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Tunisia 1943

L’ultima battaglia in terra d’Africa

*di Massimiliano Afiero

Quando si pensa alla guerra d’Africa, la mente corre subito alla battaglia di El Alamein come ultimo atto della presenza delle forze italiane in Nord-Africa. In realtà, pur considerando El Alamein un colpo mortale inferto alle forze italo-tedesche, è pur vero che la guerra si protrasse per altri sei mesi, durante i quali i nostri soldati furono impegnati in durissimi combattimenti sul fronte tunisino, combattendo contemporaneamente su due fronti, contro le forze inglesi dell’8a Armata britannica e contro quelle anglo-americane sbarcate in Nord Africa nel novembre del 1942. 

LA LINEA DEL MARETH

Dopo la sconfitta di El Alamein ed il contemporaneo sbarco delle truppe alleate in Nord-Africa (operazione Torch), le forze italo-tedesche erano riparate in Tunisia. All’inizio di febbraio del 1943, le forze dell’Asse si erano attestate lungo la linea del Mareth, sul confine libico-tunisino.
Questa Maginot in miniatura era stata costruita dai francesi tra il 1936 ed il 1940, per proteggere la Tunisia dalle incursioni italiane: ora erano gli italiani ad utilizzarla per difendersi dalle forze nemiche.
Composta da alcune decine di casematte, in parte smantellate dopo l’armistizio italo-francese del 1940, questa linea si estendeva dal mare fino ai monti Matmata per circa 35 chilometri.

LE FORZE IN CAMPO

Postazione controcarro della Folgore

Postazione controcarro della Folgore

In seguito alla sbarco delle forze alleate in Algeria e Marocco (Operazione Torch), le forze italo tedesche occuparono la Tunisia, trasferendovi in pochi giorni, numerose truppe. Mentre le nostre truppe stavano ritirandosi ordinatamente verso la linea del Mareth, contemporaneamente i generali Nehring e von Arnim riuscirono a fermare le truppe alleate che provenivano dall’Algeria.
Già alla fine del mese di dicembre del 1942 le forze italo-tedesche in Tunisia avevano raggiunto la forza di circa 100.000 uomini: notevoli soprattutto i rinforzi corazzati, tra i quali un battaglione di carri pesanti equipaggiato con carri Tigre (lo Schwere Panzer Abteilung 501).

Il comando della 1a Armata italo-tedesca in Tunisia fu assegnato al generale Messe. Mussolini gli aveva ordinato di: “dare scacco anzitutto alle forze avversarie che da ovest e da sud tendono a stritolare in una morsa la nostra occupazione tunisina. Nell’estate si riprenderà l’iniziativa delle operazioni con una grande spinta offensiva verso l’Algeria-Marocco e per la riconquista della Libia”

Tenendo conto della gravità della situazione e soprattutto delle forze disponibili, Messe espresse i suoi dubbi al Duce. Mussolini allora tagliò corto, replicando con toni più realistici:
“Occorre comunque resistere ad ogni costo, resistere fino all’estremo per ritardare corrispondentemente l’attacco diretto contro l’Italia, che seguirà fatalmente alla caduta delle nostre posizioni africane”.
Messe giunse in Tunisia il 1 febbraio; la sua prima decisione riguardò la suddivisione delle forze in due Corpi d’Armata, il XX° agli ordini del generale Taddeo Orlando ed il XXI° agli ordini del generale Paolo Berardi.

Il 6 febbraio 1943, le forze italo-tedesche reduci dai combattimenti di El Alamein completarono il loro dispiegamento lungo il confine libico-tunisino dopo una lunga ed estenuante ritirata.
Le unità tedesche agli ordini di Messe comprendevano la 90a Leichte Division, la 164a Infanterie Division, la 15a Panzer Division e la Brigata paracadutisti Ramcke.
Le forze italiane comprendevano le divisioni Giovani Fascisti, Pistoia, Centauro, Trieste, e La Spezia.
Messe si recò a visitare i reparti e l’8 inviò una relazione al Comando Supremo circa lo stato delle truppe: “provati nel fisico e turbati nello spirito; logori ne sono usciti i materiali. In tutti è entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa solo dal valore degli uomini, ma dall’avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell’avversario. Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere fino all’estremo”.

