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La Verita'
sulla strage di Sant'Anna di Stazzema
Sant'Anna di Stazzema, o meglio
ciò che resta di questo paese martire, è adagiata in un meraviglioso
anfiteatro scavato dalla natura, a circa 700 metri d'altezza,
sull'Appennino lucchese che si leva a ridosso della Versilia. Da
questo anfiteatro, che si spalanca sul Tirreno, si domina tutta la
costa, da Pisa a La Spezia: Viareggio, Marina di Pietrasanta, Forte
dei Marmi, sono là sotto, a pochi chilometri di distanza in linea
d'aria. Tranquilla nel suo isolamento (ancora oggi, per raggiungere
Sant'Anna, bisogna affrontare due ore di dura salita a piedi da
Valdicastello, patria del Carducci), la borgata toscana vide
trascorrere lentamente i secoli: sembrava che gli uomini e il
destino si fossero dimenticati dell'esistenza di quel pugno di case
sparse in un angolo di paradiso. Ma venne la guerra, venne l'8
settembre: il rombo delle bombe angloamericane che esplodevano lungo
la litoranea cominciò a scuotere anche le case di Sant'Anna di
Stazzema.
Nel paese giunsero i primi sfollati.
"Il nostro dramma", ci ha
raccontato il signor Duilio Pieri, che nella strage perdette
il padre, la moglie, due fratelli, le cognate e quattro nipotini, e
che dal 1945 è presidente del locale Comitato vittime civili di
guerra "iniziò praticamente con l'armistizio del settembre
1943. Fu dopo quel periodo che le popolazioni della Versilia,
tormentate dai bombardamenti alleati, cominciarono a cercare rifugio
nei paesi dell'Alta Versilia vale a dire sulle nostre montagne.
Sant'Anna, allora, contava poco più di 450 abitanti, di colpo,
vedemmo aumentare la popolazione. Ma i disagi che ci venivano
imposti da questa nuova situazione non ci pesavano: facemmo del
nostro meglio per andare incontro alle necessità di tanti nostri
fratelli più sventurati di noi e ci ritenemmo ancora fortunati
perché la guerra si manteneva lontana dalle nostre case.
L'inverno tra il 1943 e il 1944 trascorse così abbastanza
tranquillamente: sentivamo sì il rombo degli, aerei che venivano a
bombardare le città e i paesi della Toscana sapevamo che il fronte
si stava avvicinando alle nostre zone sentivamo parlare di guerra
civile, di fascisti e di partigiani di rastrellamenti e di
rappresaglie, ma ci sembrava che tutto ciò facesse parte di un altro
mondo, che Sant'Anna sarebbe sempre rimasta tagliata fuori da
avvenimenti cosi e terribili. Giunse invece la primavera del 1944.
E, con la primavera, cominciarono a farsi vivi i primi partigiani ".
Dapprima si trattò di elementi
isolati: sbandati ex-prigionieri di guerra alleati, qualche
renitente alla leva della RSI.
Poche decine in tutto. Ma a questo proposito, ecco che cosa racconta
il signor Amos Moriconi, un minatore che, allora faceva il
fornaio. Amos Moriconi, nella strage, ha perduto la moglie, la
figlioletta di due anni, la madre, due sorelle, un fratello e il
suocero.
<<Li vedemmo apparire a Sant'Anna verso la fine di marzo>> ci
ha detto Amos Moriconi - e li accogliemmo così come avevamo
accolto gli sfollati, fraternamente, pronti ad aiutarli. Nessuno di
noi sollevò questioni di natura politica. Ma ci accorgemmo ben
presto che la nostra umanità non era molto apprezzata.
Gli sbandati, infatti, si accamparono sul crinale delle montagne che
sovrastano, a semicerchio, il paese, e pretesero che noi li
rifornissimo di viveri. Non ci restò che piegarci alla imposizione.
