CAPITOLO
VI
L'ITALIA DOPO LA GUERRA MONDIALE
Posto di primo piano ebbe l'Italia nella vittoria che determinò la fine della Guerra mondiale iniziata nell'agosto 1914. Fu proprio sul Piave, nella Battaglia del Solstizio (15-23 giugno 1918) ed a Vittorio Veneto (31 ottobre-3 novembre 1918) che l'Austria-Ungheria ebbe il colpo decisivo. La Germania doveva cedere subito dopo (11
novembre 1918) senza che vi fosse una disfatta delle sue armi.
A Versaglia (Versailles), presso Parigi, si riunirono i rappresentanti degli Stati vincitori per dettare le condizioni di pace ai vinti.
Furono patti duri, come ben sapete. Il grande Impero austro-ungarico fu fatto in briciole. La Germania, trasformata in repubblica, fu mutilata e privata di tutte le sue colonie.
Fu sepolto così anche il nome "Impero". Si era sfasciato l'Impero zarista in Russia; si era spezzettato quello dell'Austria; non si doveva più discorrere dell'Impero germanico. Solo dovevano sussistere gli "Imperi" della Gran Bretagna e della Francia repubblicana.
Era stato stipulato nell'"Accordo" di Londra del 25 aprile 1915 che l'Italia a vittoria raggiunta, avrebbe avuto, con la Venezia Tridentina e la Giulia, anche la Dalmazia. Era anche stato pattuito che l'Italia avrebbe avuto una ingerenza nell'Asia minore e una parte del bottino di guerra.
Questo bottino era rappresentato dai ragguardevoli territori turchi in Siria, Palestina, Transgiordania e Mesopotamia, e dai ricchi possessi coloniali della Germania in Asia, in Africa, in Oceania.
Bisogna ricordare a questo punto che a Versaglia, per accontentare il presidente degli Stati Uniti d'America, Woodrow Wilson, venne stabilito di creare una Società delle nazioni cui avrebbero dovuto partecipare tutti gli stati del mondo con lo scopo di impedire lo svolgersi di atti di guerra.
Tale Società venne costituita ed ebbe sede a Ginevra, nella Svizzera francese.
Ma gli Stati Uniti di America non vi vollero più entrare. La Germania, la Russia, la Turchia e altri Stati non vi furono subito ammessi.
Le prime deliberazioni furono quelle di affidare alla Gran Bretagna, alla Francia, al Giappone e al Belgio il mandato, o incarico temporaneo, di amministrare le colonie della Germania e alquanti "territori esterni"
della Turchia in cui vi era bisogno di mettere ordine.
Si noti che le colonie germaniche ed i territori turchi erano stati consegnati in blocco dalla Germania e dalla Turchia alla Gran Bretagna, alla Francia, al Giappone, all'Italia e agli Stati Uniti d'America, nella loro qualità di Potenze alleate e vincitrici della guerra.
Ritiratisi gli Stati Uniti d'America, i mandati furono assegnati, come s'è visto, a tutte le grandi Potenze, tranne all'Italia.
Un mandato fu assegnato al Belgio, su parte dell'Africa orientale germanica: il territorio di Ruanda e Urundi.
Si aggiunga che la Gran Bretagna fece assegnare dei mandati anche all'Unione dell'Africa del sud (dominio britannico), alla Confederazione australiana (dominio britannico) e perfino alla Nuova Zelanda (piccolo dominio britannico).
E l'Italia che mandato ebbe?
Nessuno, come se non avesse combattuto e vinto la guerra.
Ma... le fu riservata la carica di Presidente per la revisione dei Mandati!...
Altra mortificazione.
Ma sono torti che non si dimenticano.
Nell'ufficio di mandatari gli Stati trovano modo di fare magnificamente i loro interessi. Comperano materie a basso prezzo, rivendono ogni loro prodotto, vi impiegano funzionari, vi organizzano basi militari. I mandati furono così assegnati:
ALLA GRAN BRETAGNA E SUOI DOMINI:
In Asia - Irak (Mesopotamia), Palestina e Transgiordania.
In Africa - Africa orientale germanica (Tanganica), parte del Togo, parte del Camerun, Africa germanica di sud-ovest.
In Oceania - Nuova Guinea e dipendenze, isola Nauru, isole occidentali del Gruppo di Samoa.
ALLA FRANCIA:
In Asia - Siria, poi divisa in sottoregioni.
In Africa - parte del Togo, parte del Camerun.
AL PORTOGALLO, un tratto dell'Africa orientale germanica sulla destra delle foci del fume Rovuma.
AL BELGIO, il Ruanda e l'Urundi, parti dell'Africa orientale germanica.
AL GIAPPONE o NIPPONE, le isole Caroline e Marianne dell'Oceania.
In totale, tutti questi territori corrispondono a Kmq. 3.540.000, più di dieci volte la superficie dell'Italia, con 22 milioni di abitanti.
La Gran Bretagna, naturalmente, ebbe la parte del leone: più del 70 per cento di superficie di tali territori e il 60 per cento della popolazione.
L'Italia del 1919-21, di fronte a così grave ingiustizia, non seppe far nulla: "incassò". Le migliori prove di possedere la forza e l'abilità di dominare popoli difficili e di saper colonizzare terre grame, rinconquistando tutta la Libia, sottomettendo i territori estremi della Somalia, civilizzando tutto
il resto, seppe darle dopo la Marcia su Roma (28 ottobre 1922).
Nelle sue colonie, ecco opere stradali, portuali, agrarie, idrauliche; ecco scuole e provvidenze sanitarie. Aumentano gli abitanti non solo per l'immissione di Italiani, ma per il ritorno di indigeni attirati dalla buona politica governatoriale inspirata dal Duce.
Nella Libia fu ance iniziato il popolamento con famiglie di agricoltori di casa nostra, scelti fra i più adatti ad acclimatarsi; è un estendersi di coltivazioni e di abitazioni, di lavoro e di benessere.
L'Italia si fece temere dalle Potenze egemoniche ed ammirare dalle altre.
Le si riconobbe, da queste, di essere veramente la continuatrice della grande Roma.
La "Grande Proletaria", invocata dal poeta romagnolo Giovanni Pascoli nel discorso del 26 novembre 1911, non si è soltanto mossa: ha marciato e marcia.
"IL POSTO AL SOLE"
Agli occhi di ogni persona di buon senso risaltavano e risaltano altre gravi ingiustizie: piccoli Stati e di poca popolazione, possiedono colonie estesissime.
Evidentemente non le possono colonizzare, cioè non possono trasformarle in paesi civili, per la scarsità di sudditi metropolitani. Si limitano ad utilizzarle, a cavarne maggiori profitti con il minor sforzo. Ciò vale quanto arricchire lo Stato, già ricco, impoverendo ancor più gli indigeni, già per sè poveri.
Ecco alcuni dati di fatto alla fine del 1935:
| Stati |
Superficie
in kmq |
Popolazione |
|
Metropoli |
Possessi
e Colonie |
Metropoli |
Possessi
e Colonie |
Belgio
Paesi Bassi
Portogallo
Gran Bretagna
Francia
Italia |
30.443
34.225
91.764
229.873
550.986
310.000 |
2.440.000
2.030.000
2.090.000
33.500.000
10.885.000
2.470.000 |
8.500.000
7.950.000
6.850.000
46.200.000
41.200.000
41.600.000 |
19.000.000
63.840.000
10.070.000
460.000.000
60.700.000
2.220.000 |
L'Italia invece si trovava in questa condizione: non possedere sufficienti materie gregge (carbone, ferro, petrolio, cotone, lana, legname, ecc.), avere popolazione sovrabbondante, non avere sufficiente lavoro, non poter inviare emigranti nei Paesi con scarsa popolazione. Quindi: sofferenze, disagi, sacrifici.
Il Duce disse giusto:
- L'Italia deve avere il suo posto al sole.
CONDIZIONI ECONOMICHE E CIVILI
Questa vecchia terra d’Etiopia, terra che ha tante ricchezze, non ebbe mai governanti capaci di utilizzarle. Fu preferita la miseria alla collaborazione nostra più volte offerta e stabilita anche da accordi scritti.
