La morte di Mussolini:
Una macabra messinscena!
di Fabio Andriola -
Direttore Storia in rete
(fonte: Storia in rete - num. Maggio 2006)
La direzione de
Ilduce.net esprime il proprio ringraziamento al Direttore Fabio Andriola
per la concessione di questo importantissimo articolo che svela una
volta per tutte che il Duce fu ucciso in modo diverso da quanto
raccontato dalla storia. A fornirne le prove stavolta è la scienza. Chi
come noi ama la storia non può che ringraziare il dott. Andriola per
quanto fatto in onor della verità.
GM
Ucciso da qualcuno che gli sparava
a meno di mezzo metro di distanza, mentre era senza camicia e senza
stivali e lontano, almeno un po’, da Claretta. Gli ultimi istanti di
Mussolini possono ora essere riscritti: ancora una volta, è vero, perché
in fondo siamo in uno di quei gialli senza fine e per questo ricostruiti
mille volte in modo diverso, ora per un fatto sostanziale ora per un
dettaglio. Ma questa riscrittura probabilmente è l’ultima. Infatti è ora
il turno non del solito testimone più o meno attendibile ma è la scienza
a irrompere nel più intricato giallo della nostra storia recente. E
forse non solo della nostra.
E’ grazie ad un inedito – almeno
per l’indagine storica – connubio che si sta facendo finalmente largo la
verità su quanto accadde in un orario imprecisato il 28 aprile 1945 in
una casa di Bonzanigo, frazione di Mezzegra, uno dei tanti paesini che
affollano la costa sinistra del lago di Como. Il connubio, nato per
aiutare le indagini delle più importanti polizie del mondo, è quello
formato dalla medicina legale e dall’informatica digitale. Foto vecchie
di decine d’anni possono da poco tempo rivelare particolari impensabili
e dare così agli occhi esperti di inquirenti e anatomopatologi nuovi
elementi di valutazione. Una tecnica combinata che, per restare
all’Italia, è stata applicata intorno a casi celebri della nostra
cronaca nera (dal Mostro di Firenze al Caso Ilaria Alpi solo per citarne
due) da un piccolo ma qualificatissimo gruppo nato a Pavia, intorno alla
cattedra di Medicina legale retta dal professor Giovanni Pierucci.
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La Casa dei De Maria
come appare oggi. Fu proprio nel cortile che al Duce vennero
inferti gli ultimi colpi mortali prima di mettere in scena
l'esecuzione a Villa Belmonte. |
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Il cancello di Villa Belmonte dove
oggi sorge un cartello indicandolo come "luogo di evento
storico". Qui fu inscenata la fucilazione di un Mussolini già
morto da qualche ora. |
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L'equipe medica che ha
provveduto a esaminare al computer le foto di Piazzale Loreto. I
risultati della ricerca sono riportati in questo articolo. |
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Dall'esame digitale di
questa famosa foto scattata dopo l'esposizione di Piazzale
Loreto è possibile vedere chiaramente come il Duce venne
rivestito dopo essere stato ucciso. La Giacca infatti non
presenta fori da proiettile! |
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L'analisi del cadavere
di Claretta Petacci. E' possibile notare la direzione e la
provenienza dei proiettili che uccisero la donna. |
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Tra tanti casi da risolvere su
cadaveri recenti, Pierucci e i suoi si dedicano da qualche tempo anche a
due cadaveri eccellenti, quelli, appunto, di Benito Mussolini e Claretta
Petacci. E un pugno di foto terribili, quelle scattate a Piazzale Loreto
a Milano la mattina del 29 aprile 1945 e quelle scattate successivamente
all’obitorio milanese fino alle ultime fasi dell’autopsia fatta sul
corpo di Mussolini, si sono rivelate sufficienti per riscrivere un pezzo
di storia avvolto da sempre nel mistero. Quelle foto, opportunamente
trattate al computer, hanno infatti svelato particolari che, incrociati
con le osservazioni fatte sul tavolo d’autopsia dal professor Mario
Cattabeni la mattina del 30 aprile 1945 e con le odierne conoscenze