Ma nonostante ciò, questi individui cominciarono a perquisire le
abitazioni, portando via tutti i viveri che trovavano.
Il malumore serpeggiò ben presto tra la popolazione, ma ogni
tentativo di ribellione venne soffocato con la minaccia delle armi
spianate.
La situazione si andò aggravando di giorno in giorno.
Gli abitanti di Sant'Anna si trovavano infatti nella
impossibilità di porre un freno alle angherie compiute dagli
sbandati; non avevano armi per difendersi, ne intendevano chiedere
aiuto alle forze di polizia fasciste o tedesche. Conoscendo bene la
zona, essi sapevano che nessun rastrellamento sarebbe riuscito a
snidare quelle poche decine di uomini dal vasto territorio
montagnoso dello Stazzemese, ricco di caverne e di nascondigli di
ogni genere. Senza contare che, una volta tornati a valle i
rastrellatori, il paese si sarebbe trovato esposto alla inevitabile
vendetta dei rastrellati. Verso la metà di maggio, infine, giunsero
nella zona degli emissari comunisti che, in breve tempo, raccolsero
questi sbandati in una formazione partigiana rossa, la "Brigata 10
bis Garibaldi".
La brigata venne posta agli ordini di un noto comunista di
Serravezza.
"Il fatto che nelle nostre montagne, al posto di gruppi di
sbandati, si trovasse ora una brigata partigiana comunista - ci
ha detto ancora Amos Monconi - non significò per noi nulla di
meglio o di buono. In realtà, sulle prime, l'attività di questi
partigiani fu minima. Li vedevamo girare per il paese armati fino ai
denti, sapevamo che aumentavano gradatamente di numero, ma non ci
risultava che compissero azioni di guerra contro i tedeschi e i
fascisti.
Questo, in fondo, ci rassicurava. Noi di Sant'Anna, infatti, non
eravamo partigiani e non facevamo parte di alcuna formazione:
sapevamo però che, in caso di rastrellamento, avremmo corso tutti un
gravissimo rischio, specie noi uomini. I tedeschi o i fascisti non
avrebbero fatto certamente molte distinzioni tra quelli della
montagna e noi del paese. Purtroppo, con il mese di giugno, i
partigiani comunisti, diventati ormai circa duecento, cominciarono
ad effettuare puntate verso la pianura e nelle vallate ".
Sull'attività svolta in quel periodo dai comunisti arroccati sui
monti dello Stazzemese esistono solo alcune pubblicazioni molto
imprecise e tutt'altro che esaurienti. Siamo riusciti comunque ad
attingere sufficienti notizie, e possiamo quindi dare un quadro
abbastanza chiaro delle azioni compiute dai partigiani rossi nelle
settimane che precedettero la strage di Sant'Anna. È una
storia di agguati, brevi scontri di pattuglie, prelevamenti di
cittadini iscritti al partito fascista repubblicano.
Specie contro questi ultimi, i comunisti si mostrarono abbastanza
aggressivi. Molti fascisti furono uccisi nelle loro abitazioni,
spesso sotto gli occhi dei familiari. Altri, invece, vennero
condotti prigionieri tra le montagne, e lì trucidati senza alcuna
parvenza di processo.
Ma queste azioni provocarono solo raramente la rappresaglia dei
fascisti.
Nella zona di Sant'Anna, anzi, le camicie nere non
effettuarono mai rastrellamenti. Ne i tedeschi si scaldavano
eccessivamente per questi episodi di guerra civile tra italiani.
Quando però i partigiani comunisti accentuarono la loro attività nei
confronti delle truppe germaniche, fu subito chiaro che le
ritorsioni non si sarebbero fatte attendere.