Il terreno in essa coltivabile si può suddividere in tre zone climatiche:
I. - Colla' o basse terre (fino a 1800 m.) a clima caldo e umido. Dà due prodotti all'anno di dura, tief, cotone, tabacco,ecc.
II - Voina-dega' (da I 8oo m. a 2400) a clima temperato, la piu' abitata e la più coltivata. Produce orzo, frumento, granoturco, frutta, ortaggi e soprattutto caffè. Si alternano anche boscaglie e savane (praterie con alberi sparsi).
III - Dega' (sopra i 2400 m.) a clima freddo, ricca di pascoli. Si coltivano banani, papàie, fichi, agrumi ed altre frutta. La coltura del tè e del carcadè va diffondendosi. La musensete fornisce una fibra tessile per vestiti e cordami.
Una grande ricchezza è data dalla libera vegetazione e dalle foreste.
Abbondano: palme dùm, bambù, sicòmori, baobab, tamarindi, eufòrbie, acace gommifere, l'albero della cànfora, ecc.
La utilizzazione dei legni pregiati non fu tentata che dai Missionari della Consolata, che impiantarono anche una segheria nella regione di Sàjo.
La seconda occupazione degli Abissini era data dalla pastorizia. Si parla di parecchi milioni di capi (bovini e ovini). La carne veniva consumata in loco e anche venduta. Le pelli erano conciate rozzamente ed esportate.
Si è esportato sempre anche quanto produce l'allevamento delle api (cera e miele), sebbene condotto con sistemi primitivi.
Lungo i fiumi vivono molte scimmie e nelle boscaglie leoni, leopardi, iene, sciacalli. E poi, a branchi, antilopi, gazzelle, zebre, bufali, elefanti, giraffe. La caccia grossa è un altro provento degli abitanti.
Fra i molteplici uccelli vi sono struzzi, aquile, avvoltoi, pappagalli. Non mancano purtroppo serpenti, grandi lucertole e coccodrilli.
Si parla molto di grandi ricchezze minerali. Carbon fossile, lignite, minerali di rame e ferro furono trovati qua e là, ma nulla sì sapeva, allora, di preciso, perché i governanti poco facevano esplorare e tacevano se qualcuno indicava le risorse minerarie. Si sa adesso che si trova oro (Tigrai, Birbir), platino, mica (Haràr), salgemma (Dancàlia), ecc.
I dadi di sale di 70 grammi, fino a poco fa, erano usati come moneta e come moneta valevano anche le cartucce dei fucili. La moneta ufficiale era il tàllero di Maria Teresa, del valore di circa 13 lire italiane. Maria Teresa fu una energica imperatrice dell'Austria Ungheria (1740-1780) e la sua moneta seppe penetrare anche in Etiòpia. La misura di peso usata per i cereali, il caffè, ecc. è la faràsula, di kg. 17 circa: per l'oro e le cose di valore si usa l'ochét, che equivale a 28 grammi. Il commercio fu sempre tenuto non da indigeni, ma da forestieri, in prevalenza greci, arabi, indiani, egiziani, inglesi, francesi, belgi, svedesi, ecc.
L'importazione e l'esportazione dei prodotti un tempo si equivalevano come valore. Ora riceveranno un impulso nuovo.
Le risorse economiche sono state finora molto modeste in confronto della possibilità perché la popolazione, tenuta in uno stato semi-barbaro, non conosceva i metodi della miglior tecnica agricola, né aveva cognizioni di zootecnia. di industrializzazioni dei prodotti, ecc.
A ciò si deve aggiungere la mancanza di strade, di servizi postali e telegrafici. La sola linea ferroviaria Gibuti - Addis Abeba era insufficiente allo sviluppo del paese.
Niente scuole, niente ospedali per il popolo. I Missionari soltanto facevano qualche cosa di loro iniziativa, ma fra mille contrasti.
Il governo non si rendeva conto del male che faceva lasciando in abbandono tanta gente e tanto ben di Dio. Una forte e decisiva scossa era inevitabile che venisse dal di fuori.
E non poteva venire che da Roma per la tenace volontà di Mussolini.
L'IMPERO NEL PENSIERO DEL DUCE
Occorreva l'opera energica e provvidenziale di Benito Mussolini e del Fascismo.
Quello che il Duce fece durante la Guerra mondiale e subito dopo, tutti lo sanno o dovrebbero saperlo: ha del miracoloso.
Egli, ancora nel 1919, quando il 23 marzo riunì i suoi "fedeli" in Piazza San Sepolcro a Milano, pensava che il popolo italiano, appena ritornato forte e disciplinato, non poteva accontentarsi del proprio stato. "Popolo di inventori, di navigatori, di poeti, di eroi", aveva dinanzi a sè grandi destini.
Le virtù romane ridestate in una popolazione sovrabbondante dovevano inevitabilmente affermarsi in un'opera che avrebbe valicato i confini della Patria.
In quella storica adunata per la fondazione dei "Fasci di combattimento" disse: "L'imperialismo è il fondamento di ogni popolo che tende a espandersi economicamente e spiritualmente". Definizione del 23 marzo 1919!
Subito dopo il Duce si recò a Fiume, che non era ancora italiana. E' memorabile il discorso che vi tenne al teatro Verdi il 22 maggio 1919.
Ecco i passi più significativi.
"La marcia di chi ha spinto il Paese alla guerra e l'ha portato alla vittoria non si ferma a Vittorio Veneto e non si arresta al Brennero e al Carnaro. La marcia riprende e va oltre perchè non tutte le mete sono state raggiunte.
"L'Italia deve apparire - e apparirà - come un blocco granitico di volontà con un volto e un'anima sola, protesa nello sforzo di mutare il suo destino, se il destino che le Potenze satolle credono di consolidare e perpetuare in una pace ingiusta e in un equilibrio antistorico, volesse mantenerla nei suoi angusti confini, senza possibilità di uscire dal cerchio che soffoca la sua vita e impedisce il suo libero, pacifico sviluppo.
"L'Italia ha una massa demografica imponente, ha una vitalità senza limiti, ha una grande Storia, ha la sua parte direttrice del mondo, e nessuno potrà sbarrare al Popolo italiano, in continuo divenire, il suo immancabile cammino verso la grandezza e verso l'Impero che il popolo italiano saprà costruire con le sue mani".
E ancora:
"Tutto un popolo...si sente insoddisfatto e chiede spazio per i bisogni elementari della sua esistenza e posto nel mondo per compiere la sua missione di civiltà.
"L'Italia, più che nessun altro popolo, ha questo diritto, poichè essa, che con l'Impero romano e il Rinascimento ha creato la civiltà moderna, ha ancora da dire, per la terza volta, la sua parola di luce, che rappresenterà un'idea di valore universale".
Salito al governo, il Duce ha lavorato, come nessuno saprà mai, per l'avveramento di tanto programma.
Il Fascismo disciplina, ma sorregge il popolo, regola con la Carta del lavoro i rapporti fra capitale e lavoro, bonifica terre, fonda città, rafforza i deboli, assicura una razza forte, favorisce l'agricoltura, sviluppa corporativamente industrie e commerci, ordina di giungere alla necessaria autarchia economica, riforma l'Esercito, lo valorizza, istituisce l'Aviazione, la stimola a
conquistare tutti i primati, ammoderna tutte le Forze armate, da un tono imperiale alla vita concorde di un popolo d'eroi, fa parlare dell'Italia con ammirazione o con invidia in tutto il mondo.
In tutti i campi v'è fervore di lavoro, di trasformazione, di elevazione.
Nel centro di Roma, fra i vetusti avanzi della potenza antica, si apre nel 1931 una via nuova, una grande via. Il Duce la chiama Via dell'Impero.
Vuole che la percorrano la prima volta i gloriosi Mutilati di guerra ed i Combattenti.
Mussolini dice:
E' il cammino fatale: una Gente, poi un Popolo, una Nazione, un Impero! E' la storia. Storia fatta e da farsi. La meta è quella: l'Impero.
Niente può accadermi prima che il mio compito sia finito.
Ed il compito continua perchè continua la Rivoluzione fascista.
Sino ad oggi su quella Via hanno potuto marciare i Legionari d'Africa, i Legionari di Spagna, le truppe indigene di Albania!
