|
Da Via Rasella alle Fosse Ardeatine
Oggi
parleremo di uno degli attentati piú conosciuti e piú discussi,
riguardante la miserabile, volgare e terroristica azione partigiana
avvenuta a Roma durante il 2° conflitto mondiale: L’attentato
di via Rasella.
Questo attentato è emblematico perchè rappresenta una ulteriore
riconferma della strategia esclusivamente terroristica e
criminale dei partigiani comunisti. Si tratta infatti di
un’operazione (se cosí si puó chiamare) dal punto di vista militare
dal valore assolutamente nullo, ma di grande impatto emotivo per la
reazione che avrebbe provocato dopo la scontata rappresaglia
tedesca. Essendo inoltre un’operazione priva di pericoli conferma
anche l’essenza pusillanime dei partigiani, in quanto essa non
metteva in difficoltà coloro che l’avessero eseguita.
Il giorno dopo l’arresto di Mussolini, 25 luglio 1943, si insedió il
primo governo antifascista, il cui capo era il maresciallo Badoglio.
La cittá di Roma aveva subito un primo bombardamento il 19 luglio, e
il 13 agosto bombardieri statunitensi replicarono con un secondo
bombardamento. Nei due bombardamenti morirono oltre 2.000 civili
innocenti e parecchie altre migliaia rimasero feriti, senza casa e
lavoro. In città venivano così a mancare servizi essenziali, mentre
la fame si diffondeva e la vita nella capitale diventava sempre piú
dura. Cosí in tutta fretta, il 14 agosto, il giorno dopo il secondo
bombardamento, il governo Badoglio dichiaró unilateralmente Roma
“Città Aperta”.
Nonostante Roma fosse stata dichiarata “cittá aperta”, fu nuovamente
bombardata numerose volte, sino al giorno della sua
occupazione da parte delle truppe alleate, il 4 giugno 1944. E’ in
questo quadro, segnato dai bombardamenti alleati, dalle retate
contro i partigiani effettuate dai tedeschi e militari della RSI,
che si arriva alla fatidica data del 23 marzo 1944, giorno
scelto dai partigiani perchè a quella data cadeva il 25°
anniversario della fondazione dei “Fasci Italiani di Combattimento”.
Intanto il governo Badoglio aveva giá da tempo emesso proclami
nei quali si esortava (cioé esortava i partigiani) a non commettere
attentati per nessun motivo, perché era ovvio che ad ogni
attentato sarebbe inesorabilmente seguita una rappresaglia.
Nonostante ciò i partigiani, noncuranti delle tragedie ai danni
della popolazione, di cui sarebbero stati causa, eseguirono
l’attentato, quel tristemente famoso 23 marzo.
Autori dell’attentato, i Gruppi di Azione Patriottica (GAP),
che erano bande di criminali direttamente dipendenti dalla Giunta
Militare, a sua volta dipendente dal Comitato di Liberazione
Nazionale (CLN). I responsabili del CLN erano i seguenti banditi
comunisti: Sandro Pertini, Giorgio Amendola e Riccardo Bauer,
quest’ultimo appartenente al Partito d’Azione.
L’ordine di eseguire l’attentato fu dato dai responsabili
della Giunta militare. (Anni dopo, sia Pertini che Bauer
dichiareranno di non essere a conoscenza della preparazione
dell’imboscata e scaricarono la colpa su Amendola, affermando che
non erano stati avvertiti. Nonostante le affermazioni dei due siano
false, Amendola confermò tutto e si assunse la responsabilità di
aver ordinato quell’attentato).
Per
l’esecuzione dell’attacco furono impiegati i GAP centrali,
criminali incalliti che già dal periodo successivo all’8 settembre
1943 avevano compiuto numerose azioni di guerriglia urbana nella
zona del centro storico. Numerosi quindi furono i partigiani che
avrebbero partecipato all’azione, dei quali uno di essi, travestito
da spazzino, avrebbe dovuto innescare un ordigno nascosto
all’interno di un carrettino della nettezza urbana, mentre
gli altri, ad esplosione avvenuta, avrebbero dovuto attaccare
i tedeschi superstiti, con pistole e bombe a mano.
Il compito di far esplodere la bomba fu affidato al partigiano
Rosario Bentivegna (“Paolo”), studente in medicina, il quale il
23 marzo si avviò, dal nascondiglio dei GAP nei pressi del Colosseo,
verso via Rasella, travestito da spazzino e portandosi dietro il
carrettino della nettezza urbana contenente l’ordigno.
Dopo
essersi appostato ed aver atteso circa due ore in più,
rispetto alla consueta ora di transito della compagnia tedesca per
via Rasella, alle 15.52, vedendo che quest’ultima si stava
avvicinando, accese la miccia, preparata per far esplodere la bomba
dopo circa 50 secondi, tempo che si era calcolato, servisse ai
tedeschi per percorrere il tratto di strada compreso tra un punto a
valle usato per la segnalazione ed il carrettino posizionato piú in
alto, davanti a Palazzo Tittoni.