In quei giorni, tra l'altro (parliamo del periodo giugno-luglio del
1944), gli angloamericani, superata Roma, stavano puntando
decisamente verso il nord, e i tedeschi si preparavano a resistere
lungo quella "Linea gotica" che doveva poggiare, nel versante
tirrenico, proprio sulle montagne della Lucchesia. Alta Versilia
compresa. L'attività, sia pure sporadica, dei partigiani comunisti
nello Stazzemese, in un territorio cioè che stava per diventare
immediata retrovia se non addirittura prima linea, allarmò, forse
eccessivamente, i comandi germanici.
I tedeschi inviarono così pattuglie in tutta la zona per saggiare la
consistenza delle forze partigiane. Si verificarono scontri nei
pressi di Sant'Anna e, di là dalla cerchia dei monti che circonda il
paese, in altre località, specie a Stazzema e Farnocchia.
Va subito precisato che non si trattò di battaglie vere e
proprie, così come certe pubblicazioni, anche recenti, vorrebbero
far credere. Le pattuglie tedesche contavano, in media, dai quattro
ai dodici uomini. Più consistenti le pattuglie partigiane: ma, in
definitiva, nulla di eccezionale.
Sta di fatto, però, che la presenza dei partigiani venne segnalata
un pò dovunque, nello Stazzemese, e i comandi germanici giunsero
alla conclusione che il grosso delle bande si era attestato sui
monti che formavano l'"anfiteatro" di Sant'Anna, dalla Foce di
Compito al monte Gabberi.
Una zona strategicamente importante dalla quale si poteva dominare
l'intera Versilia. Le puntate esplorative tedesche si infittirono.
Vi furono alcuni morti da ambo le parti. Durante il mese di luglio
pattuglie tedesche si avvicinarono per tre volte a Sant'Anna e,
sempre, furono accolte dal fuoco dei partigiani. Gli esploratori
si accorsero che i partigiani comunisti si erano trincerati in
alcune case d'abitazione e anche sul campanile. E in questi
termini, naturalmente, riferirono ai loro superiori: sulle carte
topografiche appese alle pareti dei comandi tedeschi, un grosso
cerchio nero venne allora disegnato attorno al nome di Sant'Anna. Un
segno che significava morte e distruzione.
Si giunse così alla fine di luglio, allorché i tedeschi decisero
di eliminare ogni presenza partigiana nello Stazzemese e specie
nella zona di Sant'Anna. A questo scopo venne trasferito
nell'Alta Versilia un battaglione della 16° divisione SS "Reichsführer".
L'azione delle SS si sviluppò sistematicamente. Occupati e
presidiati i centri nei fondovalle tutti intorno ai monti di
Sant'Anna, i tedeschi presero a salire stringendo gradatamente il
cerchio.
I primi giorni li dedicarono a rastrellare l'"esterno"
dell'"anfiteatro". Ordinarono agli abitanti di Stazzema, di
Farnocchia e degli altri borghi di sfollare e batterono quindi la
zona metro per metro.
I partigiani tentarono solo sporadiche resistenze, specie a
Farnocchia, le cui abitazioni, per rappresaglia, vennero date alle
fiamme dai soldati tedeschi l'8 agosto.
Quella sera, con l'incendio di Farnocchia, si concluse la prima
parte del rastrellamento. L'intero "anfiteatro" era ormai circondato
dalle SS che si preparavano all'azione conclusiva: l'annientamento
dei partigiani rossi, che i tedeschi credevano di avere ristretti
sul crinale delle montagne e nell'abitato di Sant'Anna. Ma nella
trappola mortale restarono solo dei civili innocenti: un migliaio di
persone, in gran parte donne e bambini. "Noi di Sant'Anna",
ci hanno confermato numerosi superstiti "avevamo seguito con il
cuore in gola gli avvenimenti di quegli ultimi giorni. Avevamo
saputo dei rastrellamenti nell'altro versante della montagna e
dell'incendio di Farnocchia. I partigiani, inoltre, avevano sparato
dalle nostre case contro i tedeschi. Prima o poi. lo sapevamo bene.
il rastrellamento sarebbe giunto anche a Sant'Anna.