DISPIEGAMENTO

Il settore settentrionale e centrale della Tunisia era difeso dalla 5a Armata tedesca che includeva anche il XXX° Corpo d’Armata italiano del generale Sogno: quest’ultimo comprendeva la divisione Superga del generale Gelich e la 50a Brigata speciale del generale Imperiali.
Nel settore Gafsa-El Guettar era schierata la divisione Centauro del generale Calvi di Bergolo.
Contro queste truppe erano schierate da nord a sud: la 1a Armata britannica, il XIX° Corpo d’Armata francese ed il II° Corpo d’Armata americano .

La 1a Armata italiana era schierata nel settore più meridionale, contro l’8a Armata inglese a sud e il II° Corpo d’Armata americano ad ovest.

LA BATTAGLIA DI KASSERINE

Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, con l’8a Armata inglese di Montgomery, a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere, Rommel cercò subito la rivincita sulle forze alleate attaccando sul fronte occidentale tunisino.

Stato Maggiore Italiano in Tunisia

Stato Maggiore Italiano in Tunisia

Le intenzioni di Rommel prevedevano un attacco tra i due settori delle forze alleate, inglese ed americano, in direzione del colle di Kasserine: da lì proseguire verso ovest in direzione di Tebessa, dilagando nella pianura algerina ed accerchiando le truppe alleate che minacciavano la 5a Armata di von Arnim.
L’attacco prevedeva due movimenti da parte della 5a Armata di von Arnim (Operazione Frülingswind) in direzione di Sidi Bou Zid e Bir El Hafey e dell’Armata Corazzata Italo tedesca di Rommel (Operazione Morgenluft) in direzione di Gafsa. Von Arnim disponeva di circa 150 carri armati, Rommel solo di 50; entrambi avevano a disposizione una ventina di cannoni da 88mm.
Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10a e 21a Panzer Division) si lanciarono all’attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane: nei pressi di Sidi Bou Zid, in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi. Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono: bloccati prima dal potente fuoco di sbarramento dei cannoni da 88mm tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nella mani di Rommel circa 1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, i reparti della 10a e 15a Panzer Division conquistarono il passo di Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo contro le truppe alleate: il colonello Bonfatti, comandante del reggimento, cadde in combattimento mentre guidava i suoi bersaglieri all’assalto delle posizioni nemiche.
Con la vittoria a portata di mano, all’ultimo momento venne a mancare l’apporto dei corazzati di Von Arnim, in particolare della 21a Panzer Division, che rimase in posizione arretrata. Le divergenze sui piani d’attacco tra Rommel e von Arnim, diedero agli alleati il tempo di riprendersi dal duro colpo. Senza più rifornimenti, con gli alleati che stavano facendo affluire nuove truppe nell’area, Rommel decise alla fine di ritirarsi per evitare l’annientamento delle sue già esigue forze.
Le forze alleate riconquistarono Kasserine il 25 febbraio; le loro perdite durante la battaglia erano state gravi: 10.000 morti (di cui solo 6.500 del 2° Corpo d’Armata americano) contro i soli 2.000 delle forze dell’Asse.

BATTAGLIA DI MEDENINE

L’attenzione di Rommel ritornò lungo la linea del Mareth, dove le forze dell’8a Armata di Montgomery stavano preparandosi a lanciare una grande offensiva.
L’operazione Capri aveva come obiettivo principale l’annientamento delle forze nemiche tra Medenine e la linea del Mareth. Sfortunatamente per Rommel, gli inglesi conoscevano esattamente il luogo ed il momento dell’attacco tedesco, grazie alle decrittazioni di Ultra.