Capitolo VII
LA VECCHIA ETIOPIA NEGUSSITA
FORMAZIONE STORICA E GOVERNO
Con la gente dell'Etiopia l'Italia ebbe a che fare in passato, come abbiamo visto, per la conquista dell'Eritrea. Ma ancora in tempi lontanissimi qualche rapporto ci fu con l'Etiopia.
Nientemeno che cinque secoli fa, novant'anni prima che Cristoforo Colombo scoprisse l'America, un Negus d'Etiopia mandò (1402) come ambasciatore presso la Repubblica di Venezia il fiorentino Antonio Bartoli il quale riportava con sè "strane cose", cioè prodotti caratteristici di quei luoghi.
Il Papa fondò a Roma (1539) un convento etiopico che esiste ancora e che diventò il centro degli studi europei sull'Etiopia.
Ma queste infiltrazioni non ebbero sviluppo, furono avversate.
L'Etiopia rimase un paese primitivo e barbaro.
Il nome Etiopia, di origine greca (che significa faccia bruciata), è da preferirsi ad Abissinia, nome usato dagli antichi Arabi per indicare una loro tribù che si recò a colonizzare quella terra africana e altre limitrofe.
Si formò un regno, con capitale Axum. Esso comprendeva parecchie terre. A questa penetrazione islamita, svoltasi dal settimo secolo dopo Cristo, successe una penetrazione cristiana, favorita dallo stesso Negus. Ma poi questi si staccò da Roma e adottò la religione cristiano-copta dipendente dal Patriarca egiziano di Alessandria.
Le varie tribù, accampate un pò qua e un pò là, vivevano indipendenti, pronte a combattersi.
Lontani dal mare e dalle vie di comunicazione gli abitanti dell'Etiopia vissero una vita primitiva, più di quella di altri paesi dell'Africa che poterono familiarizzarsi con gli europei.
Gli europei in Etiopia furono sempre considerati nemici acerrimi, e come tali perseguitati, trucidati. Non si intendeva il bene che l'Etiopia poteva ricevere dall'Europa. Occorrevano spedizione in grande, come quella dei Portoghesi (1520), i quali furono seguiti dai Gesuiti.
Questi vi soggiornarono e raccolsero le prime informazioni su quei paesi. Ma dopo un secolo furono espulsi e nessun europeo ardì per lungo tempo tentare esplorazioni.
Ogni tribù, ogni gente dell'Etiopia aveva il suo Capo o Ras. Questi capi dipendevano da un Capo a tutti superiore, detto Negus Neghesti, o Re dei Re o Imperatore.
Egli si considerava nientemeno che discendente da Salomone!
Il Negus accentrava in sè i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario.
Ma tali poteri venivano esercitati anche dai ras i quali governavano dei territori estesi e per ogni località nominavano un capo di loro fiducia. Una forma di governo veramente assolutista e che a noi ricorda alcune deformazioni del medioevale feudalesimo; fra questi ras v'era sempre chi voleva prevalere con la prepotenza e la ferocia.
Ai pochi ricchi padroni si contrapponevano molti poveri. Questi dovevano lavorare per i ricchi i quali li trattavano quasi come bestie. E si ebbe su larga scala la schiavitù più vergognosa fino alla conquista nostra.
Il periodo di maggior potenza l'Etiopia l'ebbe sotto il dominio del Negus Menelik II (1896-1913), uomo ambizioso e intraprendente. Gli successe il nipote Ligg Hasu, ma venne spodestato con
perfidia dal cugino Tafari Marònnen che assunse il titolo di Ailè Selassiè II.
Costui tentò di far apparire il suo governo (assoluto e dispotico) come costituzionale. Riuscì a far entrare l'Etiopia nella Società delle nazioni giocando sulla rivalità fra la Gran Bretagna e la Francia, in fatto di domini coloniali. Ma nessuna opera moderna e civilizzatrice fu svolta in quell'Impero primitivo.
Occorreva l'intervento della nuova Italia.
L'Italia, mandataria ideale della giustizia romana e della civiltà latina si è sostituita ad un governo d'inetti e di incapaci per mettere in valore un vasto Paese, virtualmente ricchissimo.
Capitolo VIII
LA LIBERAZIONE DELL'ETIOPIA
ORIGINI DEL CONFLITTO
L'Italia naturalmente non poteva disinteressarsi della vita dell'Etiopia, con la quale aveva contatti estesi e, per di più, su confini non precisati. Più volte aveva avviato trattative per fissare questi confini. Aveva convenuto anche di costruire strade. Aveva persino concesso all'Etiopia uno sbocco al mare che pareva desiderasse tanto...
Non si conchiuse nulla, proprio per il malvolere e la perfidia del governo etiopico. Tanta perfidia, che nel 1916, mentre eravamo impegnati nella Guerra mondiale, stava per invadere l'Eritrea.
Un patto di pace costante e di amicizia perpetua si riuscì a concluderlo nel 1928. In esso erano contemplati importanti lavori stradali per favorire lo scambio dei prodotti.
L'Etiopia non consentì l'inizio dei lavori. Anzi, proprio da allora cominciarono aggressioni ai nostri posti di confine, razzie, offese a nostri rappresentanti consolari. Fra i 91 episodi di documentata provocazione (dal 2 agosto 1928 al settembre 1935) eccone qualcuno dei più significativi:
Il 29 marzo 1929 oltre 500 armati etiopici circondarono a Rendacomo il fortino per conquistarlo senza che si fosse in stato di guerra. Furono respinti e mentre si davano alla fuga uccisero due donne, mutilarono un bambino e razziarono 200 capi di bestiame.
Il 4 novembre del 1934 dei soldati etiopici attaccarono il Consolato italiano di Gòndar. Avemmo un ascari ucciso, due feriti e ferita pure la
moglie di uno di questi. Pare che lo scopo fosse quello di distruggere la stazione marconigrafica. Tutto ciò che è segno di vivo progresso destava l'avversione di quella gente, purtroppo protetta da Potenze europee.
Il 5 dicembre 1934 alla frontiera della Somalia, ai pozzi di Uàl-Uàl, localizzati lungo la nostra zona di frontiera, altro grave incidente. Il presidio italiano comandato dal capitano Roberto Cimmaruta, viene attaccato da 1200 armati etiopici. Essi hanno anche un cannone e mitragliatrici. L'attacco è sanguinosamente respinto.
Il 17 gennaio 1935 un aviatore etiopico oltraggia a Addis Abeba, capitale negussita, la nostra bandiera recata da un'automobile.
Tutto questo lascia ben capire quali erano le intenzioni dell'Etiopia verso l'Italia. Forse c'era qualcuno di fuori che alimentava l'odio. Sempre qualche emissario di qualche Potenze europea stava vicino al Negus nei periodi più acuti dei nostri rapporti in Africa Orientale..
L'Italia non poteva passare sopra tante offese: dovette prepararsi.
Il Negus nell'agosto del 1935 ordinava la chiamata alle armi di tutti i suoi sudditi. Dopo pochi giorni liberava dalle prigioni 50 mila delinquenti a condizione di arruolarsi.
Mezzo milione di armati si avvicinava alle nostre frontiere, specialmente settentrionali.
Le due colonie orientali d'Italia erano minacciate. Il Duce capì che per difenderle
definitivamente per sempre v'era un solo modo: liberare l'Etiopia dai cattivi capi che dall'alto dei monti continuavano ad intimorirci con la superiorità selvaggia.
E venne, piena rapida totalitaria, la liberazione dell'Etiopia.
«NOI TIREREMO DIRITTO»
L'Italia informò di quanto accadeva gli Stati d'Europa piu' interessati e la Società delle nazioni. Ci accorgemmo allora che non avevamo contro di noi la sola Etiòpia, ma gli Stati che meno, fra tutti, avrebbero dovuto appoggiarla, cioè la Francia e soprattutto la Gran Bretagna. Non si voleva che l'Italia accrescesse la sua potenza nell’Africa orientale. Così avvenne che il contrasto o conflitto italo-etiòpico fosse sottoposto all'esame della Società delle nazioni, cioè il consesso politico nel quale la maggioranza assoluta dei membri era inspirata dalla Gran Bretagna.
Di quella Società faceva parte ancora l'Etiòpia, sebbene da tre anni non pagasse la quota d'associazione e non mantenesse la promessa di sopprimere la schiavitu'.