Ma ci sorreggeva un filo di speranza. I partigiani, infatti,
continuavano a ripeterci che non se ne sarebbero andati, che ci
avrebbero difesi con ogni mezzo, che non e era da temere perché loro
erano più forti dei tedeschi. Ma la mattina del 9 agosto venne
affisso sulla porta della chiesa un manifesto del comando germanico.
Era l'ordine di sgombero per la popolazione civile; ci davano poche
ore di tempo per andarcene tutti.
I civili che fossero stati sorpresi ancora in paese dalle truppe
rastrellatrici, sarebbero stati considerati favoreggiatori dei
partigiani e fucilati come tali. La voce si sparse in un baleno. I
comunisti però intervennero subito, strappando il manifesto tedesco
e affiggendone un altro nel quale facevano obbligo ai civili di non
muoversi.
Che cosa dovevamo fare? Eravamo presi tra due fuochi.
La presenza minacciosa dei partigiani comunisti era molto più
concreta di qualsiasi ordinanza tedesca. Così restammo tutti".
Gli abitanti di Sant'Anna, gli
sfollati che avevano cercato salvezza nel borgo appenninico non
potevano certo sospettare, in quei momenti, che i comandi comunisti
avevano freddamente deciso di sacrificarli. Quel giorno stesso,
infatti, i partigiani rossi sparirono dalla circolazione. In paese
non li vide più nessuno.
Qualcuno volle sostenere, più tardi, che i partigiani della
formazione comunista abbandonarono Sant'Anna perché avevano ricevuto
l'ordine di raggiungere un'altra zona della Lucchesia. Non è vero.
Si allontanarono, solo provvisoriamente, dalle montagne e dal paese
di Sant'Anna, perché erano stati avvisati in tempo del
rastrellamento decisivo che i tedeschi stavano per scatenare con la
certezza di averli ormai chiusi in trappola.
Se ne andarono obbligando i civili a non muoversi: calcolarono
infatti cinicamente che le SS avrebbero scambiato gli uomini di
Sant'Anna per partigiani comunisti e li avrebbero massacrati,
tornando quindi alle loro basi con la certezza di aver "ripulito" la
zona.
"Credo di essere stato uno dei
pochi che ebbe la percezione di quanto stava accadendo",
racconta Amos Moriconi. "Ricordo che affrontai uno degli ultimi
partigiani che si accingevano a lasciare il paese e gli dissi:
"Perché ci abbandonate? Voi sapete bene di averci infilato in una
rete e sapete anche che i tedeschi non ci risparmieranno. Avevate
promesso di difenderci. Dove ve ne andate adesso?". Ma quello mi
guardò ghignando e si allontanò senza rispondermi ".
Quel giorno però non accadde nulla. Anche il 10 e l'11 agosto
trascorsero in una calma assoluta, quasi irreale. Sant'Anna sembrava
tagliata fuori dal mondo. Ma all'alba del 12, sul crinale delle
montagne che sovrastano il paese, apparvero gli elmi bruniti e le
tute mimetiche delle SS.
La strage incominciò poco dopo le sei del mattino. I
tedeschi, circondata la vasta conca dell'"anfiteatro" dove sorge
Sant'Anna, si divisero in squadre, penetrando simultaneamente nelle
diverse frazioni che compongono il paese: Argentiera, Le Case,
Franchi, Vaccareccia, Coletti, Bambini, Colle, Sennari e Molini. La
popolazione venne colta di sorpresa.
L'allarme però corse fulmineo di casa in casa e furono numerosi
coloro che riuscirono a mettersi in salvo gettandosi nei boschi che
circondano Sant'Anna. Ma, come già era accaduto in occasione di
precedenti allarmi del genere, solo gli uomini tra i 18 e i 60
anni cercarono scampo. Fino a quel momento, infatti, l'incubo della
rappresaglia aveva sempre risparmiato, almeno nello Stazzemese, i
vecchi, le donne e i bambini.
