mussolini muove verso l'appuntamento col destino,
circondato da tedeschi. Claretta, imperterrita e inconsapevole, dopo
averlo incitato a seguire l’infido consiglio dei tedeschi, sarà ancora
con lui di lì a poco (…).
Così come Claretta è morta perché sapeva è altrettanto vero che, ad un
certo punto, il piano di salvezza che avrebbe dovuto portare Mussolini
vivo e prigioniero lontano dal lago di Como comprese, contro ogni logica
apparente, anche Claretta. Perché lei e non qualche ministro, come ad
esempio il ministro degli Interni repubblicano, Paolo Zerbino, oppure
quel Barracu che sappiamo aver partecipato a più di un colloquio con
emissari stranieri durante la RSI? O il comunque noto e rappresentativo
– oltre che odiato – Alessandro Pavolini? Oppure, perché non il
colonnello Casalinuovo, aiutante di Mussolini e custode di tanti suoi
segreti? No, alla fine, la notte tra il 27 e il 28 aprile 1945 si scelse
di unire al dittatore una donna di cui pochi avevano sentito parlare e
che probabilmente Mussolini non avrebbe mai scelto come compagna in quel
frangente. Sia perché aveva cercato di allontanarla da sé più volte sia
perché avrebbe dovuto coinvolgerla in situazioni pericolose sia, infine,
perché a livello di immagine non ci avrebbe fatto una bella figura a
trovarsi in mano al CLN o agli anglo-americani in compagnia della
propria amante. Del resto, che una certa sorpresa abbia colto Mussolini
nel momento in cui scoprì che era stato ricongiunto alla Petacci lo si
ricava dallo scarno scambio di battute riportato dai testimoni:
- Anche voi, qui, signora?
- Preferisco così, Eccellenza.
Secondo quanto asserito per anni da lui stesso, fu «Pedro» a decidere di
unire i due, dopo un lungo e drammatico colloquio con Claretta, nel
municipio di Dongo, la sera del 27, mentre Mussolini è a Germasino.
Secondo «Pedro» Mussolini, nella caserma della Finanza, gli avrebbe
chiesto, in modo goffo e imbarazzato, di salutargli "quella signora"
svelando così la presenza della Petacci tra i prigionieri della colonna.
Tornato a Dongo Pedro avrebbe avuto quindi un lungo colloquio con una
piagnucolosa Petacci, nel corso del quale lei gli avrebbe chiesto con
insistenza di essere riunita al suo Ben. (…) Secondo Lazzaro invece il
colloquio avrebbe avuto contenuti decisamente meno romantici con Pedro
deciso a sapere tutto sui piani della coppia per contattare gli
anglo-americani. La Petacci avrebbe cercato in tutti i modi di negare ma
alla fine, di fronte alle minacce brutali di «Pedro», cede e confessa la
presenza di una borsa di documenti tra le valige trasportate sull'auto
del console spagnolo. «L'interrogatorio di Clara - osserva Zanella - ha
come fine di scoprire dove siano nascosti i documenti che Mussolini deve
offrire a Churchill per salvarsi la vita; e questo significa che chi ha
rivelato a «Pedro» l’identità della donna sa bene che ella ha quei
documenti o almeno ne conserva una copia. Facile quindi intendere che
voglia impossessarsi di quei documenti». (…)
Non resta quindi che accentrare l’attenzione sulle mosse di Bellini
delle Stelle “dopo” il colloquio con Claretta. Per prima cosa si reca
(dicendo poi, quasi sicuramente mentendo, di essere stato chiamato)
all’albergo Dongo per parlare con Marcello Petacci. Poi, subito dopo,
decide di trasferire immediatamente Mussolini e la Petacci in un luogo
segreto. E’ l'inizio di quello che da molti è stato interpretato come
l'estremo tentativo dell'ala moderata e filo-alleata del movimento
partigiano di portare in salvo i due prigionieri e, una volta
trasferitili sull'altra sponda del lago, a Villa Cademartori, di
consegnarli il prima possibile agli alleati. «Pedro», a Dongo, non era
che il terminale di una catena che partiva da Milano, da Raffaele
Cadorna, comandante del Comitato Volontari della Libertà (C.V.L.), il
braccio armato della resistenza, e che aveva il più importante trait
d'union nel colonnello Giovanni Sardagna, comandante C.V.L. di Como: «Io
ricevetti - racconterà in seguito Sardagna - nella notte dal 27 al 28
aprile l'ordine del comando generale Volontari della Libertà di Milano (CGCVL)
di portare Mussolini e gli altri a Milano o quanto meno a Como, al
sicuro. Il trasporto non era facile per mancanza di mezzi e più ancora
di scorta sicura, tuttavia presi gli accordi con il comandante della
52ma che lo aveva catturato; questi mi assicurò che avrebbe spedito il
prigioniero, come infatti fece, per un tratto di strada, rientrando poi
per sopraggiunge difficoltà». (…) A Moltrasio Mussolini e la Petacci non
furono imbarcati su nessun motoscafo per raggiungere Villa Cademartori e
invece, dopo una breve sosta, prese la via di Bonzanigo, per Casa De
Maria da cui forse non uscì più vivo. La sorda lotta tra falchi e
colombe all'interno del movimento partigiano si era risolta
evidentemente con la vittoria dei primi. Più del moderato «Pedro»,
poterono i comunisti come Michele Moretti, «Pietro» e l’ambiguo Luigi
Canali, il «capitano Neri» che, non a caso, l’avevano seguito-scortato
da Dongo. E così la sorte di uomini e carte fu decisa. Con disappunto di
qualcuno. Infatti il 10 maggio 1945 Churchill scrisse al Feldmaresciallo
Alexander per chiedergli che venisse ordinata un’inchiesta sulla morte
di Mussolini e, in particolare, sul perché fosse stata uccisa anche la
Petacci. Il premier in quella lettera arrivò a definire l'azione del
colonnello Valerio «proditoria e codarda». Perché Churchill se la prese
così tanto? Forse davvero erano stati violati dei patti, impedita
l’esecuzione di accordi presi in precedenza. O forse, più semplicemente,
la soppressione repentina di Mussolini e della Petacci aveva tolto sì di
mezzo due pericolosi testimoni ma aveva complicato terribilmente il
recupero delle loro carte di cui, già dopo il loro arresto, era iniziata
la diaspora (e la moltiplicazione per fotocopie) che abbiamo visto e che
fece dannare i servizi segreti inglesi per molti anni.
Fabio Andriola
www.storiainrete.com