tanatologiche (tanatos in greco vuol dire “morte”) e balistiche ci
restituiscono una dinamica dei fatti decisamente lontana da quella che,
a firma “Colonnello Valerio”. Quella versione è apparsa a più riprese
sull’organo dell’ex PCI, «L’Unità» già a ridosso degli eventi e poi più
e più volte fino al libro postumo, uscito negli anni Settanta, titolato
«In nome del popolo italiano» e firmato “Walter Audisio”. Già, perché
dal 1947 era venuto fuori che il terribile “Valerio” che, urlando e
imprecando, era piombato sul lago di Como, aveva dispensato ordini e
fucilato, oltre a Mussolini e – per sbaglio?- la Petacci, una quindicina
di persone, era un certo ragioniere di Alessandria, con qualche
precedente per antifascismo e una lunga militanza nel reparto
amministrativo della famosa fabbrica di cappelli, la “Borsalino”. E quel
ragioniere rispondeva al nome di Walter Audisio. Per gli incredibili
svarioni, spesso corretti o sostituiti con altri particolari rivelatisi
non meno imprecisi, dei suoi racconti Audisio-Valerio non è mai stato
preso molto sul serio. E quanto arriva dai laboratori dell’università di
Pavia sembra confermare la sensazione che Audisio, in un modo o
nell’altro, fece la parte della testa di legno. Una parte pesante, a
tratti imbarazzante perché in fondo si trattava pur sempre di passare
alla Storia per aver ammazzato qualcuno. Ma una parte ben ricompensata:
il PCI infatti lo fece eleggere per più legislature in Parlamento e poi
gli trovò un posto tranquillo all’ENI dove già aveva trovato stipendio
almeno un altro dei protagonisti dei fatti di Dongo e dintorni: quel
Pier Bellini delle Stelle che catturò Mussolini e poi se lo vide portar
via, lui che comunista non era, dai suoi compagni di brigata che invece
erano comunisti tutti d’un pezzo.
Ma sia che Audisio abbia realmente
svolto la parte del leone nell’uccisione di Mussolini sia che sia stato
un comprimario, resta il fatto che il suo racconto faceva acqua da tutte
le parti già prima che Pierucci e i suoi ufficializzassero il frutto
delle loro ricerche. Ma ad aggiungere mistero al mistero bisogna anche
ricordare che anche altri protagonisti di quelle drammatiche ore hanno,
alla luce di quanto oggi scienza e tecnologia ci dicono, dato una
versione dei fatti che ormai non sta più in piedi. Anche perché quasi
tutti hanno seguito il canovaccio fissato a caldo da Valerio con suo
resoconto (non firmato) sull’Unità del 30 aprile 1945, cioè andato in
edicola quasi in contemporanea con l’inizio dell’autopsia all’Istituto
di Medicina Legale di Milano. Canovaccio che, limato e rivisto a più
riprese, ha trovato una “sistemazione” nel libro «In nome del popolo
italiano» che Audisio scrisse all’inizio degli anni Settanta e che verrà
pubblicato nel 1975 dopo la sua improvvisa morte nell’ottobre 1973 per
un attacco di cuore. Cosa ha raccontato per una vita Valerio-Audisio? Ha
raccontato di essere andato sul lago di Como, per ordine dei vertici
della Resistenza a Milano, con l’incarico di fare immediatamente
giustizia; ha raccontato di essere stato prima a Dongo (ove erano
prigionieri tutti i membri della colonna Mussolini fermata il giorno
prima nel paese immediatamente precedente, Musso) e poi, verso le 15, a
Bonzanigo dove andò a prendere Mussolini e la Petacci per fucilarli
davanti ad un cancello, quello ormai celebre di Villa Belmonte, distante
poche centinaia di metri dalla Casa De Maria dove i due prigionieri
avevano passato la notte. Una incongruenza cui se ne assommeranno molte
altre nel giro di pochissimo tempo: Valerio racconta di aver sparato al
petto a Mussolini mentre poco dopo, tornato a Dongo, insisterà in modo
maniacale perché i 15 fascisti (alcuni ministri e parecchi poveri cristi
senza particolare peso specifico) che ha deciso di fucilare vengano
giustiziati da traditori, e quindi alle spalle; racconta che la Petacci
morì per sbaglio («La Petacci, fuori di sé, stordita, si era mossa
confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le
16,10 del 29 aprile 1945») quando poco prima tutti, nel Municipio di