Nessuno in paese, quella mattina, poteva sospettare che i tedeschi
fossero decisi a uccidere senza pietà, quali "favoreggiatori dei
partigiani", tutti gli abitanti di Sant'Anna. Nessuno poteva
immaginarlo, ad eccezione però di alcune persone: i capi partigiani
comunisti della zona. Questi, infatti, sapevano benissimo
che i tedeschi, quando ritenevano di dover eliminare qualsiasi
presenza partigiana in un determinato settore, non esitavano a
massacrare anche i civili che abitavano nella zona.
Lo sapevano anche perché proprio in quelle ultime settimane, e
specie nel territorio della provincia di Arezzo, centinaia di
innocenti erano stati trucidati nel corso di alcune feroci
ritorsioni scatenate dalla attività di formazioni partigiane rosse.
Ma i capi comunisti, fedeli alle direttive della "guerra privata"
condotta dalla organizzazione rossa, si guardarono bene dal mettere
sull'avviso gli abitanti di Sant'Anna: a loro, quegli uomini, quelle
donne, quei bambini, facevano più comodo da morti che da vivi, visto
e considerato, tra l'altro, che nessuno degli abitanti del paese
aveva voluto entrare nelle formazioni partigiane comuniste.
Sui morti, infatti, l'organizzazione comunista avrebbe potuto
speculare a volontà.
Alle prime avvisaglie del rastrellamento si occultarono così
sulle montagne attorno al paese e se ne stettero a guardare.
Ma sul comportamento dei partigiani comunisti torneremo tra non
molto.
Per ora riprendiamo il racconto di quanto accadde la mattina del 12
agosto nel borgo versiliese.
“Stavo ancora riposando”, ci ha raccontato il signor Mario
Bertelli che allora faceva il minatore e aveva 23 anni, "quando
venni svegliato all'improvviso dalle grida di un mio nipotino. Aldo
Beretti: "Alzati, zio, fai presto: sono arrivati i tedeschi".
Quelle parole mi gelarono il sangue nelle vene. Da un pò di tempo,
tra l'altro, ero ammalato, e proprio il giorno prima, per curarmi
meglio e per alleviare i disagi di mia moglie, avevo deciso di
lasciare la cascina nel bosco dove ci eravamo rifugiati, per timore
di rappresaglie, in seguito agli ultimi scontri avvenuti in paese
tra partigiani e tedeschi. Eravamo così tornati nella nostra casa a
Sant'Anna.
Spaventatissimo e convinto che i tedeschi avrebbero rastrellato il
paese portando via tutti i giovani della mia età, indossai
rapidamente gli abiti e corsi fuori di casa gridando a mia moglie
che andavo a nascondermi nel bosco ".
Anche Mario Bertelli sperò, sulle prime, che i comunisti
intervenissero in difesa del paese e della popolazione. Ma si trattò
di una illusione che durò poco: "Dal mio nascondiglio" ci ha
detto ancora il signor Bertelli "potevo sentire l'eco degli spari
e delle raffiche. La distanza mi impediva di udire le grida e le
invocazioni d'aiuto. Per un pò di tempo ritenni così che i tedeschi
sparassero più che altro per intimidire la popolazione come era già
accaduto altre volte. Poi cominciai a vedere il fumo degli incendi.
Bruciavano case un pò dovunque. Mi resi conto che la situazione si
stava facendo tragica. Ero solo, senza armi.
Tornare in paese in quelle condizioni non sarebbe servito a nulla:
non avrei potuto aiutare i miei familiari e sarei caduto subito
nelle mani dei tedeschi. Trascorsi così ore di agonia. Alla fine gli
spari diminuirono di intensità e poi cessarono del tutto. Mi avviai
allora verso l'abitato. Avrei voluto correre ma ero troppo debole a
causa della malattia: l'orgasmo e il terrore di quanto avrei potuto
vedere in paese mi piegavano le gambe.