Poco dopo l’esplosione due squadre dei GAP, una composta da sette
uomini l’altra da sei, sotto il comando di Franco Calamandrei detto
“Cola” e Carlo Salinari detto “Spartaco”, completarono l’opera
lanciando le bombe a mano e facendo fuoco sui sopravvissuti
all’esplosione.
Nell’immediatezza dell’evento rimasero uccisi 32 militari
ITALIANI alto-atesini inquadrai nella Wermacht (e non
tedeschi o delle SS come raccontano in televisione!!!) mentre altri
110 rimasero feriti, oltre a 2 vittime civili
(Antonio Chiaretti e un ragazzino di tredici anni, Pietro
Zuccheretti) piú altri quattro civili feriti.
Dei soldati feriti, uno morì poco dopo il ricovero,
mentre era in corso la preparazione della rappresaglia, che fu
dunque calcolata in base a 33 vittime germaniche. Nei giorni
seguenti sarebbero deceduti altri 9 militari feriti, portando così a
42 il totale dei caduti; ció significa che se i
tedeschi avessero atteso piú tempo per effettuare la rappresaglia,
i civili italiani uccisi non sarebbero stati 335, ma 420.
La decisione del comando nazista fu la conta di 10:1, cioé 10
ostaggi fucilati per ogni tedesco ucciso.
La
fucilazione degli ostaggi fu ordinata personalmente da Adolf Hitler.
Va detto che la convenzione dell’Aia del 1907 e la Convenzione di
Ginevra del 1929 nel contemplare il concetto di rappresaglia ne
limitano fortemente l’ ampiezza secondo i criteri di proporzionalità
rispetto all’entità dell’offesa subita, nella selezione degli
ostaggi (non indiscriminata) e della salvaguardia delle popolazioni
civili. (a questo proposito bisogna dire che le truppe Americane,
Inglesi, Francesi e Russi, attuarono in modo indiscriminato
coefficienti di rappresaglia che andava da 25:1 fino 200:1 )
L’ordine di esecuzione fu dato direttamente da Hitler e riguardò 320
persone, poiché inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi.
Durante la notte successiva all’attacco di via Rasella morì un altro
soldato tedesco e Kappler, di sua iniziativa, decise
di uccidere altre 10 persone. Non si é mai capito perché al numero
delle vittime nell’ elenco dei tedeschi su cui eseguire la
rappresaglia, furono aggiunte 5 persone in più. .
Nel dopoguerra, Herbert Kappler venne processato e condannato
all’ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere.
Secondo i giudici la condanna riguardò i 15 giustiziati non
compresi nell’ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche;
la rappresaglia avrebbe dovuto riguardare secondo l’accusa, i soli
32 militari morti sul colpo e no quelli morti successivamente che
portarono a 33 i morti il giorno dopo e men che meno i successivi 9
che morirono nei giorni successivi. (che comunque non furono inclusi
nel calcolo di rappresaglia).
A questa
triste vicenda vengono mosse aspre critiche dai due schieramenti.
Secondo i critici, ed alcuni militari tedeschi sopravvissuti, i 156
uomini della 11ª compagnia del battaglione Bozen (Bolzano!)
coinvolti nell’attacco, comandati dal maggiore Helmut Dobbrick, non
erano un reparto operativo ma solo riservisti altoatesini
entrati nell’esercito tedesco per affinità etniche ed
aggregati al Polizei Regiment Bozen della Wehrmacht, con compiti di
semplice vigilanza urbana. Altre testimonianze, al contrario parlano
di “partecipazione” del Reg. Bozen ad alcuni rastrellamenti.
Ai famigliari dei due civili morti nell’attentato non è mai
stato riconosciuto alcun risarcimento dalla magistratura italiana,
in quanto l’attacco è stato catalogato come legittimo atto di guerra
(una vera mascalzonata, di cui solo la magistratura italiana é
capace, perché nessun atto terroristico per di piú anonimo, puó
essere paragonato ad un atto di guerra, infatti nessun regolamento
internazionale di guerra ha mai minimamente supportato questa tesi,
esiste inoltre una sentezza del Tribunale Supremo Militare Italiano,
che in data 26 aprile 1954, ha emesso la sentenza n. 747 che nega
nella maniera piú assoluta, ai partigiani la qualifica di
combattenti regolari).
L’attentato fu perpetrato dai partigiani nonostante fosse noto che i
tedeschi applicassero in rapporto di 10:1 la rappresaglia
per ogni attacco subito, come accadde in numerosi altri casi.
I partigiani, in tutte le loro criminali azioni non
contemplarono mai il problema della sicurezza dei civili,
essi erano ben consapevoli di ció che i lori crimini causavano alla
popolazione. I loro atti furono sempre dettati dall’odio ideologico,
non dal senso del patriottismo e della libertá, il loro unico
obiettivo era quello di esasperare la popolazione per aizzarla
contro i tedeschi e contro il Fascismo (accaddero episodi che videro
dei civili scagliarsi anche contro i partigiani, con atti di
vendetta per quanto da essi avevano subito o facendo alle autoritá
delle denunce ben precise, tramite le quali poi venivano catturati,
accadde anche che i partigiani venissero a saper chi li aveva
denunciati; in casi del genere questi uomini venivano assassinati
cercando di far ricadere la colpa sui tedeschi o sui Fascisti).