Enorme: l'Italia fascista, offesa e aggredita, era messa sullo stesso piano di uno Stato barbaro e schiavista!...
Il barone Aloisi espose a Ginevra le ragioni dell'Italia. I rappresentanti di 52 Nazioni dichiararono colpevole la nostra Patria; minacciarono le sanzioni economiche, e, all'occorrenza, anche le sanzioni militari.
Le sanzioni economiche significavano questo: nessuno doveva vendere merci all'Italia e nessuno doveva comperarne. Era l'affamamento del popolo italiano. Si voleva obbligarlo a piegare i ginocchi e chiedere scusa ad un mercante di schiavi.
Le sanzioni militari, cioè la guerra con le armi, sarebbero seguite se le sanzioni economiche non avessero piegata l'Italia, ma il Duce, confortato dall'adesione di tutto il popolo italiano, aveva scelto la sua strada e disse: Noi tireremo diritto.
Si era nell'estate del 1935. Pare già un secolo!
Affrettammo la nostra preparazione militare in terra, mare e aria. Cominciarono le partenze di volontari, di militari regolari e di materiale bellico per Massàua e Mogadiscio.
Ed ecco la Gran Bretagna rafforzare le guarnigioni di Gibilterra, di Malta, di Aden. Successivamente ecco mandare nel Mediterraneo la sua grande flotta la Home Fleet - che distribuisce a Alessàndria d'Egitto, a Porto Fuàd (Egitto), a Càifa (Palestina), a Malta, a Cipro ed anche alle porte esterne del mar Rosso, nel porto di Aden.
L'Italia era colpevole di chiedere solenni riparazioni ad offese recate al suo prestigio.
Non si voleva che, rese impossibili le relazioni fra Stati confinanti, ci si dovesse far giustizia direttamente.
La Società delle nazioni, che poteva e doveva radiare l'Etiòpia dagli Stati associati, preferì veder l'Italia allontanarsi dal consesso ginevrino.
Si negò a noi il diritto di legittima difesa. Non si riconobbe l'incapacità dell’Etiopia a governare i suoi sudditi ed a porre in valore i beni del vasto territorio. Si volle dimenticare il dovere di esproprio nei riguardi di chi fa cattivo uso dei valori posseduti, dovere dì cui si erano sempre avvalse la Gran Bretagna e la Francia in tutto il Mondo. Alla popolazione italiana si negò il diritto al lavoro e alla vita.
Il Duce allora chiamò a raccolta il popolo italiano. Fu la sera del 2 ottobre 1935. Serata memoranda! Tutto il Popolo d'Italia, sui sagrati e sulle piazze, ascoltò. Ricordate ?
IL DISCORSO DEL DUCE
Camicie Nere della Rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari: ascoltate.
« Un'ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria. Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia.
«Mai si vide, nella storia del genere umano, spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola.
« La loro manifestazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e Fascismo costituiscono una identità perfetta, assoluta, inalterabile.
« Possono credere il contrario soltanto cervelli avvolti nelle nebbie delle più stolte illusioni o intorpiditi nella più crassa ignoranza su uomini e cose d'Italia, di questa Italia
1935, anno XIII dell'Era fascista.
«Da molti mesi la ruota del destino, sotto l'impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la meta: in queste ore il suo ritmo e' più veloce e inarrestabile ormai!
«Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di 44 milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po' di posto al sole.
«quando nel 1915 l'Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse. Ma dopo la vittoria comune, alla quale l'Italia aveva dato il contributo supremo di 670 mila morti, 400 mila mutilati, e un milione di feriti, attorno al tavolo della pace esosa non toccarono all'Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale.
«Abbiamo pazientato 13 anni durante i quali si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità.
« Con l'Etiòpia abbiamo pazientato 40 anni! Ora basta!
«Alla Lega delle nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si parla di sanzioni.
« Sino a prova contraria, mi rifiuto di credere che l'autentico e generoso popolo di Frància possa aderire a sanzioni contro l'Italia. I seimila morti di Bligny, caduti in eroico assalto che strappò un riconoscimento di ammirazione dello stesso comandante nemico, trasalirebbero sotto la terra che li ricopre...
Io mi rifiuto del pari di credere che l'autentico popolo di Gran Bretagna, che non ebbe mai dissidi con l’Italia, sia disposto al rischio di gettare l'Europa sulla via della catastrofe, per difendere un paese africano, universalmente bollato come un paese senza ombra di civiltà.
« Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio.
«Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari.
« Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra.
« Nessuno pensi di piegarci senza avere prima duramente combattuto.
«Un popolo geloso del suo onore, non può usare linguaggio né avere atteggiamento diverso!
«Ma sia detto ancora una volta nella maniera più categorica, e io ne prendo in questo momento impegno sacro davanti a voi, che noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo. Ciò può essere nei voti di coloro che intravedono in una nuova guerra la vendetta dei templi crollati, non nei nostri.
«Mai come in questa epoca storica il Popolo italiano ha rivelato le qualità del suo spirito e la potenza del suo carattere. Ed è contro questo Popolo, al quale l'umanità deve talune delle sue
più grandi conquiste, ed è contro questo Popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori, di trasmigratori, è contro questo Popolo che si osa parlare di sanzioni.
« Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici in ogni parte del mondo. grido di giustizia, grido di vittoria! »
LE PRIME OPERAZIONI MILITARI
Il popolo comprese le giuste ragioni dell'Italia e aderì con entusiasmo alla posizione presa dal Governo contro la Società delle nazioni e contro tutti gli avversari dell'Italia fascista.
I soldati di ogni arma e i volontari della M. V. S. N. partivano cantando e, con essi e prima di essi, scelti operai per predisporre le opere stradali, gli alloggiamenti, i magazzini, gli aeroporti.
Il Ministero, per ordine del Duce, predispose in tempo perché tutto fosse provveduto e in quantità sovrabbondante, sia per i bisogni dei soldati sia per l'armamento. Per la prima volta veniva data la preminenza ai mezzi meccanici (carri armati, aeroplani, ecc.).
Tutto venne studiato in modo da evitar sorprese e raggiunger presto la meta. Si dovevano vendicare i morti di Dogali e di Adua. Si doveva mostrare al sinedrio di Ginevra che cosa fosse l'Italia fascista.
Già nel gennaio 1935 era stato nominato Commissario generale per l'A.O.I. il generale Emilio De Bono,
quadrumviro della Marcia su Roma, ex-ministro per le Colonie. Nel febbraio era partito per la Somalia il generale Rodolfo Graziani, già governatore delle Cirenaica.
Il 3 ottobre 1935 cominciò l'avanzata su tutti i fronti. Dopo brillanti combattimenti ecco liberati Adigrat, Adua (5 ottobre), Axum (5. ottobre). Altre terre vengono conquistate in Somalia. Clero, notabili, uomini e armati si presentano agl'Italiani e si sottomettono.
Il 7 novembre viene conquistato Macallè. Là dove sorgeva il forte in cui il maggiore Galliano fu assediato (1896) si accampano le truppe. Dopo poco si vede salire sul colle un vecchio indigeno mutilato che si appoggia a una gruccia:
suda e fatica, ma non si stanca, vuol arrivare lassù. Da dove è sbucato? quando giunge, i soldati rimangono sorpresi di quella bianca apparizione. Il vecchio vuol vedere il capitano. E quando si presenta scioglie lo sciamma ,sul petto luccica una medaglia. Fa il saluto con la sinistra, poi nel suo italiano dice: -Io essere stato soldato del maggiore Galliano. Io oggi morire contento. Viva l'Italia!
Il capitano fa metter in quadrato sull'attenti tutti i soldati e fa l'appello: Maggiore Giuseppe Galliano! -Presente! Il vecchio àscari piangeva.
Era stato mutilato così barbaramente, secondo la inumana consuetudine degli Abissini (gamba sinistra e mano destra), quando lo fecero prigioniero, quarant' anni prima.**
I combattimenti continuano, la marcia gloriosa progredisce. Il generale De Bono con un proclama concede in nome del Re libertà a tutti gli schiavi.