Italiani in azione nel deserto

Italiani in azione nel deserto

All’alba del 6 marzo, in mezzo ad una fitta nebbia, i reparti della 10a, 15a e 21a Panzer Division si lanciarono all’attacco delle posizioni inglesi, seguendo direttrici convergenti su Medenine. La loro avanzata cossò contro un muro di fuoco costituito da 400 mezzi corazzati inglesi e 500 cannoni anticarro. A tre riprese, senza scoraggiarsi, i carristi tedeschi si lanciarono all’attacco venendo respinti inesorabilmente. Dopo sole 11 ore di combattimento e dopo aver perso 50 carri dei 150 impiegati Rommel preferì rinunciare.
Qualche giorno dopo, una pattuglia tedesca trovò in tasca ad un sottufficiale inglese catturato, un pezzo di carta sul quale erano riportate esattamente le modalità dell’azione; solo la data era sbagliata: era indicato il 4 marzo. Montgomery aveva dunque avuto due giorni di tempo supplementari per prepararsi ad accogliere l’assalto nemico.
Amareggiato e profondamente deluso, Rommel il 9 marzo lasciò definitivamente il fronte africano, ritornando in Germania ufficialmente perché: “bisognoso di cure”. Il comando passò al generale von Arnim, ma l’avvicendamento venne tenuto segreto per ragioni psicologiche sia per il nemico sia per gli stessi combattenti dell’Afrika Korps: sia Mussolini che Hitler decisero che tutti dovevano continuare a credere che Rommel guidasse sempre le truppe dell’Asse.

ATTACCHI NEMICI

Al 15 marzo 1943, la 1a Armata italiana agli ordini del generale Messe, era sempre schierata sulla linea del Mareth, con i seguenti reparti (dal mare verso l’interno):

XX° Corpo d’Armata (Gen. Orlando)
Divisione Giovani Fascisti (Gen. Sozzani)
Divisione Trieste (Gen. La Ferla)
90a Leichte Division (Gen. Sponeck)

XXI° Corpo d’Armata (Gen. Berardi)
Divisione La Spezia (Gen. Pizzolato)
Divisione Pistoia (Gen. Falugi)
164a Leichte Afrika Division (Gen. Liebenstein)

Raggruppamento sahariano (Gen. Mannerini)

Nel settore di Gafsa infine, era schierata la divisione corazzata Centauro (Gen. Calvi di Bergolo) con il 7° Reggimento bersaglieri.
Montgomery da parte sua schierava la sua 8a Armata, che comprendeva: il XXX° Corpo d’Armata, il X° Corpo d’Armata (1a e 7a divisione corazzata), il Corpo Neozelandese, l’8a Brigata corazzata ed il Raggruppamento francese di Leclerc.
Contro il settore di Gafsa, c’era il II° Corpo d’Armata americano del generale Patton.

Bersaglieri recuperano armamento.

Bersaglieri recuperano armamento.

A partire dal 16 marzo, le forze alleate ripresero l’iniziativa sia ad est che ad ovest: i reparti dell’8a Armata inglese tentarono di sfondare le difese del Mareth nel settore dello Uadi Zig-Zaou. Contro i 620 carri inglesi la 1a Armata italiana disponeva di soli 94 mezzi corazzati: malgrado l’inferiorità dei mezzi e degli uomini, i nostri soldati riuscirono a bloccare l’attacco del 30° Corpo britannico e ad annullare il tentativo della 50a divisione di stabilire una testa di ponte sull’Uadi Zigzaou.
Nello stesso tempo, l’offensiva del II° Corpo americano di Patton venne bloccato dai reparti della divisione corazzata italiana Centauro: i nostri carristi tennero testa ai corazzati americani per ben 12 giorni fino a quando non ricevettero l’appoggio della 21a Panzer Division. La Centauro lamentava perdite notevoli: con i pochi mezzi rimasti venne costituito il Raggruppamento Piscicelli che continuò a combattere fino alla capitolazione con la 10a Panzer Division. Nell’aprile del 1943, la divisione Centauro venne ufficialmente disciolta.
Anche il tentativo di separare l’Armata di Messe dalla 5a Armata tedesca con una forza mista (neozelandese, francese ed americana) venne bloccata ad El Hamma con gravissime perdite.
Le forze italo-tedesche mantennero le posizioni, contrattaccando quando fu possibile: una delle migliori battaglie difensive combattute in terra d’Africa.