Dongo, l’avevano sentito dire «Claretta Petacci: a morte!» anche se, a
prescindere dall’assenza di accuse e condanne pendenti sulla donna,
all’epoca nessuno praticamente sapeva chi fosse e soprattutto che faccia
e che ruolo avesse l’amante del Duce; racconterà anche dopo la
pubblicazione dell’autopsia di Cattabeni (che indica nove colpi ricevuti
in vita dal dittatore) di aver esploso cinque colpi di mitra (un MAS
calibro 7,65 di fabbricazione francese) la cui storia meriterebbe un
capitolo a parte visto che, a seconda delle versioni, venne smembrata
per darne un pezzo-ricordo a tutti i protagonisti ovvero venne spedita a
Mosca quale omaggio dei comunisti italiani a Stalin ovvero finì in
Albania con tanto di expertise firmata da Audisio che negli anni
Cinquanta la donò al dittatore comunista albanese Hoxha. E si potrebbe
andare avanti ancora molto con l’elenco degli svarioni, delle
incongruenze e dei veri e propri errori presenti nel racconto di
Audisio-Valerio (Casa De Maria, una casa di tre piani visibile a grande
distanza e inserita nel paese, definita «casetta a mezza costa,
incastonata nella montagna»; strade percorse in discesa che invece
dovettero essere fatte in salita; l’indicazione della presenza con lui
di uno che sicuramente non c’era: Urbano Lazzaro, detto “Bill”, uno che
di suo ha comunque contribuito ad ingarbugliare le cose nel
dopoguerra;…).
Come si è detto altri protagonisti
di quelle vicende hanno dato nel tempo versioni diverse senza però
alterare la dinamica sostanziale: arrivo a Bonzanigo (Casa De Maria) nel
primo pomeriggio del 28 aprile, prelevamento dei due prigionieri,
esecuzione di entrambi a Villa Belmonte (Giulino di Mezzegra), rientro a
Dongo, fucilazione in piazza dei 15 fascisti prescelti più Marcello
Petacci, il fratello maneggione di Claretta, caricamento di tutti i
cadaveri sul camion con cui Valerio e i suoi erano arrivati da Como,
sosta a Mezzegra per caricare i corpi di Mussolini e della Petacci e poi
di corsa a Milano per la macabra esposizione a Piazzale Loreto. In
questo quadro si sono avute però alcune sostanziali divergenze: ad
esempio Aldo Lampredi, un alto e fidato dirigente comunista che andò con
Audisio sul Lago, dirà che Mussolini, invece di essere balbettante e
tremebondo come lo descrisse Audisio, aveva aperto il pastrano
(particolare che si rivelerà di grande interesse come vedremo) e sfidato
i suoi esecutori: «Sparate al petto». Michele Moretti, uno dei più
sicuri uomini del PCI nel Comasco e commissario politico della 52°
Brigata Garibaldi, la formazione partigiana che aveva fermato la colonna
italo-tedesca a Musso il 27 aprile, anche lui presente a Giulino di
Mezzegra, confesserà poco prima di morire negli anni Novanta che un
attimo prima della raffica fatale Mussolini aveva invece gridato «Viva
l’Italia!»… E poi l’autista che aveva condotto Valerio, Lampredi e
Moretti da Dongo a Bonzanigo, Giovanbattista Geninazza, o uno dei due
partigiani che avevano sorvegliato Mussolini a Casa De Maria (ma si
lascia un personaggio così importante con due soli ragazzini di guardia
in momenti come quelli?), Guglielmo Cantoni detto “Sandrino” che nel
dopoguerra, torchiati da vari giornalisti, dissero e non dissero,
facendo capire di sapere qualcosa ma di non aver visto davvero ogni cosa
e, soprattutto, di avere una gran fifa. E così, a mezza bocca,
confidarono solo qualcosa, facendo però capire che Valerio non l’aveva
raccontata giusta ma che a Villa Belmonte c’era stata la fucilazione e
che Mussolini e la Petacci erano morti più o meno come s’era sempre
detto. Ma raccapezzarsi nel dedalo di confidenze, depistaggi,
testimonianze “inedite”, memoriale annunciati e spariti, false
identificazioni e teorie varie richiederebbe alcuni interi numeri di
«Storia In Rete». In questi sessantuno anni, tanti ne son passati dalle
grigie giornate di Dongo e dintorni, sono almeno 18 le versioni della
morte di Mussolini che si sono via via affacciate mentre i possibili
“giustizieri” oltre ad Audisio sarebbero una decina.