Ma l’Italia non deve vincere solo i ras abissini e le loro truppe. Deve vincere le sanzioni economiche che la Società delle nazioni impone con decorrenza dal 18 novembre 1935. Solo quattro Stati hanno votato contro: l’Austria, l'Ungheria, l'Albania, il Paraguay. Con essi sono da ricordare altri Stati che
non facevano parte della Società: il Giappone, gli Stati Uniti del Brasile, Germania, il Marocco, l'Islanda e, sopra tutti, gli Stati Uniti d’America
Il Governo oppone le controsanzioni. Non acquista merci degli Stati sanzionisti. Limita il consumo della carne, del legname e di altri generi che vengono anche dall'estero. In ogni ripostiglio d'Italia si scovano rottami di ferro e di altri metalli per lo Stato.
E chi può, offre argento e oro. Medaglie, ciondoli, spille, anelli di valore. Il 18 dicembre ogni sposa d'Italia, e prima fra tutte la Regina Elena offre l'anello nuziale, la « fede , testimone di un'unione indissolubile.
La Regina la depone in un elmetto, dinanzi al sacello del Milite Ignoto in Roma capitale, dinanzi alle statue di Roma Madre e del Padre della Patria.
Quale mai nazione del Mondo ha dato uno spettacolo più commovente, patriottico, unanime di questo?
I nostri soldati raddoppiano di entusiasmo per essere degni delle loro nobili donne. E si hanno vittorie su vittorie.
LA VITTORIA
Tutti in Patria seguono con fede ed entusiasmo le Forze armate, operanti in terra, aria e mare per la fondazione dell'Impero. Il Duce provvede perchè nulla manchi, anzi perchè tutto vi sia in sovrappiù.
Alla fine dell'anno, compiuto il suo mandato con fedeltà ed onore, il generale Emilio De Bono è promosso Maresciallo d'Italia. Al suo posto è nominato il Capo di Stato maggiore generale: il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, marchese del Sabotino.
Anche le forze militari aumentano. Numerosi sono i volontari.
Fra i primi vediamo principi di Casa Savoia (Il Duce di Bergamo e il Duce di Pistoia), la Principessa di Piemonte come infermiera della Croce Rossa, due figli del Duce (Bruno e Vittorio Mussolini), l'unico suo nipote fraterno (Vito Mussolini) e il genero (il ministro Galeazzo Ciano).
E si notano senatori, deputati, accademici, sansepolcristi, gerarchi...
Soprattutto destano ammirazione i gloriosi Mutilati della Grande Guerra, tanti da formare una legione. Un'altra legione la formano gl'Italiani dell'estero corsi ad arruolarsi.
Ancora legionari volontari: i giovani delle Università italiane.
Si ricostituiscono i battaglioni studenteschi.
Ritornano i nomi fatidici di Curtatone e Montanara.
Tutta l'Italia si offre al rischio, per preparare il miglior domani.
La Società delle nazioni, ad una certa ora, triste per lei, minaccia di toglierci anche la benzina e il petrolio e tenta persuadere l'America a non darci quei prodotti che sono indispensabili al lavoro di tutti i giorni, di tutto un popolo. Ma in America vivono 10 milioni d'Italiani e ben 5 di essi stanno negli Stati Uniti d'America. Il bieco tentativo ginevrino fallisce.
Si parla anche di sanzioni militari. La Gran Bretagna stipula patti segreti con la Francia, con la Grecia, con la Turchia, con la Iugoslavia per assicurarsi un rifugio nei porti militari di questi Stati. Ma l'Italia, tira diritto.
Il caldo soffocante, la fatica, la mancanza talvolta dei viveri e dell'acqua non scuotono l'ardore guerresco di quei generosi fra cui vanno annoverate le fedeli truppe di colore: i meharisti libici, gli ascari eritrei, i somali "dubat".
Sul fronte somalo, nella battaglia del Ganale Doria (16 gennaio 1936), viene sconfitto Ras Destà; successivamente (20 gennaio) è occupata Neghelli.
Sul fronte eritreo avviene nel gennaio la Prima battaglia del Tembien per la strenua eroica difesa del Passo Uarieu, poi nel febbraio la battaglia dell'Endertà con la conquista della munitissima Amba Aradam dove viene sconfitto il Ras Mulughietà. Alla fine di febbraio Amba Alagi è presa per sempre.
Ai primi di marzo ecco la Seconda battaglia del Tembien con la piena rotta di Ras Cassa e Ras Seium. E subito la battaglia dello Scire' dove Ras Immiru' è sconfitto. Le nostre truppe entrano in piena Etiopia e rastrellano uomini e armi.
Squadriglie di aeroplani bombardano varie località fortificate e si recano nel cielo di Addis Abeba, quasi a preannunziare il dominio della capitale.
Il Negus, il 31 marzo, con le migliori sue truppe, armate e preparate all'europea, affronta i nostri al lago Ascianghi. E sconfitto in pieno e fugge con pochi fedeli. Otto giorni dopo gl'Italiani entravano a Dessiè.
Intanto il generale Achille Starace, Segretario del Partito Nazionale Fascista, con una colonna di truppe celeri, dopo grandi peripezie in un terreno accidentato senza strade, entra in Gòndar, sottomette i territori attorno al lago Tana e poi raggiunge Debra Tabor. La capitale non era più lontana.
In Somàlia, dopo la battaglia di Sassabaneh, veniva occupato Dagahbùr. quindi la marcia continuava verso Haràr per incontrare le non lontane truppe provenienti dall'Eritrea. Le terre delle due colonie si congiungevano. Il sogno di Antonio Cecchi si avverava.
Il Negus intanto era tornato di nascosto alla capitale e di là, dopo aver spedito a Gibuti oro e cose preziose in quantità, fuggiva di nottetempo, vilmente. Ma prima il barbaro diede l'ordine di saccheggiare e incendiare la città. Ed i protettori dell'ex-Ailè Selassiè non arrossirono.
Le truppe del Maresciallo Badoglio avevano già iniziato la marcia su Addis Abeba. Erano mille autocarri che affrontavano luoghi asperrimi mai visti.
Il Maresciallo telegrafo al Duce:
Oggi 5 maggio, alle ore 16, alle testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba.
L'Etiopia è liberata. La civiltà si sostituisce alla barbarie. L'Etiopia è - e sarà in eterno - italiana.
Mussolini ha vinto 52 Stati coalizzati ,subdolamente contro di Lui.
Ed ecco il Duce che chiama il popolo ad un'altra solenne adunata e dal balcone dello storico Palazzo Venezia dà l'annuncio all'Italia e al Mondo che la pace, la pace romana, la pace giusta, è ristabilita.
I CAPI
Primo fra tutti, il Duce.
L'impresa venne pensata, studiata, voluta, preparata, vinta da Lui.
La storia dirà quanto l'Italia Gli deve.
Emilio De Bono. Nasce nel 1866 a Cassano d'Adda, in provincia di Milano. A diciotto anni è sottotenente dei bersaglieri. Nel 1887 accorre in Eritrea.
Nella Guerra mondiale si distingue alla presa di Gorizia, poi alla difesa del Grappa, ed è promosso maggiore generale.
Nel 1920 si ritira dal servizio attivo e si dedica al movimento fascista, che stava infiammando l'Italia. Diventa uno dei fedeli del Duce e nei giorni della Marcia su Roma fa parte del quadrumvirato, con Italo Balbo, Michele Bianchi e Cesare Maria De Vecchi.
In seguito viene nominato Comandante della M. V. 5. N., Governatore della Tripolitània, ministro delle Colonie.
Nominato Commissario in A. O. organizza con pronto intuito tutti i servizi per la grande spedizione militare. Chiamò in Colonia 50 mila operai e in poco tempo avvia il vecchio porto di Massàua a divenire il più potente e imponente porto del mar Rosso.
Le prime vittorie, fra cui la presa di Adua (5 ottobre 1935), si devono a questo Capo, fedele e ardimentoso.
Pietro Badòglio. Ultimo di dieci figli, nasce a Grazzano Monferrato, in provincia d'Asti, nel 1871. Studia all'Accademia militare di Torino. Nel 1896 è in Eritrea tenente. Nel 1911 Si distingue nella guerra libica. Passa quindi all'Istituto geografico militare. Nella Grande Guerra si fa onore soprattutto con la ben studiata conquista del monte Sabotino ed è promosso generale.