Bollettino n.1031 del 22 marzo 1943
“In Tunisia, dopo intensa preparazione di artiglieria, il nemico ha iniziato ieri una violenta offensiva contro i settori centrale e meridionale del fronte. Aspri combattimenti sono in corso. L’aviazione dell’asse partecipa alla lotta battendo le retrovie avversarie e le colonne in movimento”.

Le posizioni lungo il Mareth vennero conquistate dagli inglesi solo il 26 marzo, quando von Arnim e Messe decisero di far ripiegare i reparti sulla linea dell’Uadi Akarit, circa 15 chilometri a nord di Gabes: la manovra si effettuò lentamente, con i reparti impegnati a combattere ad oltranza, poi si accelerò per effetto dei terribili bombardamenti aerei alleati.
Migliaia di soldati italiani, rimasti senza mezzi di trasporto, finirono prigionieri degli alleati: lo stesso generale Pizzolato, comandante della divisione La Spezia, rimase ucciso durante un attacco dell’aviazione nemica.

BATTAGLIA DI AKARIT

L’attacco alleato contro le posizioni italo-tedesche dell’Uadi Akarit iniziò nella notte tra il 5 ed il 6 aprile, con un massiccio bombardamento da parte dell’artiglieria nemica. Poi venne l’attacco dei reparti corazzati e della fanteria: ai 500 carri di Montgomery, gli italo-tedeschi potevano opporre solo una ventina di carri superstiti della 15a panzer Division. La battaglia durò un solo giorno, ma i combattimenti furono violentissimi. I nostri reparti, pur subendo gravi perdite, resistettero valorosamente ai reiterati attacchi nemici, riuscendo ancora una volta a rinviare la data della inevitabile capitolazione.
Dopo aver validamente contenuto l’attacco nemico, le forze della 1a Armata italiana dovettero però effettuare un nuovo ripiegamento di ben 250 chilometri, attestandosi sulla linea Enfidaville-Mansour.

ENFIDAVILLE

Il ripiegamento delle forze italo-tedesche si concluse solo il 13 aprile: i reparti si attestarono sulle colline a nord di Enfidaville; la linea difensiva si imperniava su due colli, il Garci e il Takrouna.
Le perdite erano state enormi e la maggior parte delle divisioni erano ridotte ormai alla forza effettiva di semplici Brigate o addirittura Reggimenti. Nello stesso stato si trovavano anche le divisioni tedesche, con gli organici gravemente ridotti.
Il Gruppo di Armate Afrika vedeva restringersi sempre più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento delle forze della 1a Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare verso l’interno):

XX° Corpo d’Armata
90a Leichte Division
Divisione Giovani Fascisti
Divisione Trieste

XXI° Corpo d’Armata
Divisione Pistoia
164a Leichte Division

In riserva c’erano la 15a Panzer Division, rimasta con soli 15 carri, il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di avieri.

TAKROUNA

I combattimenti ad Enfidaville iniziarono il 19 aprile, con il solito bombardamento delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni: vennero prese di mira particolarmente le posizioni sul Garci e sul Takrouna. Proprio su questi colli continuò l’eroica resistenza dei nostri soldati.