Fare ordine non è stato facile:
molte inchieste hanno aiutato a chiarire alcuni passaggi, altre a
smascherare bugie più o meno palesi, altre hanno chiaramente mirato a
depistare. Sul fronte storico-giornalistico le tappe fondamentali della
ricostruzioni di quei fatti sono riconducibili al lavoro di alcuni
giornalisti d’inchiesta: primo tra tutti, anche in ordine di tempo, fu
Ferruccio Lanfranchi del «Corriere della Sera» che già nell’estate del
1945 avvertì puzza di bufala nei racconti diffusi dall’«Unità» e prese
ad indagare aiutato da un giovane cronista alle prime armi: Franco
Bandini. Già nell’autunno 1945 l’inchiesta di Lanfranchi costrinse il
PCI a fornire una versione diversa dei fatti. Poi negli anni Cinquanta
il testimone passò a Bandini e ad un altro cronista di razza, Giorgio
Pisanò. Poi sono arrivati Luciano Garibaldi e, negli anni Novanta,
l’importante ricostruzione di un avvocato ammalato di storia, Alessandro
Zanella. Ma tutte queste inchieste avevano un “difetto”: trascuravano, a
vantaggio della logica e di alcune importanti testimonianze, l’aspetto
scientifico e medico legale. Ed è da qualche tempo proprio questo
aspetto l’unica speranza per poter fare un po’ di luce su uno dei gialli
più complicati della storia, non solo italiana. Se non altro per dire
come non andarono le cose. In qualche modo un apripista c’è stato: si
chiamava Aldo Alessiani e già a metà degli anni Ottanta aveva intuito
alcune cose che ora hanno trovato conferme, integrazioni e
approfondimenti (oltre a qualche correzione) nelle ricerche condotte dal
professor Pierucci a Pavia. Cosa aveva capito Alessiani, un medico
legale di Ascoli Piceno poi stabilitosi a Roma, basandosi sulle foto di
Piazzale Loreto, su quelle scattate all’obitorio di Milano e sulla – per
certi versi lacunosa – autopsia fatta su Mussolini? Aveva capito che il
dittatore era stato ucciso in circostanze sicuramente diverse da quelle
raccontate da Valerio-Audisio e dagli altri: probabilmente c’era stata
una collutazione, sicuramente il dittatore non era completamente
vestito, altrettanto sicuramente i colpi che lo avevano raggiunto in
vita erano stati sparati da più persone e da angolazioni diverse, forse
nel corso di un furioso corpo a corpo che, a questo punto, non poteva
che essersi verificato in Casa De Maria ben prima delle 16,10 del
pomeriggio del 28 aprile 1945. Le “armi” di Alessiani? Una grande
esperienza e la meticolosa osservazione delle foto, messe in modo
cronologico, scattate il 29 aprile 1945 a Milano e il loro incrocio con
le notizie contenute nel verbale d’autopsia. Un verbale purtroppo
lacunoso sia perché redatto in circostante di tempo e luogo non ideali
(lo stesso Cattabeni scriverà della pressione psicologica e del disturbo
arrecato dalle continue intrusioni nella sala settoria di gente che
voleva verificare la morte di Mussolini e/o inveire sul cadavere) sia
perché furono trascurate alcune fasi fondamentali in qualunque autopsia
a cominciare dall’esame del corpo vestito e non lavato. Indumenti e
pelle non lavata infatti possono fornire al medico legale numerose e
importanti informazioni, soprattutto di carattere balistico, perché ogni
colpo d’arma da fuoco lascia tracce di polvere, di affumicatura, di
bruciature, aloni e fori che permettono di ricostruire ad esempio la
distanza di sparo, l’inclinazione dei fori d’entrata e uscita e, a
volte, il tipo di arma usato.