Dal novembre 1917 è con il Maresciallo Diaz, forgiatore della resistenza e della vittoria di Vittòrio Vèneto.
Fa parte della Commissione italiana che a Villa Giusti. presso Pàdova, tratta l’armistizio con gli Austriaci (4 novembre 1918). Viene nominato Maresciallo d’Italia e marchese del Sabotino.
Primo commissario straordinario per la Venèzia Giùlia, gli sono affidate missioni speciali in Romania, Stati Uniti d'Amèrica e Stati Uniti del Brasile.
Nel 1925 torna in Italia ed è nominato Governatore della Libia. Egli ha la carica suprema dell'esercito dopo il Re:
Capo di Stato maggiore generale delle Forze armate di terra, aria e mare.
Dopo la liberazione d'Etiòpia è nominato primo Vicerè d'Etiòpia e duca di Addis Abeba. Fine stratega, mente colta, animo ardito instancabile. Alla sua alta autorità e competenza tutti si inchinano.
Rodolfo Graziani. Nasce nel 1882 a Filettino, in quel di Frosinone. I genitori vogliono farne un avvocato. Egli desidera ed ottiene di fare il militare. Presta servizio in Eritrea parecchi anni. Nel 1913 passa in Libia, ma è tosto chiamato per prepararsi alla Guerra mondiale. Viene promosso capitano e maggiore per meriti di guerra.
Ritorna in Libia nel 1921 e inizia una lotta senza quartiere contro i ribelli fomentati dal Senussismo, setta politico-religiosa antieuropea.
Pacifica la Cirenàica, e merita di essere chiamato l'Africano, come i Romani fecero con Scipione. Ed Africano ritorna nel 1935 sbarcando in Somalia e organizzando, con rapidità e precisione veramente mirabili, la conquista delle terre etiopiche.
La vittoria gli arride sempre. E promosso Maresciallo d'Italia e nominato Vicere'. Con l'energia e la prontezza che lo distinguono, posate le armi, organizza e fa progredire là civilizzazione del grande Impero, orgoglioso di consegnare il posto al terzo Vicerè, nel dicembre 1937, cioè a S. A. R. il Duca d'Aosta primogenito di Colui che fu l'invitto Comandante della Terza Armata durante la Guerra mondiale.
**
Questi capi ebbero dei collaboratori di valore. Nominarli tutti non è possibile ma è doveroso ricordare i primi generali che comandarono le prime colonne vittoriose: Achille Starace, Ruggero Santini, Alessandro Pirzio-Biròli, Pietro Maravigna, Ettore Bastico, Giuseppe Somma. Mario Aimone-Cat, Capo dell’Aviazione Melchiorre Gabba ~ Capo' di Stato maggiore. Fidenzio Dall'Ora, Intendente generale ed altri ancora che ebbero in ogni momento un solo pensiero: donarsi alla Patria.
CAPITOLO IX
LA PROCLAMAZIONE DELL'IMPERO
DOPO LA LIBERAZIONE
La Società delle nazioni - la moritura Società per la pace - continua imperterrita, fino al mese di luglio, la guerra economica contro l'Italia, come nulla fosse avvenuto; però parecchi Stati ragionevoli, per conto loro, si riaccostano l'uno dopo l'altro all'Italia.
E' il pentimento della vergogna.
Il Gran Consiglio del Fascismo la sera del 9 maggio, dopo le ore 22, in una riunione straordinaria approva lo schema di un decreto-legge che proclama la sovranità piena ed intera dell'Italia sul territorio dell'Impero di Etiopia e attribuisca il titolo di Imperatore al Re Vittorio Emanuele III ed ai suoi successori.
Al termine della riunione il Gran Consiglio esprime la gratitudine della Patria al Duce fondatore dell'Impero.
Immediatamente si riunisce il Consiglio dei ministri per l'approvazione del decreto-legge.
In tutte le piazze d'Italia si era intanto raccolta tutta la popolazione e una numerosa rappresentanza di tutti i militari in perfetta divisa.
Nel silenzio mistico della notte risuona alta la voce vibrante del Duce:
"Ufficiali, sottufficiali, gregari di tutte le Forze armate dello Stato in Africa e in Italia, Camicie nere della Rivoluzione, Italiani e Italiane in Patria e nel mondo, ascoltate!
"Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete, e che furono acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell'Etiopia oggi 9 maggio A. XIV dell'Era fascista.
Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente, e la Vittoria africana resta nella storia della Patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano.
"L'Italia ha finalmente il suo Impero. Impero fascista perchè porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perchè questa è la meta verso la quale durante i 14 anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane.
Impero di pace, perchè l'Italia vuole la pace per sè e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita.
Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia. E' nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.
"Ecco la legge, o Italiani, che chiude un periodo della nostra Storia e ne apre un altro, come un intimo varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
"Primo: I territori e le genti che appartenenevano all'Impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena ed intera del Regno d'Italia.
"Secondo: Il titolo di Imperatore d'Etiopia viene assunto per sè e per i suoi successori dal Re d'Italia.
"Ufficiali, sottufficiali, gregari di tutte le Forze armate dello Stato in Africa e in Italia. Camicie nere, Italiani e Italiane!
"Il Popolo italiano ha creato col suo sangue l'Impero. Lo feconderà col suo lavoro, e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema levate in alto, Legionari, le insegne, il ferro e i cuori e salutate dopo 15 secoli la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma.
"Ne sarete voi degni? (La folla prorompe in un formidabile "SI!").
"Questo grido è come un giuramento sacro che vi impegna innanzi a Dio e innanzi agli uomini per la vita e per la morte.
"Camicie nere, Legionari, saluto al Re!"
Notte storica, indimenticabile quella!
La gente, commossa, grida evviva, non sa trattenere le lacrime.
Si sente aleggiare lo spirito delle nostre anime grandi: Cavour, Mazzini, Garibaldi, Crispi; di tutti i nostri poeti del Risorgimento; di tutti i nostri intrepidi esploratori trucidati; di tutti i fratelli morti su quella terra ardente;
insomma di tutti gli artefici della Vittoria.
Vibrano nell'aria le note di tutti gl'Inni patriottici.
La nostra Italia non è più quella della vigilia: si erge in alto, si impone agli occhi del mondo.
L'Impero è riapparso sui colli fatali di Roma.
Ma non comincia subito la smobilitazione.
V'era da prendere ancora possesso del territorio ad ovest di Addis Abeba ed anche a sud dove si eran rifugiati alquanti sbandati abissini. V'era da rastrellare il materiale di guerra, abbandonato qua e là, ed anche qualche ribelle che si dava al brigantaggio, ignaro della nostra forza.
Avviene in questo periodo il doloroso episodio di Lechemti. Un nostro aeroplano (su cui si trovavano autorità militari e anche un frate, padre Borello) atterra presso un gruppo di abissini a noi amici. Ma durante la notte, un'orda di predoni sorprende nel sonno e trucida tutti i nostri che erano nell'accampamento, fuor del villaggio, meno padre Borello, rimasto in
paese*.
Furono gli ultimi disgraziati tentativi del malcontento fomentato dalle illusioni di Ginevra.
I nostri valorosi soldati, colonizzatori di razza, senza abbandonare il moschetto, imbracciarono la vanga e il piccone e si misero a lavorare, ad aprire e
rassodar strade, coltivare la terra, costruire abitazioni.
Questo è mostrare al mondo le virtù misconosciute dei continuatori di Roma.
E Ginevra non può trarne vanto.
Al passivo della Società delle nazioni stanno tutti i Morti nostri, caduti per una missione di civiltà.
*
Fra quel manipolo si trovava anche Antonio Locatelli, di Bergamo, Medaglia d'oro della Grande guerra, aviatore dei più arditi (fece il volo su Vienna con d'Annunzio, prima fra tutti attraversò le Ande ed indicò l'itinerario alto-Atlantico fra l'Europa e l'America del nord) ed anche scrittore e pittore. Anima veramente superiore, esempio di purità civile ai giovani. Tre medaglie d'oro ne santificano la memoria fra i Martiri della Patria.
Una sera viene attaccata anche la ferrovia al casello Ducam e si conta qualche morto fra cui il colonnello volontario Arturo Mercanti.