Quando giunsi, molte case stavano bruciando. Mi avvicinai alla
prima: vidi alcuni cadaveri tra le fiamme. Allora corsi urlando come
un pazzo verso la mia casa.
Era stata distrutta dalle fiamme, ma tra le macerie infuocate non
trovai alcun cadavere. Mi spinsi allora fino alla piazza della
chiesa, da dove vedevo levarsi un fumo denso. Ma quando vi arrivai,
una scena spaventosa mi inchiodò al suolo senza che avessi più la
forza di avanzare di un passo: un mucchio enorme di cadaveri stava
bruciando lentamente. Ad un tratto mi sentii afferrare convulsamente
e una voce, quella di mio padre, singhiozzò: "Sono là dentro,
tutti". Seppi cosi che nell'orribile cumulo e erano anche mia
moglie, mia madre, le mie sorelle Pierina e Aurora e mio nipote.
Che cosa sia successo nelle ore e nei giorni che seguirono, non
me lo ricordo bene. So che unii i miei sforzi a quelli di altri
superstiti per seppellire tutti quei morti. Nella impossibilità di
identificare coloro che erano stati trucidati nella piazzetta della
chiesa, scavammo due grandi fosse comuni lì accanto e li seppellimmo
tutti insieme.
Contammo centotrentadue creature: in maggioranza donne e bambini.
La strage durò circa un'ora e mezzo. La rappresaglia però non si
accanì contro tutte le frazioni che compongono Sant'Anna.
Nella frazione Sennari, per esempio, le SS diedero fuoco ad alcune
case e radunarono tutta la popolazione in una piazzetta. Sistemarono
quindi le mitragliatrici per falciare quei poveretti: giunse però
all'ultimo momento un ufficiale che impedì il massacro.
Nella frazione Bambini, i tedeschi non bruciarono case e non
uccisero alcuno. Le altre frazioni, invece, furono quasi tutte
distrutte e gli abitanti massacrati. Non si è mai capito il perché
di questa terribile selezione. Una risposta può essere data dal
fatto che le SS conoscevano o, perlomeno, credevano di conoscere
l'ubicazione delle case nelle quali erano stati ospitati i
partigiani o, peggio, dalle quali i partigiani avevano sparato sui
loro camerati.
Al rastrellamento infatti partecipò, accanto ai tedeschi, un ex
partigiano comunista, di nazionalità polacca, diventato spia delle
SS: fu costui, molto probabilmente, a indicare ai tedeschi le
frazioni da distruggere e le famiglie da massacrare.
Nel solco sanguinoso della feroce rappresaglia restarono i corpi di
centinaia di vittime. Quante, esattamente? Difficile dirlo con
precisione. Ufficialmente furono 560. Ma è probabile,
invece, che la cifra complessiva dei caduti sia inferiore.
Per sincerarcene abbiamo percorso l'intero abitato di Sant'Anna,
cercando di ricostruire, casa per casa, la dislocazione e il numero
dei componenti di ogni singola famiglia presente quella terribile
mattina nel paese. Siamo arrivati alla conclusione che le vittime
non furono più di 300-350. La stessa cifra, più o meno, si
rileva anche da un opuscolo "Fuoco sulla Versilia", di Anna Maria
Rinonapoli (ed. Avanti, 1961), che riporta l'elenco nominativo dei
civili massacrati a Sant'Anna il 12 agosto. Questo elenco
consta solo di 340 nominativi. Una cifra comunque, spaventosamente
alta: di questi 340 innocenti massacrati, ben 65 erano bambini di
età inferiore ai 10 anni.
Un altro punto controverso
riguarda la presenza o meno di italiani tra i massacratori.