Quello che Alessiani non poté
vedere ma solo intuire è stato invece visto e approfondito dai computer
usati dal piccolo gruppo di ricerca che si è formato intorno al
professor Pierucci a Pavia: Francesco Gavazzeni, esperto informatico,
Gabriella Carlesi e Gianluca Bello, medici legali. La base di partenza è
stata infatti la rivoluzione digitale che sta stravolgendo la vita
dell’uomo da qualche anno: le nuove tecnologie messe a punto in campo
informatico aprono nuovi campi di ricerca ad esempio nelle indagini
criminali. Le più importanti polizie del mondo lavorano ormai
abitualmente su foto di cui il computer può leggere una scala di milioni
di variazioni del colore mentre un occhio umano ne può cogliere solo
alcune migliaia. Insomma, i computer oggi possono vedere cose che
l’occhio umano non potrebbe vedere mai da solo. Questo vale per ogni
cosa, comprese vecchie foto in bianco e nero di sessant’anni fa. Come
quelle scattate a Piazzale Loreto. Ed è così, che per prima cosa, il
gruppo di Pavia si è messo a studiare le prime fotografie realizzate a
Milano, sui cadaveri scaricati da poco dal camion proveniente da Dongo.
L’applicazione di speciali filtri ha permesso quindi di analizzare il
busto di Mussolini e scoprire, con una certa sorpresa un primo dato
fondamentale: benché raggiunto da almeno nove colpi in vita Mussolini
indossa un giaccone che non presenta fori di proiettile! Infatti un
foro, anche minimo, dovrebbe produrre un’alterazione di colore (in
questo caso nella scala dei grigi) che in questo casa manca in maniera
clamorosa anche perché i fori dovrebbero essere molti. Unica spiegazione
possibile: quel giaccone (tra l’altro di foggia non militare e con un
vistoso bottone allacciato in alto a destra all’altezza del collo) è
stato fatto indossare ad un Mussolini ormai cadavere. Un cadavere che
poche ore dopo, spogliato in parte e appeso per i piedi al famoso
traliccio del distributore di benzina di Piazzale Loreto, avrebbe
rivelato altri dati importanti. A cominciare da una maglietta
letteralmente intrisa di sangue in corrispondenza non solo dei sette
colpi ricevuti tra spalla, petto e base del collo ma anche nella zona
addominale dove si vedono con chiarezza i risultati di due colpi,
curiosamente non rilevati nell’autopsia di Cattabeni. I rilievi
fotografici e digitali hanno rilevato in corrispondenza di questi colpi
(soprattutto quelli all’altezza della spalla sinistra e quelli
all’addome), in mezzo alle macchie di sangue la presenza del
caratteristico alone di polvere incombusta e di microparticelle che ogni
colpo d’arma da fuoco deposita sul corpo colpito se lo sparo è avvenuto
ad una distanza non superiore ai 50 cm. Il raffronto tra l’alone di
polvere e altri dati riscontrati in corrispondenza dei colpi noti e
quanto rilevato in presenza dei colpi all’addome presenta un quadro
assolutamente uniforme: in tutti i casi copiosi versamenti di sangue,
fori sicuramente d’entrata, un alone che rivela una distanza di sparo
tra i 30 e i 40 cm. Conclusione: le polveri e i versamenti di sangue
dimostrano che Mussolini, quando fu colpito, non aveva addosso che la
maglietta con cui arrivò fino all’obitori di Milano e forse i pantaloni.
E il colpo entrato nella parte interna del braccio destro (che ha a
lungo attirato l’attenzione per la sua anomalia) mostra che
probabilmente ebbe il tempo di fare un gesto automatico di difesa,
portando istintivamente il braccio a protezione del volto. Un gesto che
ha un senso in un contesto confuso, in una lotta non nel caso di una
esecuzione vera e propria, dove lo scarno rituale porta in genere il
condannato a non muoversi.