LEGGI E
ORDINAMENTI
Con la rapidità che caratterizza il Regime fascista comincia subito l'ordinamento amministrativo predisposto con apposite leggi.
Ecco in riassunto le principali, con le ultime modificazioni.
i territori dell'Etiopia, dell'Eritrea e della Somalia costituiscono l'Africa Orientale Italiana (A.O.I.).
L'Africa Orientale Italiana è posta alle dipendenze di un Governatore generale, che ha sede in Addis Abeba.
Il Governatore generale dipende direttamente ed esclusivamente dal Ministero per l'Africa. Egli rappresenta il Re Imperatore nell'A.O.I. ed è il capo supremo dell'amministrazione di essa.
Dal Governatore generale dipendono: un Vice-governatore generale per le questioni politico-amministrative, ed un Capo di Stato maggiore per le questioni militari.
Fiancheggiano l'attività del Governo centrale dell'A.O.I. due organi consultivi: il Consiglio del Governo, presieduto dal Governatore o dal Vice-governatore e composto dai più alti funzionari dell'A.O.I., e la Consulta generale della quale fanno parte sei cittadini metropolitani scelti fra i sudditi della A.O.I.
L'A.O.I. si divide in 6 governi. Ciascun governo è dotato di personalità giuridica e di autonomia amministrativa, ed è retto da un governatore che alle sue dipendenze ha un segretario generale ed un comandante delle truppe. Ogni governo si divide in commissariati e questi in residenze ed in viceresidenze. I sei governi dell'A.O.I. sono: Governo dell'ERITREA. con capoluogo Asmara. Comprende le popolazioni dell'ex-Colonia Eritrea più le tigrine e dancale fino ai limidi meridionali dell'Aussa.
Governo della SOMALIA, con capoluogo Mogadiscio. Comprende le popolazioni della vecchia Colonia della Somalia italiana, quelle dell'Ogaden e marginali dell'altopiano.
Governo dell'AMARA, con capoluogo Gondar. Comprende le popolazioni amariche dell'altopiano, dalla regione del lago Tana allo Scioa.
Governo dello SCIOA, con capoluogo Addis Abeba, capitale dell'Impero e dell'A.O.I. Comprende parte del vecchio Scioa.
Governo dei GALLA e SIDAMO, con capoluogo Gimma. Comprende i gruppi etnici dei Galla e dei Sidamo posti ad occidente e sud dell'altopiano.
Governo di HARAR, con capoluogo Harar. Comprende le popolazioni omonime, e quelle degli Arussi e dei Bale.
Sino all'11 novembre 1938 il territorio di Addis Abeba era eretto a Governatorato. Primo governatore di Addis Abeba è stato lo squadrista della Marcia su Roma Giuseppe Bottai, volontario in A.O.I. Giuseppe Bottai è ora ministro per l'Educazione nazionale.
Dei sei governi che formano l'A.O.I., i tre dell'Amara, di Harar e dei Galla e Sidamo formano l'Impero (italiano) di Etiopia.
Il governatore generale, in quanto regge l'Impero, è anche Vicerè.
L'amministrazione della giustizia è affidata:
a) alla Magistratura ordinaria ed a quella militare;
b) ai funzionari politico-amministrativi;
c) ai cadì ed ai capi locali.
Per la religione vi è completa libertà di culto. Agli islamiti è concessa piena facoltà in tutto il territorio dell'A.O.I. di ripristinare i loro luoghi di culto, le loro antiche istituzioni pie, le scuole religiose.
Le istituzioni cristiane, che dipendono dal Patriarcato d'Alessandria d'Egitto, sono regolate da leggi speciali.
Ora però va formandosi nel clero una tendenza favorevole ad accordi con la Chiesta cattolica, con Roma.
Per la sanità pubblica, tanto trascurata, si sono presi provvedimenti ed altri se ne prenderanno per ottenere specialmente il rispetto dell'igiene delle persone e dell'abitazione. La popolazione è entusiasta dei nostri medici militari (hachjm) che si prodigano per tutti e fanno fuggire gli spiriti maligni (zar), così dicono loro, dal corpo.
Si istituiscono scuole ed asili infantili nei maggiori centri.
Grande sviluppo viene dato alle organizzazioni giovanili approfittando della predilezione dei giovanetti per gli esercizi ginnastici, sportivi e militari.
Ma si istituiscono con le scuole elementari anche scuole di mestiere: v'è tanto
bisogno di dare abilità produttive e di allontanare la popolazione dall'ozio. Tutta un'organizzazione nuova è in atto per i servizi postali e telegrafici, per i trasporti, ecc.
Il Governo sta trasformando questa primitiva terra in una regione produttiva e civile.
LA COLONIZZAZIONE
Il Governo italiano ha prestabilito un piano di organizzazione e di valorizzazione di tutta l'A.O.I. ed ha stanziato la ragguardevole somma di circa 12 miliardi, così ripartiti:
Opere stradali............................................
7.730.000.000
Opere edilizie.............................................
1.892.900.000
Opere marittime.........................................
670.000.000
Opere igieniche..........................................
550.000.000
Opere militari.............................................
493.000.000
Opere idrauliche e impianti idroelettrici............
300.000.000
Opere di colonizzazione agraria, bonifica, rimboschimento. 200.000.000
Opere telegrafiche, telefoniche e marconigrafiche.........
60.000.000
Queste somme assicurano l'impiego di una notevole quantità di lavoratori italiani e consentono l'esecuzione di vaste opere dalle quali deriverà lo sviluppo economico dell'A.O.I., organo fondamentale dell'Impero d'Italia.
La spesa più ragguardevole è quella rappresentata dalle strade perchè si può dire che non esistessero. Quelle ideate da noi sono strade larghe, comode, per ogni sorta di veicoli. Oramai sono quasi tutte ultimate.
V'è in attuazione un grande ampliamento del porto di Assab perchè possa accogliere il transito di merci e di viaggiatori che ora fa capo a Gibuti. Si è già costruita la grande camionabile Assab-Dessiè che finalmente risolverà il problema della circolazione in Etiopia, a vantaggio di Assab e Massaua.
Questa strada doveva essere costruita nel 1928, ma il Negus, sobillato da interessati europei, vi si oppose.
Il servizio dei trasporti (merci e viaggiatori) viene esercitato da una Azienda per conto dello Stato, come saranno dello Stato tutti gli altri servizi pubblici. La colonizzazione moderna comincia da questi perchè solo con l'ausilio dei servizi pubblici prenderà sviluppo il lavoro degli uomini, l'agricoltura, l'industria, il commercio.
Le risorse attuali e potenziali dell'Impero, disse il Duce, sono
eccezionali.
Nella grande varietà di climi e di altitudini sono possibili infiniti generi di colture e di allevamenti. Tecnici nostri stanno già studiando le coltivazioni più redditizie da farsi, sia per il consumo locale sia per l'esportazione. Tutto è possibili trarre dal suolo agrario e forestale dell'A.O.I.
Il caffè, forse originario del Caffa, coltivato razionalmente e più estensivamente, da un notevole reddito (media 1935-37: circa 90 mila quintali). Le migliori qualità sono quelle di Harar, Caffa, Arussi, Giamma, Lechemti, Sidamo.
La produzione del cotone sarà curata in modo particolare: l'Italia oggi deve importarlo dall'estero. In Etiopia cresce bene la varietà egiziana (la più pregiata) e anche l'americana. Da certa flora etiopica possiamo avere prodotti chimici aromatici e medicamentosi, e precisamente canfora, gomma, incenso, gomma arabica, cassia, tamarindo, chiodi di garofano, pepe nero, ecc.ecc.
Dal frutto della ghina, una pianta che cresce libera, si ha un filo serico, dal legname dolce si può ricavare la cellulosa.
L'industria dei profumi è avvantaggiata dal gelsomino, dall'acacia, dall'eucalipto ecc.; soprattutto dallo zibetto, il più costoso fissatore di profumi, che viene offerto da un animaletto non ignoto in A.O.I.
Il peperoncino rosso, usato dagli indigeni come condimento, serve in medicina come eccitante anche per le carte senapate. Dai semi di nugh, una specie di ravizzone, si estrae un olio commestibile.