Abbiamo interrogato molti superstiti per appurare la verità. Ed ecco
le conclusioni: nessuno, quella mattina, vide nella zona soldati in
divisa italiana. Alcuni, però, sostengono di aver sentito delle SS
esprimersi in italiano. È necessario, allora, precisare che i
reparti che eseguirono la rappresaglia (alcune compagnie di un
battaglione della 16a divisione SS), inquadravano non solo soldati
di nazionalità tedesca, ma anche polacchi, ucraini e altoatesini
originari della provincia di Bolzano.
Questi ultimi, che parlavano correttamente la nostra lingua, si
distinsero purtroppo in più di una occasione durante rappresaglie e
rastrellamenti. Il plotone di esecuzione che trucidò i 335 caduti
delle Fosse Ardeatine, per esempio, era composto quasi totalmente di
altoatesini.
A conferma del fatto che soldati della RSI non parteciparono al
massacro di Sant'Anna, esistono poi i verbali delle indagini e dei
processi celebrati nel dopoguerra contro i fascisti e i soldati
della RSI che avevano prestato servizio nella zona.
Nessuno di loro venne riconosciuto colpevole e condannato per aver
seguito i tedeschi nella terribile strage. L'infamia di
Sant'Anna di Stazzema ricade quindi esclusivamente su una formazione
germanica e sui comunisti che fecero di tutto per provocare la
rappresaglia, abbandonando poi la popolazione di un intero paese
nelle mani dei tedeschi inferociti.
Tutte le testimonianze dei
sopravvissuti di Sant'Anna sono infatti concordi nell'attribuire ai
partigiani comunisti la responsabilità morale del massacro. "Noi
del paese", ci è stato confermato ripetutamente "non eravamo
partigiani.
Eravamo certi inoltre che i partigiani comunisti, in caso di
bisogno, ci avrebbero difesi. Invece se ne andarono proprio alla
vigilia del rastrellamento e ci lasciarono massacrare dopo averci
ben chiusi nella trappola". È indiscutibile, inoltre, che i
partigiani allontanarono dalla zona, ma rimasero nascosti tra i
boschi delle montagne attorno a Sant'Anna. Lo prova il fatto che
nemmeno due ore dopo la fine del massacro tornarono a farsi vivi in
paese: il che significa che, durante la strage, non dovevano
trovarsi molto lontano. Perché non intervennero a difesa dei civili?
Perché non tentarono di attaccare le SS per dare tempo ai vecchi,
alle donne, ai bambini di Sant'Anna di fuggire nei boschi? Nessuno
ha mai dato risposta a queste domande e nessuno ne darà mai.
È significativo però il fatto che i comunisti, così bravi
nell'indire manifestazioni commemorative e così pronti a spendere
decine di milioni per organizzare marce e raduni in memoria delle
"vittime del nazifascismo", non hanno mai speso una lira per
commemorare i caduti di Sant'Anna. La verità è che il PCI preferisce
distruggere il ricordo di quei morti innocenti perché, sotto molti
aspetti, le infamie compiute dai rossi nei confronti del
povero borgo toscano fanno dei comunisti altrettanti complici delle
SS.
I comunisti, infatti, non si
limitarono a tradire gli abitanti di Sant'Anna, non si limitarono a
farli massacrare. Fecero di peggio: come tanti sciacalli
tornarono in paese dopo la strage e si misero a spogliare i cadaveri
dei trucidati dalle SS.
Confessiamo che prima di dare credito a queste voci abbiamo esitato
a lungo, tanto il fatto ci sembrava mostruoso e inconcepibile. Ma le
testimonianze che abbiamo raccolto sono state circostanziate e ben
precise. Ecco quanto racconta Amos Monconi, l'ex fornaio di
Sant'Anna: "Erano appena suonate le sei del mattino, quando udii
la voce di mio zio. Italo Farnocchi, che gridava: "Scappa, stanno
arrivando i tedeschi". Non me lo feci ripetere due volte.Non avevo
nessuna intenzione di finire in Germania.