Altra conclusione: Valerio-Audisio
ha raccontato di aver sparato cinque colpi mentre l’autopsia parla di
nove colpi. E ora sembra si possa salire addirittura a undici quasi
tutti, se non tutti, sparati ad un uomo in maglietta e ad una distanza
molto ravvicinata. Non si fucila una persona sparando a mezzo metro di
distanza!
Ma c’è dell’altro. Dell’altro che
riguarda Claretta Petacci. Sulla giovane donna (una figura meno limpida
e romantica di quello che si è sempre voluto credere, ma questo sarà,
prossimamente, tema di un altro articolo) non venne fatta nessuna
autopsia per esplicito ordine del Comitato Liberazione Nazionale Alta
Italia e le foto che le vennero scattate furono molto meno di quelle
fatte a Mussolini. Tuttavia, una fotografia in particolare, scattata
alla donna sul selciato di Piazzale Loreto prima del macabro
appendimento, è in grado di fornire importanti informazioni. La donna,
con una espressione stranamente serena, non ha perduto la sua bellezza:
giacca del tailleur e camicetta sono aperte sul petto trafitto da
numerosi colpi, la testa reclinata sulla sinistra. La guancia destra
mostra i segni di un violento calcio dato con una scarpone che ha
lasciato sulla pelle l’impronta della propria suola. Ma la medicina
legale ci dice che quel calcio (per questo ancora più infame) è stato
dato quando Claretta era già morta. Mentre le tumefazioni al naso e tra
lo zigomo e l’occhio destri sono “lesioni vitali” (riconoscibili, come
nel caso dei colpi d’arma da fuoco ricevuti in vita, dal fatto che la
presenza di un’attività cardiaca e quindi della pressione sanguigna,
portano ad una concentrazione di sangue in corrispondenza della lesione:
da qui i segni escoriazioni e tumefazioni). Si può concludere che la
donna sia stata picchiata in vita? Pierucci e i suoi sono molto prudenti
su questo punto anche perché la stessa foto, a proposito dei fori di
proiettile visibile, racconta altre cose e suggerisce altre dinamiche.
Infatti alcuni dei colpi al petto sono sicuramente fori di uscita, segno
che la donna fu colpita alle spalle da una raffica che potrebbe averla
fatta cadere pesantemente in avanti, faccia a terra. Una caduta
rovinosa, mortale, che può, con una certa probabilità, aver provocato la
frattura del setto nasale e le forti contusioni ad occhio e zigomo. Si
tratterebbe in conclusione di lesioni “in limine mortis” cioè sul
confine della morte il cui sopraggiungere non impedisce al corpo, per un
brevissimo periodo, di continuare a funzionare.
Il poco che è ricavabile dalla foto
di Claretta Petacci è però sufficiente a smentire ancora una volta il
racconto di Valerio e rafforzare quello che in qualche modo la gente del
Lago di Como sussurra da sempre, da quando cioè si è preso a parlare –
anche grazie ad una foto poco nota – della pelliccia di visone che
indossava Claretta al momento della morte. Pelliccia che finita nelle
mani del partigiano Luigi Conti (poi sindaco di Dongo) è stata
fotografata nel maggio 1945 da Amedeo Giovenzana, fotografo dilettante
di Gravedona. Quella foto mostra uno squarcio ben evidente, al centro
della schiena, un palmo abbondante sotto il livello delle scapole.
Mussolini svestito, Claretta
vestita. Lui colpito di spalle, lei di schiena. Colpi: per lui 9 o
undici, per lei almeno quattro tutti concentrati tra lo sterno e il seno
sinistro. Anche a prescindere dalle tante imprecisioni e incongruenze,
già da questi rilievi la versione di Valerio e degli altri perde ogni
consistenza. Ma, ad abundantiam, possiamo ancora aggiungere un altro
paio di macigni in grado di seppellire definitivamente l’esecuzione di
Villa Belmonte e i suoi testimoni. Il primo macigno è rappresentato da
uno stivalo sdrucito e che può ancora oggi essere osservato in una teca
accanto alla tomba di Mussolini a Predappio. Era lo stivale destro del
dittatore: alcune immagini di Piazzale Loreto lo mostrano con la parte
superiore completamente rovesciata all’esterno e oggi si nota la
cerniera lampo rotta. Già Alessiani aveva collegato questo particolare
ad una possibile rivestizione del cadavere. I partigiani, cercando di
infilare lo stivale ad un corpo già irrigidito dal rigor mortis, avrebbe
faticato a calzarlo e nei vari tentativi avevano rotto la lampo col
risultato che il piede era stato inserito nella calzatura ma la parte
del gambale era restata libera di muoversi come ben si vedrà a Piazzale
Loreto.