Autoblindo Italiana

Autoblindo Italiana

Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore: il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento di fanteria agli ordini del capitano Politi, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento di fanteria, da un plotone mortai da 81 e da due batterie di artiglieria.
Sulla sinistra del Takrouna c’era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia del 47° Reggimento tedesco.
Il pesante bombardamento dell’artiglieria nemica colpì duramente queste due posizioni. All’alba del 20 aprile, iniziò l’attacco delle fanterie nemiche sostenute dai mezzi corazzati. Sul caposaldo di Dj Bir, i tedeschi pur opponendo una forte resistenza vennero sopraffatti, lasciando aperta la strada verso il Takrouna.
Gli assalti nemici vennero fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli uomini della 2a compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione furono costretti a cedere. La scalata delle forze nemiche verso la cima del Takrouna venne bloccata all’ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento. Il capitano Politi guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie nemiche che sbucavano ormai da tutte le direzioni.
Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute di riserva: due compagnie di paracadutisti della Folgore agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l’iniziativa contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e riconquistando il caposaldo della 2a compagnia.
Vennero fatti anche 150 prigionieri, tutti appartenenti alla 2a divisione neozelandese.

Scrisse il generale Messe a riguardo:
“Sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che vengono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cucuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all’attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti”.

Da Radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare: “sul Takrouna l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati“. Un grande riconoscimento al valore dei nostri soldati.
Il 21 vennero rinnovati gli attacchi contro il colle: i primi ad essere investiti furono i paracadutisti della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2a compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà vennero alla fine travolti . Anche sugli altri capisaldi la situazione era grave. Nel primo pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio:

“situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi”.

Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103a compagnia arditi, che però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17 di quella stessa giornata, venne captato dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Takrouna: “la stazione è assalita da elementi nemici”.

Poi fu il silenzio. Nella serata del 21 aprile, la posizione di Takrouna poteva considerarsi perduta, tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere gli assalti nemici fino al giorno dopo.
Si concludeva così una delle pagine più belle della storia militare italiana scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti, che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren e di El Alamein.

Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943
“Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti”.

Sempre il 22 l’attacco nemico si spostò lungo fascia costiera impegnando duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi, furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi assalti nemici.
Tra il 27 ed il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa: ancora una volta i nostri soldati mantennero saldamente le posizioni. Il 30 aprile la prima battaglia di Enfidaville poteva dirsi conclusa.

LA SECONDA BATTAGLIA

Malgrado la strenua resistenza delle forze italo-tedesche, la morsa si stava inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta, avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell’Asse restava solo la penisola di Capo Bon.

Prigionieri di guerra Italiani.

Prigionieri di guerra Italiani.

La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo due giorni, l’11, la 5a Armata di von Arnim depose le armi. I reparti italiani aggregati alla 5a Armata tedesca che operavano nell’estremo nord (5° e 10° bersaglieri, battaglione Bafile del reggimento San Marco) continuarono a combattere anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.

Nella serata dell’11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il seguente messaggio:
“Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il paese sarà superbo nei secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall’ultimo lembo d’Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire”.

Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resistere a lungo:
“La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d’Africa, continuerà fino all’estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni. La situazione generale, l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo”.
Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
“Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio”.

Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta di resa con l’onore delle armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato solo una resa incondizionata. Messe prese tempo.
Solo quando in serata giunse da Roma, l’ordine di cessare il combattimento (insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d’Italia), Messe inviò suoi emissari al comando alleato per ricevere le condizioni della resa. Nello stesso tempo, il neo Maresciallo d’Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti e automatiche, per evitare che fossero utilizzate dal nemico.
Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l’accettazione delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità.

 

Bibliografia:
P. Colacicchi, “L’ultimo fronte d’Africa: Tunisia….”, Ed. Mursia
G. Messe, “La mia armata in Tunisia”, Ed. Rizzoli
S. Loi, “Aggredisci e vincerai: storia della divisione motorizzata Trieste”, Mursia editrice
B. P. Boschesi, “Le armi, i protagonisti…della guerra di Mussolini”, Mondadori Editore
R. Natkiel, P.Young, “Atlante della Seconda Guerra Mondiale”, Mondadori Editore

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