Ebbi appena il tempo di gridare a mia moglie; "Ci sono i tedeschi",
che ero già fuori dell'uscio. Mi diressi verso un folto bosco
vicino: sapevo dove nascondermi anche perché, in quegli ultimi
giorni, preso dal sospetto che i partigiani comunisti non ci
avrebbero difesi, mi ero preparato all'eventualità di una fuga.
Restai nel bosco circa due ore. Anche io, come tanti altri, non mi
resi conto, sulle prime, di quanto stava accadendo in paese.
Cominciai ad allarmarmi quando gli incendi presero a divampare
dovunque. Mi spostai allora in un punto dal quale potevo vedere
Sant'Anna. Mi accorsi che i tedeschi trascinavano la gente fuori
dalle case e la radunavano in più punti.
Ma ancora non capivo: non volevo capire. Poi le raffiche di
mitraglia, gli urli.
Mi sembrò di impazzire. Corsi verso il paese invocando i nomi di
mia moglie Nora e della mia piccola Claudina. Raggiunsi le prime
case di Sant'Anna mentre i tedeschi stavano allontanandosi. Credo di
essere stato uno dei primissimi, se non il primo a rientrare nel
paese distrutto e pieno di morti. Trovai la mia casa che bruciava.
Di mia moglie e di mia figlia nessuna traccia. Non tardai purtroppo
a sapere che erano state massacrate nel piazzale della chiesa. Ma
non era finita: poco dopo, alla Vaccareccia, trovai le salme di mia
madre e dei miei tre fratelli. Mi aggirai come un folle per le
rovine di Sant'Anna.
Non sapevo più che cosa dovevo fare; non riuscivo nemmeno a pensare.
Fu allora che qualcuno mi disse che era necessario seppellire subito
i morti. Raccolsi un pò di attrezzi e scavai una grande buca. Poi
trasportai li presso le salme dei miei congiunti e cercai di
comporle prima di seppellirle.
Mentre mi stavo dedicando a questa terribile incombenza, vidi i
partigiani. Erano due. Uno lo conoscevo bene da tempo: era un
milanese che si faceva chiamare "Timoscenko". Si avvicinarono a me.
Notai subito che avevano le tasche piene di portafogli, oggetti
d'oro e d'argento. Se ne erano infilati anche dentro la camicia. Li
guardai senza parlare. "Timoscenko" allora mi disse: "Devi
consegnarci tutti i soldi e gli oggetti di valore che trovi sui
morti. Siamo noi che dobbiamo prenderli in consegna". Mi sentii
salire il sangue alla testa; impugnai la piccozza e la alzai di
scatto; "Vattene", gli dissi. "Vai via se non vuoi che ti spacchi il
cranio". "Timoscenko" esitò un momento e poi, senza replicare, si
allontanò ".
Sul conto di questo "Timoscenko"
e di altri partigiani comunisti ne abbiamo sentite raccontare di
tutti i colori. Furono visti entrare in case dove non era rimasto
più vivo nessuno e uscirne dopo aver fatto man bassa. Furono anche
visti spartirsi il bottino; " Qualche giorno dopo la strage ", ci ha
confermato Teresa Pieri, una delle superstiti, che racconta. <<scesi
a Valdicastello, in una strada riconobbi due partigiani comunisti
che avevo visto tante volte a Sant'Anna. Mi avvicinai e mi accorsi
che si stavano dividendo soldi, braccialetti, catenine d'oro. Tutta
roba rapinata sui cadaveri dei nostri cari >>.
Ecco la veritá che il racconto fa emergere, esso testimonia il vero
e subdolo gioco della resistenza comunista.
Ancora oggi l’antifascismo, al solo scopo di raggiungere il suo
tornaconto politico, si serve di quei drammatici avvenimenti, da
loro stessi generati, per promuovere commemorazioni da gettare in
pasto ad una opinione pubblica raggirata e tradita.
E' cosí... che si perpetua l'imbroglio!
Ballerino Vincenzo
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