Il secondo macigno è una
testimonianza. L’ultima in ordine di tempo a venir fuori e raccolta nel
1996 da Giorgio Pisanò che la pubblico nel suo libro «Gli ultimi cinque
secondi di Mussolini» (Il Saggiatore). E’ la testimonianza di Dorina
Mazzola, una donna che il 28 aprile 1945 aveva 19 anni e abitava meno di
200 metri da Casa De Maria. Duecento metri rappresentati da un prato che
oggi ha qualche albero ma che allora era completamente sgombro. Una
buona visuale e il silenzio dei paesi di sessant’anni fa consentirono
alla Mazzola di vedere e sentire cose che si attagliano alla perfezione
con quanto emerge dalle ricerche svolte a Pavia. Brevemente: la ragazza,
verso le 10 del mattino del 28 aprile, sentì urla e spari provenire da
Casa De Maria, una quindicina di persone si affannavano dentro e fuori
la casa e nel cortile. Tra queste notò una persona calva e in maglietta
(un particolare che la colpì perché aveva piovuto da poco e faceva
freddo) che camminava a fatica nel cortile. Da una finestra una donna
urlava disperata. Poi una raffica di mitra e un po’ di silenzio. Poco
dopo, dalla stradina che scende da Casa De Maria verso il lago e che
passa accanto alla casa dei Mazzola, Dorina vide tre persone che
camminavano lentamente e una donna, in lacrime, che li seguiva. L’uomo
al centro era trascinato dagli altri due, la testa era reclinata sul
petto: insomma era un corpo morto. La donna gridava: «Cosa vi hanno
fatto! Come vi hanno ridotto!». Con il suo modo di fare era un evidente
ostacolo alla marcia dello strano corteo. E quando si avvicinarono altri
uomini armati si udirono altre urla e poi, poco prima che il campanile
della Chiesa di Bonzanigo suonasse mezzogiorno, una raffica di mitra.
Solo dopo qualche tempo Dorina scoprì che i due erano Mussolini e la
Petacci.
Questo è quello che si può dire
oggi, allo stato delle conoscenze storiche, scientifiche e medico
legali. Restano ancora molti punti interrogativi: cosa accadde veramente
quella mattina? Perché si dovette inscenare qualcosa a Villa Belmonte
nel pomeriggio? Chi erano i reali protagonisti di quei momenti? Solo
partigiani del luogo o anche uomini arrivati da Como o Milano? Erano
solo italiani o come qualcuno ha detto (cfr. Luciano Garibaldi «La pista
inglese») c’erano anche agenti stranieri? In fondo Villa Henderson, di
proprietà di uno dei più importanti rappresentanti della comunità
inglese in Italia fin dagli anni Venti, sir James Henderson, è a soli
700 metri da Casa De Maria e il suo imbarcadero direttamente sul lago
avrebbe potuto consentire movimenti in arrivo e partenza discreti e
rapidi…
Ma il punto interrogativo più
grande rimane uno e, in qualche modo, comprende e riassume tutti gli
altri: quale grande importanza politica prima e storica poteva avere
spostare di qualche centinaio di metri il luogo e di poche ore ore l’ora
di morte di un prigioniero la cui sorte, probabilmente, era comunque
segnata? Con miope supponenza molti storici, incapaci di districarsi in
un groviglio di fatti, nomi e moventi, hanno spesso liquidato tutta la
questione dicendo che il come e il quando morì Mussolini ha poco
interesse per la Storia. Eppure, per non dire quel “come” e quel
“quando” si mossero per anni potenti forze decise a non far trapelare
qualcosa che evidentemente temevano fortemente. Oggi possono sembrare
sottigliezze. Eppure per qualcuno non lo sono state per decenni.
Fabio Andriola
direzione@storiainrete.com
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