Le grandi boscaglie, che abbondano nella zona occidentale, sono vere miniere di legni pregiti. La loro utilizzazione però va studiata in rapporto alla regolazione delle acque, per non danneggiare le zone sottostanti: l'agricoltura deve avere massima efficienza.
Il bestiame in Etiopia è abbondantissimo, prevalgono i bovini zebù, ma l'allevamento sinora è stato fatto in modo così primitivo che non si ha che scarsissimo latte e ancor più scarsa carne. I nostri tecnici vanno insegnando, con l'esempio, come si sceglie il mangime, come si proteggono gli animali dalle malattie, come si incrociano le razze selezionate, come si possono ottenere carni migliori da alcune, lane pregiate da altre e via dicendo.
La ricchezza è figlia del sapere.
Il clima in molte zone è favorevole all'allevamento della pecora di lana pregiata e anche dei suini, poco conosciuti ancora. Ne nasceranno nuove e profittevoli industrie.
La produzione minerale è promettente. Grandi possibilità offrono le saline di Assab, di Massaua, di Hafun per l'esportazione e il consumo interno.
Le miniere di oro sinora note si trovano nello Uollega, tra i fiumi Didessa e Dabus. Altra miniera trovasi nel territorio dei Beni Sciangul. La produzione minima non si può precisare: si aggira sui 500 kg. all'anno.
Il platino si trova a Jubdo fra le sabbie del torrente Birbir. Si calcolano, per ora, 500 chilogrammi annui.
Minerali di piombo e argento si trovano nell'altopiano centrale; di ferro nello Uollega e a Jubdo; di rame nell'Amara e nel Caffa; di mercurio nell'Harar e nello Scioa; di solfo in Dancalia; il carbon fossile è segnalato nello Scioa e a nord del lago Tana; la lignite nell'Amara; la potassa nel Tigrai; la mica fra Giggiga e Harar; il petrolio in Dancalia; pietre e marmi in Somalia e altrove.
Si è trovata anche roccia per cemento e calce, utili per ogni costruzione. Apposite commissioni di studiosi fanno indagini e daranno un esatto panorama di questo promettente e ambito campo d'azione.
Molti combattenti hanno chiesto ed ottenuto di rimanere nell'Etiopia per dedicarsi all'utilizzazione di quelle terre.
Come a Littoria, così anche in A.O.I. le imprese agricole di bonifica sono state assunte dall'Associazione nazionale dei combattenti (A.N.C.).
In tutti i campi è fervore di opere. Si va a gran passo, incitati dalle parole del Duce: Nell'Africa v'è lavoro e gloria per tutti.
Fotografie
ALCUNI EROI - MEDAGLIE D'ORO
D'AFRICA

DALMAZIO BIRAGO, maresciallo pilota, fu il primo decorato di Medaglia d'oro. Durante un'azione con un trimotore, scende a mitragliare il nemico. Ma il nemico spara e colpisce l'apparecchio in più parti. Birago stesso è colpito da una palla esplosiva (detta dum-dum) e ha una gamba squarciata. I compagni di volo gli prestano le prime cure; ma egli, straziato da dolori lancinanti, si preoccupa di dare istruzioni per chi lo sostituisce presso i motori. Giungono al campo. Birago è subito curato, ma quel proiettile (proibito dalle norme civili) è mortale. E Birago, inneggiando all'Italia e al Duce, si prepara a morire (18 novembre 1935) Era nato ad Alessandria nel 1908.
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IL TENENTE TITO MINNITI, calabrese; il 26 dicembre partì dal campo di Gorrahei col sergente Zannoni per una ricognizione su Dagahbur. L'apparecchio, colpito, è costretto ad atterrare proprio sulle linee nemiche. Minniti è ferito, ma si mette sulla difesa con la mitragliatrice contro gli armati che corrono a circondare l'apparecchio; ma Minniti e Zannoni sono sopraffatti e muoiono trafitti (Dagahbur, 26 dicembre 1935). I loro resti mortali furono dispersi. Ma prima, quei negri barbari tagliarono la testa dal corpo di Minniti per portarla al loro capo.
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PADRE REGINALDO GIULIANI, nacque a Torino nel 1887. Era un Domenicano colto ed intrepido. Cappellano degli Arditi durante la Guerra mondiale si era segnalato anche come combattente. Volle partecipare all'impresa etiopica. Egli, pronipote del cardinale missionario Massaia, sentiva di essere chiamato laggiù. Fu assegnato al Primo Gruppo di Camicie nere dell'Eritrea. Nell'aspro combattimento al Passo Uarieu assisteva i suoi commilitoni morenti: e agitava alto un piccolo Crocefisso perchè i nemici rispettassero il suo compito. Prima venne ferito da una fucilata, poi una mano barbara gli diede un feroce colpo di scimitarra. Morì la sera del 21 gennaio 1936.
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 ENZO
FUSCO,
di Monteforte Irpino
(Avellino), un Balilla ardito, riuscì ad imbarcarsi a Napoli di
nascosto, insieme con i suoi soldati. Scoperto, quando la nave era
in alto mare, tanto pregò e fece che il Duce gli permise di
rimanere fra i combattenti. Egli combattè come gli altri,
intrepido, lanciando bombe a mano contro il nemico. Ritornò salvo
ed ebbe la grande soddisfazione di ricevere la Medaglia d'argento e
un abbraccio dal Duce. Ora frequenta l'Accademia della Gioventù
Italiana del Littorio. |
ELENCO DELLE MEDAGLIE D'ORO D'AFRICA
1935
Azzi Francesco
Birago Dalmazio
Ciaparglini Ettore
Crippa Ettore
Del Monte Aldo
De Martino Renato
Lusardi Aldo
Martelli Franco
Minniti Tito
Santoro Enrico
Santuccia Luigi
Vaschi Luigi
Zannoni Silvio
1936
Abate Sergio
Agostini Alberto
Alonzi Aurelio
Andolfato Ezio
Bagnolini Attilio
Baldi Andrea
Barany Hindard Camillo
Battista Francesco
Beccaria Incisa Aleramo
Beretta Fausto
Bombonati Giorgio
Bonsignore Antonio
Busignani Francisco
Calderini Mario
Carnevalini Franco
Casale De Bustis Marcello
Castellaci Pietro
Cesari Fortunato
Chiavellati Luigi
Cimmaruti Vittorio
Ciprari Renato
Colipietro Giuseppe
D'Altri William
Daniele Antonio |
Degli Esposti Umberto
Della Noce Adolfo
De Luca Alfredo
De Rege Thesauro Amedeo
Devito Francesco Gaetano
Di Benedetto Francesco
Di Fazio Ugo
Di Gregorio Panfilo
Drammis De Drammis Antonio
Fazio Amerigo
Forlani Gino
Franzoni Antonio
Freda Filippo
Gabelli Luigi
Galassi Romolo
Galli Mario
Ghisleni Mario
Gianelli Angelo
Giuliani don Reginaldo
Griffa Michele
Laghi Sergio
Lapucci Giambattista
Leonardi Emanuele
Liri Alberto
Locatelli Antonio (3 M. O. di cui una della Guerra 1915-1918).
Lordi Renato
Lupo Pietro
Maccolini Emilio
Magliocco Vincenzo
Maglioni Armando
Malenza Giulio
Mantovani Iridio
Marini Filippo
Marini Giovanni
Menicucci Lodovico
Mercanti Anturo
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Michelazzi Luigi
Muricchio Enrico
Oliveti Ivo
Ottaviani Flavio
Paglia Guido
Pagnottini Dante
Paoli Alessandro
Pecorari Ottone
Pietrocola Salvatore
Pisoni Gastone
Positano Francesco
Prasso Adolfo
Protti Arrigo
Reatto Efrem
Righetti Lorenzo
Ruggiero Dialma
Tadini Mario
Tarantini Raffaele
Trinchese Geremia
Valcarenghi Luigi
Zuretti Gianfranco
1937
Andreozzi Giovanni
Biffi Francesco
Cucca Mario
D'Alessandri Giovanni
Era Vittorino
Fasulo Mario
Giovannetti Gaetano
Massina Giuseppe
Pucci Marcello
Sassi Salvatore
Zanardi Bonfiglio
Zucchelli Giorgio
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