Il
giorno dopo l’attentato, cioé il 24 marzo i tedeschi conclusero
l’operazione di rappresaglia con l’uccisione di 335 civili,
presso delle antiche cave di pozzolana (una pietra granulosa di
origine vulcanica), che si trovano nei pressi della via Ardeatina,
scelte quali luogo dell'esecuzione e per occultare i cadaveri degli
uccisi. Da allora chiamate “Fosse Ardeatine”.
Quando Kappler fu processato affermó che la rappresaglia di 335
prigionieri si sarebbe potuta forse evitare, se gli attentatori si
fossero consegnati alle autorità tedesche, come nel noto caso
di Salvo D’Acquisto (in questo specifico caso i tedeschi
sapevano che il valoroso Carabiniere era innocente, ma a causa delle
leggi che regolano la rappresaglia, non poterono esimersi
dall’accogliere la non vera ma eroica ammissione di colpa di Salvo
d’Acquisto) .
Di per se la rappresaglia era assolutamente giustificata e legale
(Convenzione dell’Aja e Tribunale di Norimberga). Quello che
non tornava era il numero dei morti: 335 invece dei 320 (o
330 tenendo conto del soldato morto prima della rappresaglia
stessa). Sui 5 morti in più vi sono varie ipotesi: c’è chi sostiene
si trattasse di soldati tedeschi che si erano rifiutati di sparare e
che Kappler non avrebbe nominato per non infangare l’esercito
tedesco, ma ci sono altre ipotesi, come quella che afferma che dopo
le esecuzioni, quando Kappler ebbe in mano l’elenco delle persone
uccise e si sarebbe accorto che erano 335 e non 330, disse a Priebke
<<ma c’é un errore, sono 5 in piú!>>. Ma quei 5 in piú erano
ormai là ..morti. Qualcuno che avanza un'ipotesi che ci sembra
alquanto strampalata, cioé che quei 5 uomini in piú, fossero scomodi
testimoni, (testimoni di cosa?) e quindi uccisero anche loro.
Una ulteriore testimonianza, sulla liceitá della rappresaglia
tedesca (e mi trema la mano nello scrivere ed affermare
questo, perché erano italiani quelle persone che caddero sotto i
colpi tedeschi) si é espresso l’ultimo processo celebrato
alcuni anni fa contro Erich Priebke, il capitano del SS,
assistente di Kappler, coinvolto anch'egli in questi avvenimenti.
Infatti i
legali dell’accusa e di parte civile, nel processo che tenne nel
1996, si dovettero aggrappare a quei 5 morti in piú perché
altrimenti la tesi dell’accusa sarebbe decaduta.
(anche se poi nel successivo processo i magistrati si resero
ostaggio di tumulti organizzati e modificarono la prima sentenza,
che era di assoluzione).
La mia mano é molto ferma invece, nell’accusare i partigiani
quali veri ed unici responsabili di tutta questa amara vicenda.
Vi sono
alcuni che affermano che l’attentato di Via Rasella (dal quale
scaturisce appunto, la rappresaglia delle fosse Ardeatine) fu
studiato espressamente per causare la rappresaglia; io non sarei
d'accordo su questo per un motivo molto semplice; come giá
accennato, i partigiani non si curavano assolutamente della
popolazione, per cui non studiavano i loro attentati col quel
preciso scopo; per loro “il civile” non aveva nessuna rilevanza,
essi erano un elemento sottoposto in maniera coatta al sacrificio,
ció che importava erano solo gli interessi ideologici della
resistenza.
Nessuna azione partigiana ebbe mai la benché minima parvenza di una
azione che poteva dirsi accettabilmente “militare”. I loro atti
erano la conseguenza dell’odio ideologico fine a se stesso, nelle
loro azioni c’era soltanto il gusto di uccidere i tedeschi, i
fascisti e tutti coloro che non combattevano per portare il
comunismo stalinista in Italia; e infatti lo scopo tutt’altro che
militare dell'attentato fu raggiunto in pieno.
La ruvida accozzaglia partigiana e la sua fetida progenie, allora
come oggi, forte di un controllo mediatico totale (che osano
definire democratico) nascondendo e storpiando la veritá storica,
hanno assunto in modo fraudolento la figura di salvatori e
protettori della libertá, tant’é che l’eccidio delle Fosse Ardeatine
è strumentalmente diventato un simbolo della ‘Lotta di Liberazione‘,
frutto dell’eroismo dei “combattenti per la libertà” e uno baluardo
contro qualsiasi nostalgia.
Ballerino Vincenzo
SCRIVI LA TUA OPINIONE
REGISTRANDOTI AL FORUM de ILDUCE.NET
|